I dollari all’estero proteggono i consumatori USA dall’inflazione?

Un paper di ricerca (di Alessandro Calza e Andrea Zaghini) analizza gli effetti della circolazione dei dollari all’estero sui “costi sociali” dell’inflazione per i consumatori americani. Le conclusioni sono molto interessanti, perché vi sarebbe una forma di “protezione” dei consumatori americani.

La Federal Reserve stima che circa il 40% dei dollari USA siano circolanti all’estero: una percentuale molto elevata raggiunta grazie al fatto che il dollaro si è affermato nel tempo come moneta per gli scambi internazionali. Questa “posizione” però, porta delle conseguenze interessanti che possono essere sintetizzate con il fatto che i consumatori USA stanno sempre un po’ meglio di quanto le statistiche facciano apparire.

Gli effetti della circolazione di dollari all’estero sarebbero infatti soprattutto due:

  • La domanda di moneta da parte dei residenti americani è sistematicamente sovra-stimata
  • Vi è un “trasferimento di risorse” dall’estero, conseguente agli effetti dell’inflazione sulla moneta detenuta dai non residenti

 

Applicando la metodologia tradizionale di Bailey e Friedman all’aggregato M1 depurato per il circolante detenuto all’estero, lo studio propone una valutazione dei costi sociali dell’inflazione negli Stati Uniti. Tali costi sono imputabili alla rinuncia ai servizi forniti dalla moneta nel facilitare gli scambi quando cresce il costo opportunità della sua detenzione, rappresentato dal tasso di interesse nominale.

I costi sociali dell’inflazione per i cittadini statunitensi risulterebbero significativamente minori rispetto a quelli ottenuti dalle stime presenti in letteratura, che non considerano la componente estera. Inoltre il trasferimento di risorse dall’estero fa si che il costo sociale sia minimizzato in corrispondenza di un livello positivo dell’inflazione (e quindi del tasso di interesse nominale), contrariamente a quanto postulato dalla regola aurea di Friedman, che suggerisce di mantenere il tasso di interesse nominale a zero. A titolo di confronto, la riduzione a zero dell’inflazione da un livello del 10 per cento, indurrebbe un beneficio sociale dello 0,1 per cento del PIL, contro stime precedenti comprese tra lo 0,3 e il 3 per cento.

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Dal 1° luglio 2011 in vigore la nuova tassazione dei fondi comuni

Dal 1° luglio entrerà in vigore la nuova tassazione dei fondi comuni di investimento (di “diritto italiano”).  Anima Sgr ha realizzato un utile vademecum, che he spiega in modo approfondito e con esempi pratici cosa cambia per il cliente con la nuova tassazione per i fondi comuni italiani che passa dal “maturato” al “realizzato”.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=8KxYUMXUf04[/youtube]

Entrerà in vigore il 1° luglio 2011 la nuova modalità di tassazione dei fondi comuni di diritto italiano. Che cosa cambia per i risparmiatori?

Partiamo con un minimo di teoria, per vedere poi un esempio pratico.

La tassazione dei fondi rimane invariata e pari al 12,5% dei guadagni in conto capitale e sui proventi distribuiti, come le cedole.

Cambia però la modalità di applicazione dell’imposta, con il passaggio da un sistema di tassazione “sul maturato” e in capo al fondo ad uno “sul realizzato”, lo stesso sistema già in vigore per i fondi esteri armonizzati, come le Sicav.

Con il nuovo sistema, gli investitori pagheranno l’imposta sulle plusvalenze solo nel momento in cui realizzeranno queste plusvalenze, cioè quando effettueranno un’operazione di rimborso, liquidazione o cessione delle quote del fondo e non, come avviene oggi, un po’ tutti i giorni implicitamente nel valore della quota.

Il nuovo sistema potrà avvantaggiare chi deterrà un fondo molto a lungo: infatti gli utili maturati nel corso del tempo e non tassati potranno generare ulteriori rendimenti.

 

Veniamo alla pratica…

Consideriamo un investitore, Mario Rossi, che abbia sottoscritto 1.000 quote di Anima Fondo Trading il 1° dicembre 2010. Ipotizziamo in primo luogo che Mario Rossi decida di rimborsare le sue 1.000 quote il 18/05/2011, ad una valore quota pari a 13,84€. A questa data è ancora in vigore il vecchio regime fiscale e l’investitore non si vedrà applicata la ritenuta fiscale in quanto il valore della quota del fondo è già espresso al netto dell’imposta sostitutiva.

Mario Rossi riceverà dunque 13.832€, un importo dato da:

1.000 quote * 13,84€ – 8€ di diritto fisso

 

Ipotizziamo ora che al 30 giugno 2011 il valore quota di anima Fondo Trading sia pari a 13,00€ . Questo valore è il primo costo medio ponderato e diventa il riferimento per l’applicazione dell’aliquota. Il CMP sarà successivamente aggiornato ad ogni nuova sottoscrizione o versamento.

 

Dopo il 30 giugno 2011, Mario Rossi decide di rimborsare le quote del fondo.

 

Se la quota al rimborso sarà superiore al costo medio ponderato, per esempio 13,50 euro contro i 13,00 euro del 30 giugno, Mario Rossi otterrà un provento dato dalla differenza positiva tra il valore quota del rimborso e il suo costo medio ponderato ai fini fiscali:

(13,50€ – 13,00€) *1.000 quote = 500€ .

Questa differenza positiva costituisce un reddito da capitale, su cui la Sgr applicherà la ritenuta fiscale del 12,50% (62,5 euro).

Mario Rossi riceverà quindi 13.429,50€:

1.000 quote *13,50€ – 62,5 euro di ritenuta fiscale – 8€ di diritto fisso.

 

Al cliente è riconosciuta anche una minusvalenza pari all’importo di commissioni e diritti fissi, in questo caso 8€. La minusvalenza costituisce un reddito diverso e potrà essere portata a compensazione di altri redditi diversi positivi, quelli ad esempio che si ottengono quando si vende un titolo azionario o obbligazionario ad un prezzo superiore a quello di acquisto all’interno di un deposito in regime di risparmio  amministrato.

 

Attenzione: le minusvalenze da redditi diversi non possono essere utilizzate per diminuire il reddito di capitale.

Tornando al nostro esempio, cosa succede se il prezzo di rimborso delle quote è inferiore al costo medio ponderato?

