L’andamento del mercato immobiliare: i dati del sondaggio congiunturale della Banca d’Italia

La Banca d’Italia ha pubblicato i dati dell’ultimo sondaggio congiunturale sul settore immobiliare. Il quadro che emerge è quello di un mercato in cui rimane elevata l’incertezza, in cui se volete è diminuito il pessimismo, ma non è stato sostituito da ottimismo. Ad evidenziare le difficoltà del mercato i tempi medi di vendita, che si sono allungati (nel primo trimestre 2011 erano 7,1 mesi, contro i 6,4 del primo trimestre 2010).

Vi presentiamo alcuni grafici realizzati sulla base degli ultimi sondaggi congiunturali, che spaziano dalla valutazione delle condizioni di mercato, al rapporto tra prezzo pagato all’acquisto e prezzo inizialmente richiesto dal venditore, alle cause prevalenti di cessazione dell’incarico a vendere.

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Indicatore € coin: aggiornamento maggio 2011

In maggio €-coin ha registrato una leggera crescita, salendo a 0,62% (contro lo 0,60 di aprile e lo 0,57 di marzo e febbraio). Anche questo mese a “contenere verso il basso” l’€-coin c’è stato l’andamento dei mercati azionari, ma la crescita è stata supportata all’andamento  favorevole del commercio  con l’estero.

L’€-coin, ricordiamo, è un indicatore sviluppato dalla Banca d’Italia che offre in tempo reale una stima sintetica del quadro  congiunturale corrente nell’area dell’euro, espressa in termini di tasso di crescita trimestrale del PIL depurato dalle componenti più erratiche (stagionalità, errori di misura  e volatilità di breve periodo). Quindi tutti i valori positivi indicano una crescita: la dimensione del valore indica la velocità della crescita.

 

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Gli ETF ribattono alle accuse di scarsa trasparenza

Qualche tempo fa avevamo parlato della preoccupazione di analisti e di autorità circa la nuova “piega” che starebbero prendendo alcuni ETF, tra cui starebbero nascendo prodotti poco trasparenti e quindi pericolosi per l’investitore. Una lacuna aggravata dal fatto che gli ETF sono considerati, per la loro stessa natura (di replica di un indice), strumenti particolarmente semplici e trasparenti.

L’ITForum di Rimini è stata l’occasione per rispondere alle accuse. La questione sottolineata è quella di evitare di “fare di tutta l’erba un fascio”, perché se è vero che ci possono essere alcune tipologie di ETF/ETC che vanno meglio regolamentate, la maggior parte dell’industria è sana. Un fatto di cui sembrano convinti anche gli investitori se è vero che nel in Europa nel 2010 il patrimonio gestito dagli ETF è aumentato del 25,2% (contro il +0,8% dell’Msci Europe).

Inoltre, i gestori degli ETF evidenziano un tema che abbiamo evidenziato molte volte anche su questo blog, e cioè quello dell’educazione finanziaria degli investitori. La scelta dell’investimento infatti deve essere fatta consapevolmente, sulla base di informazioni il più possibile complete (i vari fogli informativi) e non solo sulla base di etichette: non c’è trasparenza che possa compensare la superficialità o l’ignoranza dell’investitore, dato che solo quest’ultimo può sapere quali sono le sue esigenze e quindi fare una scelta idonea a raggiungerle.  Un passaggio però non possibile in assenza di cultura finanziaria.

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Solidità delle banche, botti piene e mogli ubriache

ABI ha rilasciato qualche giorno fa un comunicato che esprime tutte le preoccupazioni sull’implementazione delle nuove regole di “Basilea 3”.

“Timori e valutazioni condivise hanno portato ABI, Alleanza delle Cooperative, Confindustria e Rete Imprese Italia, a chiedere un confronto aperto a livello europeo sui rischi legati all’implementazione dei requisiti di rafforzamento patrimoniale previsti da Basilea3”. Così il Presidente dell’ABI, Giuseppe Mussari, ha commentato l’incontro con il Vicepresidente della Commissione Ue, Responsabile per l’industria, Antonio Tajani, riportato oggi da un quotidiano.

