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I derivati sono spesso considerati strumenti di investimento altamente speculativi. In realtà la loro natura sarebbe quella invece di strumenti nati per ridurre il rischio. Armando Carcaterra di Anima SGR discute della natura dei derivati, e del rischio che questi strumenti comporta per gli investitori.

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D1. Cosa sono i derivati? Rappresentano solo e sempre strumenti di investimento speculativi?

La finanza non è materia semplice, ma poche cose sono avvolte dal mistero come gli strumenti derivati.

I derivati sono sempre in prima linea sul banco degli imputati in ogni crisi finanziaria. Con una celebre battuta Warren Buffet li ha addirittura battezzati “armi di distruzione di massa”, consegnandoli definitivamente, nell’immaginario collettivo, nel catalogo composito delle cose che non sono vietate ma che rimangono pur sempre pericolose e da cui sarebbe saggio stare sempre lontani, come l’alcool o il fumo.

I derivati in sé e per sé non sono però il diavolo. I derivati in generale sono contratti che danno a chi li sottoscrive la facoltà oppure l’obbligo di effettuare nel futuro una transazione (acquistare o vendere; pagare o incassare ecc.), fissandone però fin da subito le condizioni. Sono quindi strumenti molto utili ad esempio per gestire l’incertezza.

Nel corso dell’ultima crisi finanziaria, la “star” è stata una nuova generazione di derivati creditizi denominata CDS (Credit Default Swap): ma anch’essi possono essere descritti come semplici contratti di assicurazione contro il rischio di insolvenza di un titolo o di un emittente di obbligazioni: il detentore di un titolo rischioso paga cioè un premio periodico (il cosiddetto “spread” sui CDS) ad un intermediario finanziario (che agisce da assicuratore anche senza essere un’assicurazione) e, in caso di insolvenza di quel titolo, la controparte “assicuratrice” glielo rimborsa (in tutto o in parte). Come nelle normali assicurazioni, il premio (cioè lo “spread”) è tanto più alto quanto più alta è la probabilità che l’insolvenza si verifichi davvero. Per questo l’ampiezza dello “spread” è oggi comunemente utilizzato anche come indicatore per misurare la probabilità di insolvenza di un titolo o di un emittente.

D2. In parte, la fortuna dei contratti derivati è riconducibile ad operazioni “sane”come queste. Perché allora tanta “demonizzazione” degli strumenti derivati”?

Il motivo è che gli strumenti derivati hanno due facce, come il Dr. Jeckyll e Mr. Hyde: da una parte contratti derivati possono essere acquistati o venduti per “coprirsi” dai rischi, ma dall’altra, possono essere utilizzati per pura speculazione, cioè per assumere rischi molto grandi pur impiegando poche risorse.

Il problema non sta quindi nella natura degli strumenti in sè, ma nell’uso che se ne fa. Tanto più che finora la maggior parte dei derivati viene negoziata su mercati non regolamentati (detti in gergo “over the-counter”). Se tutti gli strumenti derivati fossero invece negoziati su mercati regolamentati, i rischi indotti dalla speculazione sarebbero molto più limitati.

Nei mercati regolamentati, le transazioni non avvengono infatti bilateralmente tra operatori, ma hanno luogo attraverso una cassa di compensazione, la “clearing house”, che compra e vende i derivati dai diversi operatori, richiedendo a ciascuno di essi e per ciascuna operazione, una specie di deposito cauzionale di garanzia (detto “margine”) che è proporzionale all’entità della transazione ed alla sua rischiosità. Le “clearing house” si dotano cioè di garanzie e le amministrano per limitare eccessi speculativi. Le garanzie rappresentano infatti un costo aggiuntivo su ogni singola operazione e, aumentando quel “costo” (cioè imponendo margini di garanzia più elevati), le clearing house possono scoraggiare l’assunzione di eccessive posizioni di rischio.

Purtroppo però i derivati che transitano per mercati regolamentati sono una piccola frazione del totale.

Non stupisce quindi che le Autorità (e soprattutto il Financial Stability Board diretto da Mario Draghi) si siano dati l’obiettivo di ricondurre entro il 2012 tutte le transazioni in derivati nell’ambito di mercati regolamentati.

Nei prossimi mesi, capiremo meglio quindi se la regolamentazione riuscirà definitivamente a trasformare Mr.Hyde nel Dr.Jeckyll e se – come per l’alcool ed il tabacco- riuscirà a limitarne l’abuso speculativo a pochi irriducibili.

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