Se la quota al rimborso è per esempio 12,50 euro contro i 13,00 euro del 30/6, Mario Rossi otterrà una perdita data dalla differenza negativa tra il valore quota del rimborso e il suo costo medio ponderato ai fini fiscali:

(12,50€ – 13,00€) *1.000 quote = – 500€ .

Questa minusvalenza costituisce un reddito diverso.

Nessuna ritenuta fiscale sarà applicata a Mario Rossi, che riceverà quindi 12.492,00 n. 1.000 quote * 12.50 euro – 8 euro di diritto fisso

 

Anche le commissioni e diritti fissi generano una minusvalenza, che si somma alla differenza negativa tra prezzo di vendita e costo medio ponderato. Mario Rossi registrerà una minusvalenza di 508€, che potrà essere portata a compensazione di altri redditi diversi positivi, quelli ad esempio che si ottengono quando si vende un titolo azionario o obbligazionario ad un prezzo superiore a quello di acquisto all’interno di deposito in regime di risparmio  amministrato.

 

 

Basilea 3: le questioni ancora aperte

Nei giorni scorsi il Direttore Centrale per la Vigilanza Bancaria e Finanziaria della Banca d’Italia, Stefano Mieli  è intervenuto al convegno dell’Associazione Bancaria Italiana dedicato a Basilea 3. Ci sembra interessante riprendere qualche passaggio dell’intervento che, anche se tratta temi che abbiamo già discusso più volte, è utile per sottolineare alcuni temi interessanti, anche per riassumere quelli che sono le questioni aperte.

[…]

La revisione da parte del Comitato di Basilea del vigente regime di adeguatezza  patrimoniale delle banche rappresenta l’intervento di maggiore portata. Le nuove  regole (Basilea 3), che sono state oggetto di un’ampia consultazione con  l’industria bancaria e affiancate da articolate analisi d’impatto, sono state pubblicate in via definitiva lo scorso dicembre. Esse toccano tutte le principali variabili che governano l’operatività bancaria: i rischi, il capitale, la leva  finanziaria, l’equilibrio di bilancio tra attivo e passivo.

[…]

La definizione delle regole di Basilea 3 non esaurisce  gli interventi regolamentari in risposta alla crisi. Sono diversi i temi ancora aperti su scala globale; anche su di essi sarà essenziale il confronto con l’industria bancaria.

Innanzitutto, il trattamento prudenziale dei rischi posti dalle istituzioni sistemicamente  rilevanti (systemically important financial institutions, SIFI). Questi operatori – spesso  cross-border  e di dimensioni molto elevate rispetto alle capacità di intervento dei governi dei paesi d’origine – hanno contribuito a rendere più gravi gli effetti della crisi. Il FSB si è impegnato a presentare al G20 del prossimo novembre raccomandazioni. L’obiettivo di fondo è di definire un framework istituzionale e regolamentare in cui sia rafforzata la capacità di tali intermediari di assorbire le perdite. Tema non meno controverso è quello della gestione delle crisi di tali operatori, considerato il rilevante impatto sulle finanze pubbliche nazionali. I principi e le  raccomandazioni pubblicate dal FSB lo scorso novembre richiedono che ogni paese si doti di un quadro istituzionale che consenta la liquidazione ordinata di un intermediario sistemico.

I regolatori internazionali stanno lavorando intensamente anche sul tema del cosiddetto “sistema bancario ombra” (shadow banking). Il G20 ha sottolineato come, in particolare in alcune giurisdizioni, attività e intermediari non bancari con possibile rilevanza sistemica avessero potuto svilupparsi in zone non regolamentate del sistema finanziario. Lo  shadow banking  ha favorito un aumento eccessivo della leva finanziaria e  di rischi che si sono poi riversati anche su intermediari vigilati, richiedendo l’attivazione della safety net pubblica. Un grado inadeguato di conoscenza, valutazione e contenimento dei rischi posti da tali intermediari vanificherebbe gli interventi di riforma realizzati sugli altri tasselli del sistema finanziario, oltre  che determinare un piano di gioco non livellato e favorire arbitraggi regolamentari. Da sempre, nelle fasi – come quella attuale – in cui le regole sulle banche tendono a divenire più stringenti, risultano maggiori gli incentivi a spostare i rischi su componenti meno regolamentate del sistema finanziario. Un attento controllo di tutti i soggetti che possono generare rischi di natura sistemica diventa dunque cruciale.

Si stanno compiendo significativi progressi anche in tema di derivati OTC, la cui riforma è ispirata ai principi-cardine  della trasparenza e della riduzione del rischio sistemico: standardizzazione dei  contratti, compensazione centralizzata, più severi requisiti di capitale e obbligo di raccolta delle informazioni presso i trade repositories sono tra gli elementi più significativi delle iniziative in corso. Sarà molto importante garantire anche  un adeguato grado di controllo sugli operatori presso i quali sarà centralizzata l’operatività in derivati, considerato il ruolo centrale che essi sono destinati  a ricoprire nel sistema finanziario internazionale. Rimane, sullo sfondo, la questione di come conciliare regolamentazione e innovazione finanziaria.

Su altre questioni, pure rilevanti, si  sta lavorando non meno intensamente. Ne vorrei citare solo una, che continuo a  ritenere cruciale per una corretta applicazione del più ampio framework regolamentare: l’interrelazione tra regole prudenziali e principi contabili. L’esperienza della crisi ha mostrato la rilevanza dell’impatto che questi ultimi possono avere sulla stabilità sistemica. Le autorità di regolamentazione finanziaria stanno compiendo gli sforzi necessari per favorire la convergenza tra i principi  contabili europei (IAS/IFRS) e quelli statunitensi (U.S. GAAP); l’ambito di applicazione del fair value e le modalità di determinazione degli accantonamenti a fronte del rischio di credito sono tra i principali temi all’attenzione. È una sfida tanto ambiziosa quanto delicata, da cui dipende la possibilità di conseguire pienamente i benefici attesi dalla riforma prudenziale.

A valle di tutto, rimane cruciale la cooperazione tra autorità, per far sì che sia mantenuto un “campo di gioco” realmente livellato. Tutti devono fare la propria parte. Le autorità devono  assicurare un recepimento fedele dei principi internazionali. Le banche, come ha ricordato il Governatore Draghi lo scorso 31 maggio, “non possono chiedere regole  comuni per assicurare un terreno uniforme di gioco a livello internazionale e, al contempo, cercare vantaggi competitivi tramite applicazioni meno rigide a livello nazionale”.