“Le banche italiane in questa azione sono fortemente vicine anche a quelle imprese, associate a Rete Imprese Italia e Alleanza delle Cooperative, che insieme con le aziende di Confindustria porteranno avanti la richiesta di calibrare la normativa, tenendo in considerazione la specificità del sistema produttivo nazionale. Tutto ciò per non rischiare ulteriori difficoltà nell’attività di erogazione del credito penalizzando, così, le Pmi italiane che rappresentano l’ossatura fondamentale della nostra economia”.

La questione della solidità delle banche è infatti interessante, perché (come abbiamo più volte sottolineato) banche più solide vuol dire banche che prestano meno, e a condizioni più severe. Non ci sono vie d’uscita alternative, e bisogna rassegnarsi al fatto che una ricerca di maggiore solidità vuol dire compiere qualche sacrificio nel breve termine, per favorire il medio-lungo termine. Sono corrette le osservazioni di ABI, che chiedono di tenere conto delle peculiarità del sistema economico italiano (anche se rimane la domanda: si tratta di peculiarità, o di limiti?), ma non bisogna dimenticare che la lezione della crisi finanziaria è stata che non si può sacrificare il lungo termine a favore del breve termine, come è stato spesso fatto in modo quasi sistematico negli anni passati.

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L’Indice di Benessere Finanziario, un approfondimento

Come avevamo promesso, torniamo sull’Indice di Benessere Finanziario, sviluppato da ING Direct ed Eurisko. Come abbiamo detto, si tratta di un’indagine molto interessante, ma proprio per questo è utile comprendere che cosa misura esattamente e con che metodologia è realizzata.

Ciascuna delle sei dimensioni riceve una valutazione da parte degli intervistati con indagine a cura di GFK Eurisko, ovvero un punteggio su una scala da 1 a 7 dove 1 rappresenta il livello più basso di benessere e il 7 il massimo livello. Per ogni individuo viene calcolata la media dei punteggi, da cui si ricava l’Indice di Benessere a livello nazionale, considerando la media dei punteggi forniti da tutti gli intervistati. […] Successivamente il valore medio viene indicizzato su una scala da 0 a 100 […]

 

Scala di rilevazione Scala Numerica Indice “Scala semantica”
Molto soddisfatto 7 100 Area del benessere
Soddisfatto 6 83.3
Abbastanza soddisfatto 5 66.7 Area del medio benessere
Né soddisfatto, né insoddisfatto 4 50
Abbastanza insoddisfatto 3 33.3
Insoddisfatto 2 16.7 Area del disagio
Molto insoddisfatto 1 0

Compreso meglio che cosa viene misurato, vale la pena entrare più in dettaglio sulle misure, che avevamo già accennato nello scorso post:

Le dimensioni di finanza personale
Indice di benessere Media scala rilevazione
Asset e investimenti di lungo termine 55.5 Abbastanza soddisfatto
Bollette e pagamenti 48.2 Né soddisfatto, né insoddisfatto
Reddito 46.8 Né soddisfatto, né insoddisfatto
Debito a breve (carte di credito) 46.3 Abbastanza insoddisfatto
Risparmio 44.7 Abbastanza insoddisfatto
Debito a lungo (mutui e prestiti) 41.5 Insoddisfatto
Indice di Benessere Finanziario complessivo 46.5 Né soddisfatto, né insoddisfatto

A nostro parere è anche molto interessante andare ad analizzare più in dettaglio la distribuzione delle singole risposte, in quanto ci sono alcune “dimensioni” in cui le risposte si concentrano su soddisfazione “intermedia” (è il caso degli investimenti), mentre altre dove le risposte sono polarizzate agli estremi (è il caso dei debiti a breve termine).

