I dollari all’estero proteggono i consumatori USA dall’inflazione?

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Un paper di ricerca (di Alessandro Calza e Andrea Zaghini) analizza gli effetti della circolazione dei dollari all’estero sui “costi sociali” dell’inflazione per i consumatori americani. Le conclusioni sono molto interessanti, perché vi sarebbe una forma di “protezione” dei consumatori americani.

La Federal Reserve stima che circa il 40% dei dollari USA siano circolanti all’estero: una percentuale molto elevata raggiunta grazie al fatto che il dollaro si è affermato nel tempo come moneta per gli scambi internazionali. Questa “posizione” però, porta delle conseguenze interessanti che possono essere sintetizzate con il fatto che i consumatori USA stanno sempre un po’ meglio di quanto le statistiche facciano apparire.

Gli effetti della circolazione di dollari all’estero sarebbero infatti soprattutto due:

  • La domanda di moneta da parte dei residenti americani è sistematicamente sovra-stimata
  • Vi è un “trasferimento di risorse” dall’estero, conseguente agli effetti dell’inflazione sulla moneta detenuta dai non residenti

 

Applicando la metodologia tradizionale di Bailey e Friedman all’aggregato M1 depurato per il circolante detenuto all’estero, lo studio propone una valutazione dei costi sociali dell’inflazione negli Stati Uniti. Tali costi sono imputabili alla rinuncia ai servizi forniti dalla moneta nel facilitare gli scambi quando cresce il costo opportunità della sua detenzione, rappresentato dal tasso di interesse nominale.

I costi sociali dell’inflazione per i cittadini statunitensi risulterebbero significativamente minori rispetto a quelli ottenuti dalle stime presenti in letteratura, che non considerano la componente estera. Inoltre il trasferimento di risorse dall’estero fa si che il costo sociale sia minimizzato in corrispondenza di un livello positivo dell’inflazione (e quindi del tasso di interesse nominale), contrariamente a quanto postulato dalla regola aurea di Friedman, che suggerisce di mantenere il tasso di interesse nominale a zero. A titolo di confronto, la riduzione a zero dell’inflazione da un livello del 10 per cento, indurrebbe un beneficio sociale dello 0,1 per cento del PIL, contro stime precedenti comprese tra lo 0,3 e il 3 per cento.

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