[…]

Le analisi d’impatto condotte dalle autorità  internazionali (tra le quali il Quantitative Impact Study, QIS) hanno mostrato che gli effetti, in termini di fabbisogno di capitale e di liquidità, non saranno trascurabili ma che i benefici attesi derivanti da una maggiore stabilità del sistema e, dunque, da una minore probabilità di crisi finanziarie potrebbero superare in misura rilevante i costi di
adeguamento
. Quanto all’impatto sui diversi modelli di  business, le evidenze sinora raccolte indicano che  – a fronte di un effetto  generale derivante dai più severi criteri di computabilità degli strumenti di capitale – l’inasprimento delle attività di rischio riguarderebbe soprattutto le banche operanti in misura significativa nel comparto dei derivati e della finanza innovativa.

[…]

Nel complesso, il percorso sinora tracciato dalla riforma è molto chiaro. È fondamentale che le banche italiane proseguano, anche attraverso il confronto con la Vigilanza, nell’analisi della propria situazione patrimoniale e di liquidità, così da definire per tempo il sentiero di avvicinamento  ai nuovi standard prudenziali.

Rimane aperta la sfida che il nuovo contesto regolamentare pone alla redditività bancaria.

[…]

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Quali alternative all’innalzamento dell’età pensionabile?

È tornato in primo piano il tema dell’innalzamento dell’età pensionabile, sul quale ci sono (comprensibili) resistenze da parte di chi invece vorrebbe che il limite rimanesse immutato. Eppure la domanda che viene da farsi è se ci possano essere alternative all’innalzamento dell’età. Non tanto e soltanto “per fare tornare i conti”, ma per un problema strettamente demografico legato al fatto che l’aspettativa di vita è in continuo aumento — peraltro, l’Italia è il terzo paese al mondo per aspettativa di vita, dopo Andorra e Giappone.

Per un nato nel 1930 (quindi pensionato tra gli anni ‘80 e ‘90) l’aspettativa di vita era di 54 anni, e questo valore è andato a crescere in modo costante: un nato nel 1960 ha un’aspettativa di vita di 69,1 anni, e un nato nel 2009 di 81,4 anni.

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Aggiungiamo anche un altro dato: in Italia nel 2010 la speranza di vita a 65 anni (cioè il numero di anni di aspettativa media di vita per una persona che nel 2010 aveva 65 anni), è di 18,3 per gli uomini e 21,9 per le donne.

È intuitivo che questo aumento della durata della vita ha come effetto collaterale l’allungarsi del tempo in cui uno è in pensione, cui si aggiunge anche la diminuzione relativa dei lavoratori, rispetto al totale dei pensionati, e quindi la domanda diventa inevitabilmente come possa essere sostenibile il sistema pensionistico senza una revisione.

Non basta, secondo noi, dire “no” all’aumento dell’età pensionabile, ma serve proporre soluzioni concrete perché il sistema sia sostenibile (aumentare i contributi), altrimenti il rischio è quello solo di continuare a passare il cerino acceso alle “generazioni” future (virgolettiamo perché non stiamo parlando di chi andrà in pensione tra 20 anni, ma ben prima…). Sperando che siano soluzioni diverse da quella, provocatoria, propostaci da un lettore via mail:

Cari amici di banknoise.com,

[…] Per quanto riguarda il problema delle pensioni in Italia, la soluzione è semplice: incentivare il fumo! I fumatori hanno una vita media più breve, quindi stanno in pensione meno tempo. Poi spendono un sacco di soldi in sigarette, su cui ci sono un sacco di tasse, che alla fine costituiscono un buon ingresso per le casse dello Stato. Certo, si può dire che ci sono dei costi sanitari perché poi i fumatori si ammalano, ma questo è colpa del fatto che i fumatori sono troppo pochi. Se fossero di più, ci potrebbero essere delle economie di scala nelle cure.

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La crisi greca fa schizzare in alto il rendimento dei BOT

I timori di contagio della crisi greca si fanno sentire anche nelle ultime aste dei Titoli di Stato italiani, con il rendimento dei BOT semestrali che è letteralmente schizzato verso l’alto, a 1,988%, contro 1,657% dell’asta del mese scorso. Per la verità, in questo valore è anche “incorporata” l’attesa di un imminente aumento dei tassi di riferimento da parte della BCE, ma resta il fatto che il “premio di rischio” richiesto dai mercati appare aumentato: significativo in questo senso anche l’aumento dello spread tra BTP e bund tedeschi, che ieri ha superato i 220 punti base. Un valore elevato, ma che — per essere contestualizzato — rimane comunque inferiore ai 283 della Spagna (senza parlare dei +934 dell’Irlanda e dei +1400 della Grecia).

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Per chiudere, ecco una tabella degli spread dei titoli di stato a 10 anni dei principali Paesi, ed il relativo spread rispetto ai bund tedeschi.

 

Paese Rendimento Spread vs Bund
Germany 2,90%
Greece 16,89% 14,00
Ireland 12,23% 9,34
Portugal 11,94% 9,04
Spain 5,72% 2,83
Australia 5,07% 2,17
Italy 5,02% 2,13
New Zealand 4,96% 2,07
Belgium 4,21% 1,31
Austria 3,46% 0,57
France 3,45% 0,55
Netherlands 3,26% 0,36
Finland 3,25% 0,36
UK 3,16% 0,27
Denmark 2,92% 0,02
Canada 2,91% 0,01
US 2,89% -0,01
Sweden 2,79% -0,10
Switzerland 1,66% -1,24
Japan 1,10% -1,79

fonte dei dati: FT.com

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Un paese “piccolo” come la Grecia può veramente affondare l’Europa?

La preoccupazione per la crisi dei conti della Grecia è ampiamente diffusa. Secondo qualcuno però i timori sono fin troppo elevati, dato che in realtà la “dimensione” dell’economia greca è piuttosto ridotta, e quindi il suo peso a livello economico sull’Europa. Un paese piccolo può davvero innescare una crisi mondiale, come qualcuno teme? Armando Carcaterra di Anima Sgr approfondisce la questione.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=HiVQ4SIoavc[/youtube]

 

D1. Oggi gli occhi della finanza mondiale sono puntati sulla Grecia. Ma non è un’attenzione sproporzionata?

In effetti la Grecia è un piccolo paese, il cui PIL vale il 2,5% di quello europeo. Tuttavia sembra che le sue sorti tengano sotto scacco l’intera finanza mondiale. I mercati reagiscono ormai a onde emotive profonde prima ancora che a ragionamenti razionali. E, da molti mesi, l’atteggiamento prevalente dei mercati sembra incline al pessimismo.