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Per concludere, ci sembra interessante riportare un passaggio del report di ING Direct-Eurisko che approfondisce il benessere finanziario da un punto di vista geografico:

La “pancia” dell’Italia (il Centro) ha il massimo livello dell’Indice di Benessere ING DIRECT. Per indole e cultura più tranquillo, rilassato, ma anche più godereccio, il Centro Italia dà importanza alla sfera lavorativa ed economica, ma non ne fa il fulcro della vita. Famiglia, amici e sfizi e divertimento contano di più.Il loro indice di benessere finanziario è il più elevato, con positività in relazione a tutti gli elementi (spese, reddito, ma anche risparmio).

Il Nord Ovest è invece fortemente concentrato sulla sfera economica / professionale e sui consumi anche di lifestyle. È il cuore economico dell’Italia molto a suo agio nella gestione delle finanze domestiche, ma un po’ più insoddisfatto di reddito e risparmio, con un Indice complessivo superiore alla media nazionale di 49,1. Elevata la preoccupazione nei confronti del debito a lungo termine.

Il Nord Est è l’area della micro-economia molto incentrata sull’accumulare, attenta e parsimoniosa e poco attenta alle relazioni. Sono buoni amministratori delle proprie finanze, ma sono anche  quelle che risento maggiormente della difficoltà di risparmiare. È sicuramente una delle aree che più ha risentito delle difficoltà economiche del Paese che hanno portato ad contrazioni reddituali e difficoltà economiche. L’Indice scende sotto la media nazionale con 43,3 registrando il minor punteggio per il debito a lungo termine.

Il Sud e le isole è per indole più attento alla sfera personale e meno proiettato sulla sfera della realizzazione professionale, ma vive con maggior preoccupazione la gestione dell’economia familiare. Il loro indice di benessere finanziario è il più contenuto (42,8) e anche pagare le bollette e le spese quotidiane genera preoccupazione. Il risparmio è l’area più critica (41,3): è più difficile e richiede qualche sacrificio in più.

 

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Quanto pesa l’inflazione per i risparmiatori?

Che l’inflazione pesi sulle tasche dei consumatori è cosa ovvia e nota. Ma quali sono gli effetti dal punto di vista di chi cerca di mettere da parte un po’ di soldi? Armando Carcaterra di Anima SGR spiega gli effetti dell’inflazione per risparmiatori ed investitori.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=WTikmwM4MiE[/youtube]

D1. Da qualche mese i mercati si sono conviti che il problema dei prossimi anni sarà l’inflazione. È vero?

A guardare le cifre dell’aumento dei prezzi in Eurolandia sembra una preoccupazione per ora eccessiva. Nel corso del 2010, nonostante la crescita del prezzo di energia e beni alimentari, l’inflazione al consumo complessiva (la c.d. “headline inflation”) dell’Eurozona, si è attestata su una media dell’1,6% e l’inflazione “core” (quella a netto delle materie prime ed alimentari) è rimasta su livelli davvero molto bassi (1%). Nei primi mesi del 2011, però, l’economia europea (soprattutto quella tedesca) ha sorpreso per la forza delle sua ripresa e ci sono stati anche sintomi di moderata accelerazione dei prezzi. Nel primo trimestre l’inflazione annua dell’Eurozona è stata infatti del 2,6%, tuttavia la “core inflation” è rimasta sostanzialmente stabile, segnalando che la causa dell’aumento dei prezzi è ancora tutta da imputare al rincaro delle materie prime. A scanso di equivoci, la BCE ad aprile 2011 ha lievemente alzato i tassi ufficiali (dall’1% al 1,25%) con l’intento di evitare che l’aumento dei costi delle materie prime possa trasferirsi anche sui prezzi degli altri beni (cioè sull’inflazione “core”).

