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Uno studio di due ricercatori della Banca d’Italia approfondisce la questione, analizzando come la crisi abbia influenzato gli stipendi e l’occupazione. L’Italia si è sempre caratterizzata per una elevata rigidità dei salari, che tenderebbero a rimanere invariati per un tempo più lungo che negli altri paesi (due anni contro uno). Una rigidità verso l’alto ma anche vero l’alto, dato che in Italia è molto raro che un’impresa riduca gli stipendi.

Le imprese dunque non hanno potuto ricorrere ad una riduzione degli aumenti di stipendio, dato che gli aumenti erano rari anche prima, e nella maggior parte dei casi il contenimento dei costi si è tradotto in tagli al personale (eventualmente, sotto forma di ricorso a contratti part-time o cassa integrazione).

Vi è però una interessante eccezione: quando l’azienda è caratterizzata da un’elevata percentuale di personale specializzato, la strada scelta è spesso quella di riduzione dei costi diversi da quelli del personale. La spiegazione sarebbe che, non essendo il capitale umano facilmente sostituibile, l’azienda cerca di fare un maggiore sforzo per tutelarlo. Uno scenario che indica come sia ancora più importante incentivare le imprese più innovative, “a maggiore valore aggiunto”: non solo per i discorsi che spesso abbiamo fatto su quanto sia indispensabile l’innovazione, ma anche perché aziende di questo tipo offrono maggiore stabilità occupazionale. Meno precariato, insomma.

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