La crisi si era manifestata nell’autunno del 2009 quando il nuovo governo greco aveva rivelato che i dati del suo disavanzo pubblico erano falsi e che in realtà erano tre volte più ampi.

Ciò ha generato sui mercati un’ondata speculativa che, se l’Europa avesse avuto la volontà politica, avrebbe potuto rapidamente arginare. L’Unione Europea era, però, paralizzata dalle clausole del Trattato di Maastricht ed era frenata dalla riluttanza tedesca ad effettuare qualunque tipo di salvataggio nell’Eurozona: nei mercati si è insinuato quindi il dubbio che ci fosse qualcosa di sbagliato nell’euro. Così la crisi della Grecia si è trasformata nella crisi di credibilità della Moneta Unica.

 

 

D2. E se la Grecia fosse rimasta fuori dall’euro?

In tal caso la crisi greca sarebbe rimasta un caso isolato, grave certamente, ma non necessariamente contagioso per gli altri paesi. Il Paese avrebbe potuto svalutare la propria moneta con il duplice effetto di ridurre il valore esterno del debito e di rilanciare le proprie esportazioni sostenendo la crescita del Pil. Poiché la sostenibilità del debito è misurata dal rapporto tra debito e Pil, la riduzione del valore del debito e l’aumento del Pil avrebbero insieme contribuito ad accelerare il risanamento.

Con l’euro invece c’erano solo 3 strade da percorrere:

 

  1. salvare la Grecia, finanziando il salvataggio con risorse europee;
  2. mantenere la Grecia nell’euro e gestirne in modo ordinato il “default” (cioè concordare con i creditori tagli al valore di rimborso dei titoli);
  3. lasciare uscire la Grecia dall’euro e abbandonarla al suo destino.

 

 

D3. Quale strada è stata scelta?

Un anno fa l’Europa aveva scelto la prima via, decidendo di concedere un prestito di 110 miliardi alla Grecia e varando un fondo di salvataggio per gli altri paesi nel frattempo contagiati (Irlanda e Portogallo). Oggi è chiaro che quel piano non ha funzionato ed i governi europei stanno discutendo come gestire un “default” della Grecia. I mercati intanto sono inclini al pessimismo e temono che, alla fine, prenda il sopravvento la terza opzione: l’uscita della Grecia dall’euro.

La rottura dell’euro sarebbe però un evento traumatico senza precedenti e questo varrebbe per il mondo intero. Sicuramente a soffrirne di più sarebbe la Grecia, perché i capitali fuggirebbero e si potrebbe materializzare il fallimento delle sue banche. Il contagio ad altri paesi europei periferici diventerebbe irresistibile e spingerebbe anche altri paesi fuori dalla moneta unica, con la conseguente deflagrazione di una crisi bancaria non solo nei paesi che escono dall’euro, ma anche nei paesi forti, come Germania e Francia, le cui banche sono pure fortemente esposte sui titoli di Stato di Paesi periferici. I capitali in fuga dai Paesi deboli si riverserebbero in gran parte sui “mercati rifugio” (in primo luogo i titoli tedeschi e americani) provocando un fortissimo apprezzamento del loro cambio, che ne strozzerebbe le esportazioni e la crescita economica. È inoltre difficile immaginare che le banche americane possano rimanere immuni da uno shock di queste proporzioni. Le onde lunghe della crisi potrebbero attraversare l’Atlantico e forse anche il Pacifico.

Parafrasando Keynes: mai come oggi la stabilità dei mercati può dipendere dal “semplice battito d’ali di una farfalla”. Greca questa volta.

 

La riforma delle Banche Popolari

Nei giorni scorsi il Vice Direttore Generale della Banca d’Italia Anna Maria Tarantola è stata sentita dalla Commissione Finanze e Tesoro del Senato, per discutere del disegno di legge di riforma delle banche popolari.

Dato che forse non tutti sanno “che cos’è” una banca popolare, vale forse la pena una piccola digressione per chiarire il concetto.  Le banche popolari una tipologia di banca cooperativa,  costituite in forma di società cooperativa per azioni a responsabilità limitata. Rispetto alle banche costituite in forma di società per azioni alcune delle differenze principali stanno nel fatto che nessun socio può avere più dello 0,5% del capitale, e ciascun socio ha diritto ad un voto, a prescindere dal numero di azioni possedute. Rispetto alle banche di credito cooperativo (che rientrano  comunque ne lla stessa famiglia delle banche popolari) vi sono requisiti e limitazioni patrimoniali leggermente diverse, ma il fatto forse più significativo è che “le banche di credito cooperativo esercitano il credito prevalentemente a favore dei soci” (art. 35 del Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia).

Si intuisce quindi meglio da dove viene la necessità di una riforma: le banche popolari si sono molto sviluppate rispetto al tempo in cui la relativa legislazione è stata concepita. Nate per rivolgersi a mercati locali, oggi vi sono diverse banche popolari che sono di dimensioni decisamente grandi ed operano in contesti internazionali.

In sostanza, il problema che si pone per le banche popolari è che le nuove norme di Basilea 3 limitano la possibilità per le banche di utilizzare strumenti ibridi e subordinati, oppure computare ai fini dei calcoli di solidità anche patrimonio di terzi (strada percorsa da alcuni gruppi con struttura “federale”), e spostano il peso sulle azioni. Che però, nel caso delle banche popolari, non comportano diritto di voto.

In Italia sono autorizzate a operare 37 banche popolari; 16 sono a capo di gruppi bancari; 7 popolari sono quotate in borsa, con una capitalizzazione di circa 12 miliardi, il 14 per cento del totale del valore di borsa delle banche quotate. Nei dodici mesi terminanti alla fine di maggio di quest’anno la capitalizzazione delle popolari quotate è diminuita del 15 per cento; si tratta di una contrazione più ampia di quella registrata dalle altre banche, pari al 6 per cento.

Alla fine del 2010 alle banche popolari faceva capo il 20,7 per cento dell’attivo del sistema bancario, contro il 17,1 per cento del 2000. La concentrazione delle attività presso gli operatori di maggiori dimensioni è aumentata rispetto al passato: le prime tre banche popolari detenevano il 59 per cento dell’attivo della categoria (41 per cento nel 2000), le prime cinque il 74 per cento (59 per cento nel 2000).