I mercati finanziari restano scettici nel lungo periodo. Da una parte in Cina, India e Brasile i prezzi interni aumentano, sospinti dalla crescita economica esuberante e da massicce importazioni di capitali; dall’altra le politiche monetarie dei paesi industriali (soprattutto quelle della FED) continuano ad immettere liquidità. Come si sa, alla lunga, l’aumento dell’offerta di moneta provoca anche proporzionali aumenti dei prezzi dei beni.

D2. Quali sono quindi le forme di investimento che meglio si prestano a preservare il valore della ricchezza?

Evidenze suggeriscono che è l’investimento in azioni quello che meglio difende il risparmio dall’erosione dell’inflazione nel lunghissimo periodo. Dieci anni fa Jeremy Siegel, professore della New York University, aveva mostrato che – nell’arco di due secoli (dal 1801 al 2001) – 1 dollaro reinvestito di anno in anno in azioni avrebbe reso in media annua il 6,9% al netto dell’inflazione, mentre il medesimo dollaro investito in titoli obbligazionari avrebbe reso in media annua (sempre in termini reali) meno della metà: tra il 3% dei titoli a breve e il 3,5% di quelli a medio-lungo termine. Nell’arco dei due secoli considerati, l’oro – che non paga cedole né dividendi – si era invece limitato a seguire passo passo l’inflazione, con un rendimento depurato dell’inflazione praticamente nullo.

Altri studi, invece, hanno mostrato che – su orizzonti di investimento più corti – i titoli azionari non riescono a tenere il passo con l’inflazione. Materie prime e BOT sembrano infatti comportarsi decisamente meglio nel breve e medio periodo.

Il Fondo Monetario Internazionale applicando tecniche econometriche avanzate ha mostrato che, di fronte ad un aumento inatteso dell’inflazione, il rendimento reale delle azioni scende negli anni immediatamente successivi allo shock inflazionistico, comportandosi in modo non molto dissimile dalle obbligazioni a lungo termine.

Al contrario la performance reale delle materie prime reagisce positivamente allo shock inflazionistico; lo fa tuttavia solo nel breve periodo (2 anni), poi anche le materie prime tendono a soffrire una graduale erosione di valore reale.

D3. Che lezione possiamo trarre da queste evidenze?

Le evidenze di Jeremy Siegel sulla superiorità delle azioni implicano un lungo periodo, senza movimentazioni di portafoglio (una strategia “cassettista”). L’ampiezza del periodo rischia, però, di essere troppo lungo.

Le analisi del FMI mostrano al contrario che su orizzonti più brevi , di fronte a sorprese inflazionistiche, è bene movimentare il portafoglio, spostandosi su asset class che meglio reagiscono allo shock. Le recenti performance dell’oro e delle materie prime sembrerebbero implicitamente confermarlo.

L’investimento che tende a preservare meglio il valore reale della ricchezza è rappresentato dai titoli di Stato a breve e brevissimo termine, il cui rendimento riesce meglio degli altri ad adeguarsi di anno in anno al tasso di inflazione.

Affidarsi alla gestione di professionisti e diversificare il proprio portafoglio, come avviene nei fondi comuni, rappresenta comunque una strategia saggia per tutte le stagioni, compresi gli shock inflazionistici.

 

Gli analisti europei preoccupati per i conti dell’Italia

Il fatto che la crescita economica in Italia sia decisamente lenta è un dato di fatto, che però spesso si tende ad ignorare nel suo significato più profondo. Come abbiamo sottolineato già diverso tempo fa, il problema è la costanza del basso livello di crescita del PIL. L’Italia è quasi un “campione” nella lentezza della crescita del PIL, che ha segnato una crescita media dello 0,6% nei primi dieci anni del secolo. Una situazione che dovrebbe destare preoccupazioni ma sembra essere considerata secondaria da politica ed opinione pubblica.

