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Armando Carcaterra di Anima SGR ci parla di un argomento fondamentale, del quale abbiamo spesso scritto in passato nel blog: la produttività.

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D1 – Nelle ultime settimane nel nostro Paese si è parlato moltissimo di produttività, sull’onda del cosiddetto “Decreto sviluppo” approvato dal Governo ai primi di maggio e dell’Assise generale della Confindustria immediatamente successiva. Perché la produttività è così importante?

Di produttività si parla tanto, ma generalmente se ne capisce poco. La produttività occupa un posto d’onore nella teoria economica: da essa dipende la capacità di un paese di crescere e di competere profittevolmente, di controllare l’inflazione e di aumentare il proprio tenore di vita. Una produttività stagnante è quindi un pessimo indicatore ed è di conseguenza un problema rilevante per i policy maker.

In Italia ad esempio la crescita della produttività troppo bassa è un problema da tempo irrisolto. Nel 2008, in uno studio comparativo condotto su 30 paesi, l’OCSE ha stimato che nell’ultimo decennio l’Italia era – tra tutti – il Paese in cui la produttività oraria del lavoro era cresciuta di meno. A parità di altri fattori, ciò ha significato costi unitari più elevati dei concorrenti esteri e quindi un sistematico svantaggio nella competizione internazionale; ed ha voluto anche dire una minore crescita del reddito pro-capite per i cittadini italiani e quindi una limitazione al miglioramento del loro benessere materiale.

In passato la perdita di competitività connessa allo sfavorevole andamento della produttività poteva essere recuperato attraverso la svalutazione delle lira, un’opzione non più percorribile con l’entrata nell’euro. Il divario di crescita rispetto agli altri paesi si è andato continuamente allargando: il Pil europeo è oggi di quasi il 20% superiore a quello di 10 anni fa, mentre quello italiano è cresciuto solo del 3%. Il divario di produttività sempre più ampio è il cuneo che si è inserito tra il 20% dell’Europa ed il 3% dell’Italia.

D2 – Da cosa dipende la produttività?

La produttività è definita dai libri di testo come la quantità di output (cioè di prodotto) generato da ogni unità di input (cioè di lavoro e capitale) in un’unità di tempo. La sua misura più comune è la produttività oraria del lavoro, cioè la quantità media di produzione associata ad ogni ora lavorata. Per questo forse spesso il concetto di produttività viene confuso con la “voglia di lavorare”. Ma non è così. Facile a definirsi, la produttività è in realtà molto più difficile da manovrare.

In primo luogo è difficile da misurare. Una misura adeguata non dovrebbe infatti tenere conto solo del contributo del lavoro (le ore lavorate), ma anche del capitale. Il lavoro applicato a tecnologie più efficienti è ovviamente più produttivo: in un’ora di lavoro un contadino che usa un trattore produce molto di più che se disponesse solo di un aratro trainato da buoi. Misurare i servizi da capitale è però complicato, sia perché il concetto di capitale si riferisce a tecnologie e processi produttivi molto diversi tra loro (dal cacciavite ai robot), sia perché il contributo del capitale alla produzione (l’ammortamento) è più una convenzione contabile che una grandezza economica vera e propria.

Il problema principale è però che la produttività è il risultato -anche e soprattutto- di moltissimi altri fattori indiretti che possono favorirla od ostacolarla. Talvolta sono fattori apparentemente marginali. Basti pensare, a titolo di esempio, che una delle innovazioni di maggiore impatto sulla produttività dell’intero sistema è stata -nel 1300- la scoperta degli occhiali, che ha reso d’un tratto di nuovo produttivi gli artigiani più abili ed esperti, vale a dire gli artigiani più anziani, quelli a cui la presbiopia prima precludeva di continuare a lavorare dopo i 40 anni.

La performance di un’economia non dipende infatti solo dall’elettronica, dai master all’estero dei suoi manager e dalla scolarità media dei suoi dipendenti; dipende anche in modo determinante dall’ambiente competitivo (che spinge o ostacola l’innovazione); dalla flessibilità dei mercati di riferimento; dalle infrastrutture (ad es. i trasporti); dall’efficienza dei servizi pubblici e dalla semplicità degli adempimenti amministrativi; dall’esosità del sistema fiscale ed anche dalla la certezza dei diritto (che riduce le inadempienze contrattuali ed i rischi di illegalità). Che in Italia ci sia molto da fare su questi terreni non c’è più alcun dubbio. Secondo la Banca Mondiale, su 183 paesi l’Italia è 80ma dietro a tutti paesi dell’Unione Europea per “facilità di fare impresa” (davanti solo alla Grecia) e dietro a Vietnam, Mongolia e Bielorussia; 157ma nella capacità di rispettare i contratti (dietro a Kossovo e subito prima del Congo) e così via.

C’è però ormai anche un ampio consenso sulla necessità di affrontare di petto queste componenti “di sistema” ed è incoraggiante che adesso si ricominci a parlare tanto di questo.

Avere gli occhiali oggi non basta più.


Ricerche Frequenti:

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