[…]

Il coefficiente patrimoniale complessivo risulta inferiore alla media del sistema (11,2 per cento alla fine del 2010, contro 12,4 per cento); i ratios patrimoniali risultano differenziati all’interno della categoria, con valori più elevati per le popolari non quotate (13,3 contro 10,6 per cento). Il core tier 1 ratio è pari al 7,3 per cento (6,6 per cento per le quotate, 10 per le non quotate), a fronte dell’8,3 per cento medio per il sistema. Per alcuni intermediari un rafforzamento patrimoniale deriverà dagli aumenti di capitale realizzati o annunciati quest’anno.

In questi anni difficili le popolari, al pari delle banche di credito cooperativo, hanno assicurato il loro sostegno all’economia. Nel 2009 i prestiti concessi dall’insieme delle banche popolari e di quelle appartenenti a gruppi con a capo una banca popolare sono aumentati di poco meno del 2 per cento, a fronte di una contrazione dello 0,7 del totale di quelli erogati dall’intero sistema bancario. Più intensa è stata anche la ripresa dei prestiti nel 2010 (5,5 per cento a fronte del 2,8). Le differenze sono più ampie se si considerano solamente i prestiti alle imprese.

[…]

Recenti analisi empiriche svolte sui principali paesi europei (eseguite nel 2010 dal Centre for European Policy Studies1) forniscono utili indicazioni in proposito. I punti di forza delle banche cooperative – maggiore stabilità rispetto a quelle lucrative, in particolare per la minor rischiosità del loro attivo, che compensa una minore redditività – si affievoliscono nel caso di banche cooperative quotate, il cui modello operativo è più simile a quello di una S.p.A. Situazioni che ricorrono in particolare in Italia e in Francia.

Nel caso di banche di ampie dimensioni, quotate in borsa, assumono particolare rilievo talune previsioni dell’attuale quadro normativo: stringenti limiti al possesso azionario, inderogabilità del voto capitario, facoltà di ricorrere a clausole di gradimento e vincoli alla rappresentanza in assemblea. Queste previsioni possono disincentivare la partecipazione dei soci alla vita aziendale, ridurre la capacità di controllo sulle condotte manageriali, favorire situazioni di autoreferenzialità dei vertici aziendali.

[…]

Più in generale, in presenza di un’ampia varietà di operatori, è opportuno chiedersi se regole indifferenziate siano ancora adeguate ad assicurare un funzionamento efficiente del mondo delle popolari.

[…]

Le linee di intervento suggerite si muovono nella logica di contemperare le esigenze di maggior controllo sul management e di rafforzamento patrimoniale con i tratti essenziali del modello cooperativo. Esse si articolano nei punti seguenti.

a) Innalzamento dei limiti al possesso azionario

La Banca d’Italia condivide la necessità di elevare i limiti al possesso azionario, soprattutto per le popolari quotate. Per tener conto delle diverse esigenze e caratteristiche dimensionali, potrebbe essere rimessa allo statuto la definizione del limite, entro un range indicato dalla legge (ad esempio, dal minimo dello 0,5 per cento attualmente previsto dal TUB sino a un massimo del 3 per cento). Maggiori possibilità di possesso azionario andrebbero riconosciute agli investitori istituzionali, per i quali potrebbe essere opportuno fissare per legge un limite – inderogabile – più elevato di quello massimo previsto per le altre categorie di azionisti.

b) Ruolo degli investitori istituzionali

Per garantire condizioni più agevoli di sostegno patrimoniale non basta elevare i limiti all’investimento; è anche necessario riconoscere agli investitori strumenti idonei a proteggere il valore del capitale da essi apportato. Gli investitori istituzionali interessati a risultati e strategie di lungo periodo hanno adeguati incentivi a partecipare alla vita societaria. Siamo quindi favorevoli alle proposte di riservare loro la nomina di uno o più esponenti degli organi di amministrazione e controllo della banca. Ne risulterebbe rafforzata la capacità di stimolo e monitoraggio sull’operato del management, creando condizioni di maggiore dialettica e confronto all’interno degli organi di amministrazione. Si instaurerebbe un circolo virtuoso tra incentivi ad una maggiore partecipazione al capitale e più ampie possibilità di voice nella banca.

c) Trasferibilità e clausole di gradimento

Condividiamo altresì la considerazione, contenuta in alcuni disegni di legge, che un ulteriore stimolo all’ingresso di nuovi capitali potrebbe derivare dalla definitiva affermazione della libera trasferibilità delle azioni e da una semplificazione dell’iter procedurale di ammissione a socio. Una soluzione tecnica potrebbe essere quella di prevedere un meccanismo di silenzio-assenso.

d) Trasformazioni delle popolari in S.p.A.

Non siamo contrari alle proposte che permettono la trasformazione volontaria da banca popolare a società per azioni (ora possibile solo per finalità di vigilanza), soprattutto nel caso di banche popolari grandi e quotate. Si tratta in pratica di ammettere la possibilità di trasformazione in S.p.A. come previsto dal codice civile per la generalità delle cooperative; in tal caso andrebbero modificati gli attuali quorum che non tengono conto della numerosità della compagine proprietaria delle popolari.

e) Partecipazione degli azionisti alle assemblee

Un profilo critico rilevato anche dalle nostre analisi è la scarsa partecipazione dei soci in assemblea. Si tratta di un tema comune a tutte le società con azionariato diffuso. I rimedi che si possono attivare sono diversi. Può essere accresciuta la possibilità per un socio di farsi rappresentare attraverso il conferimento di una delega; come già osservato in precedenza, i progressi sin qui conseguiti a legislazione vigente sono positivi ma parziali. Siamo consapevoli che la categoria teme che attraverso l’aumento delle deleghe si possa determinare il rischio che gruppi organizzati, guidati da obiettivi meta-economici, possano prevalere in assemblea; d’altro canto, occorre tenere presente la necessità di consentire una maggiore partecipazione degli azionisti alla vita societaria ed evitare il rischio che un gruppo ristretto di soci decida per la moltitudine degli altri, che non sono nella condizione di partecipare all’assemblea, e favorisca la cristallizzazione degli assetti di governo. In questo senso, potrebbe essere opportuno prevedere che lo statuto delle banche popolari si attesti su un numero di deleghe superiore a quello in media rilevato dalle nostre analisi.Un ulteriore strumento condivisibile, proposto in alcuni disegni di legge, è la possibilità di tenere l’assemblea contestualmente in luoghi diversi, attraverso l’utilizzo di mezzi di telecomunicazione; ciò è utile soprattutto quando la base sociale è ampia e ubicata in aree territoriali geograficamente distanti.

