1 Flares 1 Flares ×

Il Direttore Generale della Banca d’Italia, Fabrizio Saccomanni, è intervenuto qualche giorno fa alla presentazione del Rapporto sull’Economia della Toscana, per trattare un tema di estremo interesse che riguarda tutta l’Italia: la possibilità di ottenere contemporaneamente sia crescita che consolidamento fiscale. Come ben sapete, l’Italia ha necessità di raggiungere due obiettivi che sono (o almeno sembrano) diametralmente opposti: la crescita — che richiederebbe una minore tassazione ed una maggiore spesa pubblica — e la riduzione del debito pubblico — che richiederebbe l’esatto contrario: meno spese e tasse più elevate.

In realtà, la via che combina riduzione della spesa pubblica e crescita ci sarebbe, e in estrema sintesi risiede in aumento (giudicato largamente possibile) dell’efficienza della spesa pubblica — che non vuol dire semplicemente “tagliare a pioggia” come è stato finora, ma ridurre i costi “non necessari” ed aumentare al contempo gli investimenti che generano una ricaduta importante (es. infrastrutture). Ad esempio, appaiono bocciate le Provincie, soprattutto le “nuove Provincie”, ma in generale Saccomanni lascia intendere che sono i costi della politica i primi a dover essere messi sotto la lente: in Italia ci sono 110.000 consiglieri comunali, 28.000 assessori e 6.000 vice-sindaci, 3.000 consiglieri provinciali e circa 800 assessori provinciali. Forse un po’ troppi.

[nota: i grassetti sono nostri]

E’ diffusa […] la convinzione che il risanamento delle finanze pubbliche vada a detrimento della crescita e che questa non possa fare a meno dello stimolo del  deficit  spending, ossia della spesa finanziata da maggior debito. Queste convinzioni non sono  fondate e comunque queste strade non sono più percorribili. Bisogna dunque trovare il   modo per conciliare il risanamento e lo sviluppo; questi, in realtà, possono interagire in un meccanismo virtuoso che è indispensabile riattivare.

[…]

Per ridurre la spesa in modo permanente e credibile è necessario rafforzare metodi  e strumenti di controllo. Se non si interviene sulle prassi e sulle norme che regolano  l’attività delle Amministrazioni pubbliche vi è il rischio che i risparmi non siano  strutturali. Tagli non selettivi, come già sperimentato nei primi anni 2000, colpiscono allo stesso modo le spese produttive e quelle  improduttive, con effetti particolarmente  dannosi in un momento in cui è necessario sostenere la ripresa dell’attività economica.  È opportuno adesso procedere con tagli selettivi; i tagli vanno individuati sulla base  di analisi approfondite dei meccanismi che regolano le singole voci di spesa, studiandone  le procedure, le norme, le consuetudini. Queste analisi prendono il nome di  spending  review.

Dal 2007 analisi di spending review  sono state condotte da parte della Commissione tecnica per la finanza pubblica e della Ragioneria generale dello Stato. Queste analisi  mostrano che vi sono ampi margini di risparmio in molti comparti di spesa. Ai risparmi di spesa potranno concorrere iniziative concrete per razionalizzare la presenza delle  amministrazioni statali sul territorio, per responsabilizzare i dirigenti e per introdurre sistemi di valutazione volti a premiare i dipendenti più meritevoli. Sinora le analisi sulla spesa sono state fatte solo con riferimento alle Amministrazioni centrali. Sarebbe opportuno estenderle anche agli enti delle amministrazioni locali.

[…]

Ridurre la spesa non è facile. Ogni azione di contenimento della spesa pubblica  presenta difficoltà politiche e tecniche; si scontra con prassi consolidate e interessi  specifici. Il controllo della spesa può dare risultati solo se il Governo la sostiene: non esistono soluzioni tecniche neutrali prive di costi per qualche categoria. L’esperienza recente di altri paesi, come la Germania, indica tuttavia che è possibile ottenere sostanziosi risparmi di spesa senza compromettere il conseguimento degli obiettivi fondamentali dell’azione pubblica.

[…]

Una questione aperta riguarda, come è noto, le Province. Abbiamo condotto in Banca studi sull’esperienza delle nuove Province create a metà degli anni novanta, per  analizzare gli effetti sul territorio della frammentazione territoriale di un livello di  governo.

La nascita dei nuovi enti ha consentito di studiare il legame tra l’accresciuto  frazionamento territoriale e gli eventuali benefici in termini di sviluppo economico, di  capitale umano, di infrastrutture stradali. Risultati preliminari suggeriscono che questo  ulteriore frazionamento del territorio non sembra aver generato benefici tangibili per la collettività.

L’esigenza di disporre di strutture che  agiscano a un livello intermedio tra la Regione e i Comuni è in alcuni casi indubbia, soprattutto in presenza di un elevato numero di Comuni di piccole  dimensioni. Ci si deve chiedere, però, se tale esigenza debba essere soddisfatta necessariamente con enti dotati di organi elettivi.

Un contributo al contenimento della spesa pubblica potrebbe derivare da una riduzione dei costi di funzionamento delle  istituzioni rappresentative, attraverso uno  snellimento del numero di componenti degli  organi elettivi (consigli e giunte) e dei  relativi apparati burocratici. Attualmente, gli 8.100 Comuni italiani contano nel  complesso poco meno di 110.000 consiglieri, 28.000 assessori e 6.000 cariche di  vicesindaco; le Province contano poco meno di 3.000 consiglieri e circa 800 assessori. Il  numero dei consiglieri è stabilito per legge in proporzione alla dimensione della
popolazione; il numero degli assessori è fissato in proporzione a quello dei consiglieri, entro un numero massimo stabilito per legge.

[…]

Nel perseguire il consolidamento delle finanze pubbliche sarà importante che gli interventi sulle spese penalizzino il meno possibile le voci che più possono contribuire a sostenere la crescita economica, quali le spese per le infrastrutture. La dotazione di infrastrutture è fattore fondamentale del potenziale di crescita di un’economia.  Su questo tema abbiamo condotto in Banca d’Italia una ricerca, pubblicata lo scorso aprile in un volume intitolato “Le infrastrutture in Italia: dotazioni, programmazione, realizzazione”. […] Nel confronto europeo l’Italia presenta una dotazione di infrastrutture inferiore rispetto ai principali paesi europei, in particolare rispetto alla Germania e al Regno Unito. Alla minore dotazione fisica di infrastrutture non ha fatto tuttavia riscontro negli scorsi decenni una spese pubblica per investimenti inferiore.

Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

 

Comments are closed.