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L’uso della tecnologia nelle banche italiane

CIPA (Convenzione Interbancaria per i Problemi dell’Automazione) e ABI hanno pubblicato la seconda parte della “Rilevazione dello stato dell’automazione del sistema creditizio”, che analizza l’impiego delle tecnologie innovative da parte delle banche, sia nei processi interni e che nell’interazione con i clienti. La prima parte era stata pubblicata a luglio 2010, ed esaminava i esaminati i profili economici, organizzativi e di governance dell’IT riferiti all’esercizio economico 2009.

Ci sembra interessante riportare alcuni passi della ricerca, legati in particolare alle tecnologie su cui si investe maggiormente e agli aspetti legati alla sicurezza..

La valutazione richiesta sull’andamento dell’impiego delle tecnologie selezionate nei servizi  bancari, a prescindere dalle scelte di investimento effettuate, vede un trend in aumento per il
mobile e la business intelligence (citate dall’82% circa dei gruppi), seguite da web conferencing e  da green IT .

[…]

Il 32% circa dei gruppi bancari ha già avviato una sperimentazione sull’utilizzo di applicazioni di social networking con l’intento di migliorare la comunicazione e la collaborazione negli ambienti di lavoro; nel prossimo biennio la percentuale salirà al 70%. Il  social networking è visto prevalentemente come strategia di comunicazione, sia all’interno che all’esterno dell’azienda, e come strumento di ampliamento del target, di fidelizzazione e rafforzamento del marchio verso la clientela esterna, soprattutto giovane (per il 60% dei gruppi, nella proiezione del biennio).

[…]

Le tecnologie prese ad esame non influenzano in eguale misura i canali di contatto con la clientela. L’impiego prevalente è per lo sviluppo di applicazioni  mobile, di  business intelligence (55% del campione) e tecnologie web 2.0 (45%) con riferimento ai canali internet o mobile banking. Fra le tecnologie infrastrutturali si conferma la prevalenza del VoIP (82%); contenuta ma significativa è l’attenzione alla green IT su tutti i canali, in maniera trasversale. Dal punto di vista organizzativo, gli interventi che abilitano l’impiego delle tecnologie considerate vengono per la maggior parte realizzati all’interno del gruppo.

[…]

Nello sviluppare applicazioni per mettere a disposizione della clientela i servizi bancari su internet o su piattaforma mobile, la facilità di utilizzo dell’applicazione e la facilità di individuazione delle azioni necessarie ad ottenere servizi sono i criteri di accessibilità di cui si tiene maggiormente conto; minore è l’attenzione verso le tecnologie compatibili con l’accessibilità, per lo più implementate a seconda del contesto, e ancora poco diffuso l’utilizzo di tecnologie assistive.

[…]

Lo scenario di rischio mediamente percepito come il più grave dal sistema bancario è l’attacco informatico e il furto o la compromissione delle credenziali per clienti retail. Sia per i gruppi sia per le banche è comune l’associazione dell’autenticazione statica al livello informativo e dell’autenticazione dinamica al livello dispositivo, per l’ovvia necessità di maggiori requisiti di sicurezza a monte delle operazioni dispositive. Non si riscontrano grandi differenze tra conti retail e conti corporate, tranne che nella presenza di autenticazione statica a livello dispositivo, connessa alla diffusione di soluzioni tipo certificato digitale nel mondo corporate.

[…]

Il rischio legato all’utilizzo di una sola credenziale per l’accesso ai servizi della banca viene spesso mitigato introducendo un secondo fattore di autenticazione. Analizzando quali tecnologie vengono impiegate a supporto del doppio fattore, emerge che la tecnologia “OTP via hardware disconnesso” è la più frequentemente adottata dai gruppi per l’autenticazione dei conti sia retail 59%) sia corporate (50%).

Raggruppando le singole opzioni di scelta in cinque “classi tecnologiche” (token, mobile, biometria, carte e sistemi software), appare evidente che il meccanismo del token è quello più utilizzato sia dai gruppi (oltre il 60%, per entrambe le tipologie di conto) che dalle banche (circa il 50%) .

L’utilizzo di un secondo canale, con il quale garantire una maggiore sicurezza nelle transazioni  dispositive, è una soluzione diffusa nel sistema bancario. Attraverso messaggi SMS il 73% circa dei gruppi attiva la notifica al cliente, il 32% circa chiede l’autorizzazione delle operazioni dispositive, per la quale solo il 18% usa il telefono.

Tutti i gruppi e tutte le banche del campione, senza differenze di rilievo, dichiarano di adottare in larga misura le principali iniziative organizzative, tecniche e di sensibilizzazione, individuate per contenere i rischi di frode esterna e frode interna.

Per quanto riguarda i rischi di frode nei confronti della clientela che utilizza servizi telematici, via internet o via  mobile, emerge che una percentuale molto alta sia di gruppi sia di banche ha adottato tutte le iniziative analizzate nell’indagine per quanto riguarda l’internet banking: si va dall’83% circa delle banche che adottano iniziative per illustrare i presidi di sicurezza fino ad arrivare al 95% dei gruppi per quanto riguarda iniziative per elevare la consapevolezza dei rischi per l’utente.

Una percentuale più bassa (57%) si registra  nell’adozione di iniziative per gli utenti  mobile,  ma occorre tener presente che i conti gestiti tramite mobile rappresentano un terzo di quelli gestiti  tramite Internet banking.

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Alcuni grafici sullo stato dell’economia italiana

Dalla pubblicazione “L’economia italiana in breve” della Banca d’Italia riprendiamo un paio di grafici che ci sembrano utili per visualizzare lo stato attuale dell’economia italiana. Il quadro che ne viene fuori è tutto sommato positivo (soprattutto se guardiamo alla produzione industriale e alla tendenza degli ordini), che conferma come sia in corso una ripresa, per quanto debole.

 

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Banca Mediolanum: il conto di deposito InMediolanum

Abbiamo aggiunto alla tabella di confronto dei conti di deposito il conto che Banca Mediolanum ha lanciato da qualche tempo: il conto di deposito InMediolanum. Il conto, come la maggior parte di quelli attivi attualmente, prevede una scadenza “a vista”, cioè in cui i soldi possono essere liberamente versati o prelevati in qualunque momento, così come delle versioni vincolate: nel caso specifico, si tratta di vincoli a 3, 6 e 12 mesi.

Il conto è completamente gratuito, con anche l’imposta di bollo che è a carico della banca.

Per quanto riguarda i rendimenti Il tasso base applicato sul deposito a vista è (come in molti casi) piuttosto modesto: 1,00% lordo (0,730% netto), con capitalizzazione annuale. Più interessanti (scusate il gioco di parole) gli interessi sui depositi vincolati: 1,80% (1,323% netto) sul deposito trimestrale, 2,30% (1,689% netto) su quello semestrale e 3,50% lordo (2,555% netto) sul deposito vincolato a 12 mesi. I tassi sono validi per tutti i vincoli che inizieranno prima del 30 agosto 2011.

Si tratta di rendimenti elevati, rispetto alla media dei conti di deposito, e il confronto naturale viene da farlo con Rendimax vincolato a 365 giorni, che però rende un pelino di più 3,55% lordo, 2,592% netto. La differenza è minima, e viene da domandarsi come mai una banca che lancia un nuovo conto di deposito non punti ad offrire il massimo rendimento del mercato: vedendola dal lato del risparmiatore, la domanda è perché questo dovrebbe scegliere la banca che offre il secondo rendimento più elevato.

In realtà però una piccola (ma importante) differenza c’è, ed è nella rigidità del vincolo: mentre Rendimax prevede un vincolo “rigido”, dove non è possibile ritirare anticipatamente il capitale impegnato, InMediolanum prevede un vincolo molto più leggero: infatti è sempre possibile in qualunque momento “svincolare” i soldi versati, e vedersi comunque riconosciuto il tasso base del deposito non vincolato.

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ABI lancia di nuovo l’allarme su Basilea 3

Ieri si è aperto il convegno organizzato da ABI su Basilea 3, che è stato l’occasione in cui l’Associazione Bancaria Italiana ha lanciato di nuovo il suo allarme sulle nuove regole imposte per le banche dalla normativa “Basilea 3”.

Basilea 3 in sintesi

– innalzamento della qualità del capitale regolamentare per aumentare la capacità delle banche di assorbire le perdite;
– fissazione di più elevati requisiti patrimoniali, il capitale minimo passa dall’8% al 10,5%;
– creazione di buffer anticiclici, risorse patrimoniali in eccesso nelle fasi cicliche espansive a cui poter attingere nei periodi di tensione;
– introduzione di un indice di leva finanziaria (leverage ratio), per contenerne l’indebitamento;
– estensione della copertura dei rischi, in particolare per le attività di trading, le cartolarizzazioni, le esposizioni a veicoli fuori bilancio e al rischio di controparte connesso a strumenti derivati;
– introduzione di due standard globali minimi di liquidità, costituiti dal liquidity coverage ratio focalizzato sul breve periodo e dal net stable funding ratio, indicatore strutturale di più lungo periodo
.

Il timore però è che si crei un’eccessiva rigidità nel credito, che potrebbe finire con il penalizzare le Piccole e Medie Imprese.

Regole sì, ma in sintonia con le esigenze dell’economia reale. Lo chiede l’industria bancaria e lo chiedono anche le imprese. Sono maturi i tempi per un impegno comune per far sì che l’applicazione di Basilea3 sia conforme alla struttura produttiva nazionale ed europea perché così com’è formulata oggi, rischia di provocare penalizzazioni per il sistema produttivo nazionale, già messo a dura prova dalla crisi”.  [Giovanni Sabatini, direttore generale dell’ABI]

Per affrontare il problema, le banche e le imprese italiane hanno proposto l’introduzione di un fattore correttivo, il “PMI Supporting Factor”, da appllicare al calcolo del rischio di credito (associato al comparto PMI delle banche) per compensare l’incremento quantitativo del requisito patrimoniale minimo richiesto dalla direttiva ed evitare, così, il rischio di un restringimento del credito. La proposta nasce anche dalla volontà di correggere una regolamentazione che secondo molti è troppo pensata per le imprese USA e poco per quelle europee:

[…] potrebbe avere un effetto negativo rilevante sulla velocità di ripresa dell’economia, con un diverso impatto tra Europa e Stati Uniti a causa della diversa dipendenza dal credito bancario da parte delle imprese. In particolare, l’impatto sarebbe più significativo per le PMI europee che dipendono in misura maggiore dal credito bancario. Secondo stime dell’ABI, il credito bancario erogato alle imprese, in percentuale del totale, ammonta a circa il 74% nell’Area Euro contro il 24% circa negli Stati Uniti.

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Grecia tra default e riprofilazione del debito: differenze semantiche nel fallimento

La Grecia rimane in difficoltà finanziarie, generando preoccupazioni in tutta Europa. L’intervento a salvataggio della Grecia non è facile, perché chiaramente si pone il problema dei costi che ciò comporta, e quindi anche su questo “prestito di salvataggio” si pretendono garanzie che però la Grecia fatica a dare.  Armando Carcaterra di Anima SGR ripercorre come siamo arrivati alla situazione attuale, e quali siano le prospettive. Val la pena una piccola nota a margine sul tema del contagio: infatti i paesi che detengono la maggior parte dei Titoli di Stato greci — quelli perderebbero di più da un eventuale default — non sono i PIIGS, ma Francia, Germania e Regno Unito…


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D1. Ad un anno da primo terremoto finanziario in Grecia, com’è la situazione?

Da qualche mese si discute di nuovo in Europa di ulteriori finanziamenti per salvare la Grecia dalla bancarotta. Questa volta però la parola d’ordine del governo tedesco è che il debito greco deve essere “riprofilato” (un modo un po’ ipocrita per dire che bisogna gestirne il “fallimento”). Le parole “default” o “ristrutturazione” non sono però state usate. La semantica questa volta non è una questione estetica o di buon gusto, ma nasconde un problema assai serio.

Nel maggio 2010, pur dopo molti mesi di indecisioni, i governi europei sembravano esser riusciti a mettere a punto un credibile meccanismo di aiuto della Grecia, rimpolpato anche dal contributo del Fondo Monetario internazionale, che arrivava a 110 miliardi di euro. Il prestito avrebbe dovuto consentire alla Grecia di finanziarsi per 3 anni senza ricorrere al mercato. Poi, dal 2013, una nuova agenzia per il sostegno dei paesi europei in difficoltà, battezzata ESM (European Stability Mechanism), avrebbe proseguito nel lavoro, emettendo proprie obbligazioni garantite dai governi europei ed erogando nuovi prestiti. In cambio la Grecia si era impegnata in un severo programma di austerità, fatto di consistenti tagli del deficit pubblico, di riduzioni di salari e stipendi, di riforme strutturali e di liberalizzazioni.

 

 

D2. Tuttavia, la situazione non si è risolta. Come mai?

Un anno fa, la scommessa dei governi era che i mercati avrebbero premiato questi sforzi, richiedendo tassi d’interesse più bassi sui titoli del debito greco, agevolando l’aggiustamento dei suoi conti pubblici. Ma così non è stato. Nonostante il governo greco abbia in gran parte mantenuto le promesse, i mercati non si sono mai pienamente convinti ed hanno continuato a richiedere “premi al rischio” molto elevati.

A fronte dello scetticismo dei mercati, il governo greco, ha così collocato i propri titoli presso le banche (soprattutto greche, ma anche tedesche) le quali, a loro volta, hanno dovuto farsi finanziare dalla Banca Centrale Europea. Inoltre, per stabilizzare i mercati, la BCE stessa ha acquistato molti titoli greci sul mercato aperto.

Il “default”, secondo molti osservatori oggi più probabile, significherebbe rimborsare i titoli in circolazione ad un valore più basso, ad esempio pagare 50 euro titoli che nominalmente ne valgono 100. Il “default” imporrebbe perdite molto rilevanti ai detentori dei titoli che, come abbiamo detto, questa volta sono principalmente banche greche, banche tedesche e la BCE.

Non solo: se i titoli greci divenissero “carta straccia” (ovvero raggiungessero un “rating” troppo basso), la BCE non potrebbe più accettarli in garanzia a fronte dei suoi rifinanziamenti a basso costo alle banche greche e tedesche, che rimarrebbero così senza liquidità.

A questo scenario si aggiunge anche la non remota possibilità di un contagio ad altri paesi in condizioni finanziarie precarie (Portogallo, Irlanda e addirittura Spagna). E una nuova crisi finanziaria sistemica in Europa, metterebbe a rischio la stessa tenuta della Moneta Unica

 

D3. Qual è allora la via d’uscita?

Il governo tedesco vorrebbe “riprofilare” il debito, cioè allungare la scadenza dei titoli: i titoli a 3 anni verrebbero portati a 5, quelli a 5 a 7 e così via. La BCE si oppone alla proposta tedesca, in quanto allungare forzosamente la scadenza dei titoli riduce il valore attuale e genera forti perdite per i detentori.

La questione sta per approdare nei prossimi giorni al Consiglio dei Ministri delle Finanze europei (il c.d. Eurogruppo). L'”escamotage” potrebbe essere che l’allungamento delle scadenze dei titoli greci sia “volontario”, cioè deciso dalle medesime banche detentrici dei titoli. Secondo i tedeschi, se fosse volontario anziché forzoso il rating potrebbe rimanere invariato e la BCE potrebbe continuare a rifinanziare la banche.

Come giustamente è stato scritto sul Sole 24 ore di qualche giorno fa,”la capacità tedesca di complicare le vicende della crisi europea ha ormai raggiunto vette inesplorate”.

L’importante è che la soluzione si trovi e presto. È l’incertezza il nemico peggiore dei mercati.

Le imprese innovative offrono un lavoro meno precario

Uno studio di due ricercatori della Banca d’Italia approfondisce la questione, analizzando come la crisi abbia influenzato gli stipendi e l’occupazione. L’Italia si è sempre caratterizzata per una elevata rigidità dei salari, che tenderebbero a rimanere invariati per un tempo più lungo che negli altri paesi (due anni contro uno). Una rigidità verso l’alto ma anche vero l’alto, dato che in Italia è molto raro che un’impresa riduca gli stipendi.

Le imprese dunque non hanno potuto ricorrere ad una riduzione degli aumenti di stipendio, dato che gli aumenti erano rari anche prima, e nella maggior parte dei casi il contenimento dei costi si è tradotto in tagli al personale (eventualmente, sotto forma di ricorso a contratti part-time o cassa integrazione).

Vi è però una interessante eccezione: quando l’azienda è caratterizzata da un’elevata percentuale di personale specializzato, la strada scelta è spesso quella di riduzione dei costi diversi da quelli del personale. La spiegazione sarebbe che, non essendo il capitale umano facilmente sostituibile, l’azienda cerca di fare un maggiore sforzo per tutelarlo. Uno scenario che indica come sia ancora più importante incentivare le imprese più innovative, “a maggiore valore aggiunto”: non solo per i discorsi che spesso abbiamo fatto su quanto sia indispensabile l’innovazione, ma anche perché aziende di questo tipo offrono maggiore stabilità occupazionale. Meno precariato, insomma.

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Quali prospettive per l’economia italiana?

Ieri abbiamo accennato al momento critico che sta attraversando l’Europa, economicamente parlando. Alcuni lettori ci hanno chiesto di approfondire la questione “economia italiana”, dato che “ci riguarda direttamente”. Dobbiamo partire da una premessa però, e cioè che l’economia Italiana e quella europea non sono “due cose diverse”. Tanto più che l’Italia soffre, più di altri paesi, del fatto che i paesi emergenti sono sempre stati considerati “concorrenti nella produzione” anziché potenziali mercati di sbocco.

Fatta questa doverosa precisazione, come accennavamo i mercati sono preoccupati soprattutto per l’incertezza della soluzione politica e i dubbi sulla solidità reale del Governo,. Queste incertezze politiche si riflettono inevitabilmente sotto forma di dubbi sulla capacità di prendere iniziative per favorire la crescita e contenere il debito pubblico, così come di dare risposte rapido in caso ci fosse un rischio di “contagio” della crisi greca. Abbiamo citato qualche giorno fa l’intervento del DG di Bankitalia Saccomanni che evidenziava come crescita e riduzione del deficit si possano ottenere assieme solo attraverso una razionalizzazione della spesa pubblica: scegliere cosa tagliare e cosa no però richiede da un lato una strategia economica di medio periodo, dall’altro l’autorevolezza per “imporre” decisioni impegnative.

Nonostante lo scenario non del tutto positivo, è importante sottolineare che la domanda di obbligazioni italiane non è stata influenzata particolarmente dal cambio di outlook apportato qualche tempo fa da Standard&Poor’s. La spiegazione di ciò sta anche nel fatto che rispetto alla maggior parte degli altri Paesi una parte molto rilevante del debito è in mano a investitori “domestici” (il 53,7% — per un raffronto con altri paesi che hanno subito un cambio di outlook, questa percentuale è il 21% per la Grecia e il 25,5% per il Portogallo), che sono forse meno sensibili degli investitori internazionali alle valutazioni delle agenzie di rating, riducendo così la volatilità dei Titoli di Stato, e riducendo le tensioni che possono aggravare la situazione dei conti pubblici.

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