GDP Three

La “novità” di questi giorni è da un lato l’outlook negativo di S&P sul debito pubblico italiano, con un giudizio che punta il dito contro la classe politica: “le attuali prospettive di crescita sono deboli e l’impegno politico per riforme che aumentino la produttività sembra incerto”. Ma soprattutto, ci sembra interessante notare come diversi analisti e commentatori (citiamo Fistful of Euros tra gli altri) stiano iniziando a guardare all’Italia considerandola il vero “elefante in salotto” dell’economia europea — dove “elefante in salotto” è un modo di dire inglese per indicare un grosso problema, inevitabile, che viene ignorato o trascurato.

La preoccupazione degli analisti è anche legata alle dimensioni dell’economia italiana (e del debito), che ha un peso molto maggiore su quella Europea rispetto a Grecia, Portogallo, o anche Spagna. Con ricadute che sarebbero molto importanti, come già avevamo evidenziato mesi fa vedendo il grafico della rete del debito pubblico europeo.

Anche in questo caso, la preoccupazione è legata all’immobilismo della classe politica, che punta a “tutelare lo status quo”, più che a favorire la crescita. Il dato rilevante è quello della produttività, in Italia cresciuta mediamente dello 0,07% dal 2000 ad oggi, contro l’1,3% della Germania. Il risultato è che complessivamente in 10 anni la produttività in Italia è cresciuta dello 0,75%, mentre in Germania del 13,3%.

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L’indice di benessere finanziario

ING Direct ha presentato qualche giorno fa l’Indice di Benessere Finanziario (IBF), un indicatore molto interessante in quanto misura, per primo, il livello di “comfort” degli italiani rispetto a sei aspetti della finanza personale:

  • risparmio
  • debito a breve termine
  • debito a lungo termine
  • reddito, asset e investimenti
  • bollette e pagamenti

Si tratta di una ricerca che ci sembra molto interessante perché consente di comprendere più a fondo i risparmiatori italiani. Non a caso, Alfonso Zapata, CEO di ING DIRECT Italia, ha presentato la ricerca spiegando che “Conoscere i risparmiatori, i loro comportamenti, attitudini e sentimenti nei confronti della finanza personale è fondamentale per una banca che vuole offrire prodotti validi ai propri clienti”.

Venendo ai risultati della ricerca (su cui torneremo nei prossimi giorni), emerge che gli italiani godono di un medio livello di benessere finanziario (pari a un valore di 46,5 dell’Indice). La situazione però varia a seconda della “dimensione” che si prende in considerazione, con l’area investimenti che rappresenta il maggiore livello di comfort e l’area del debito a lungo dove si esprime una sostanziale insoddisfazione.

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Il mercato immobiliare in Italia: il rapporto di Agenzia del Territorio e ABI

Qualche giorno fa è stato presentato il rapporto 2011 sul mercato immobiliare residenziale, realizzato dall’Agenzia del Territorio in collaborazione con l’ABI.

Il rapporto valuta anche la possibilità per le famiglie di accedere all’acquisto di un’abitazione: la quota di famiglie che “dispone di un reddito sufficiente a coprire almeno il 30%
del costo annuo, reale e finanziario, della casa” [un calcolo che dobbiamo ammettere appare poco chiaro: a nostro parere dovrebbe essere il cui 30% del reddito è in grado di coprire il costo annuo della casa, N.d.A.] è salito al 51% di fine 2010 contro il 46% del 2008. Un valore che comunque è ancora lontano dal 62% del 2004.

In sintesi nel 2010 per il mercato delle abitazioni si evidenzia:
• una lieve ripresa dei volumi di compravendita delle abitazioni, 617.286 NTN (numero delle transazioni normalizzato), +0,5% rispetto al 2009. nei capoluoghi +5,2%, nei comuni non
capoluoghi -1,6%.
• nel 2010 si sono vendute abitazioni per un totale di circa 64 milioni di metri quadrati, +1,0% rispetto al 2009, con una superficie media per unità abitativa compravenduta pari a 104
mq circa.
• la quotazione media risulta nel 2010 pari a 1.578 €/mq, stabile rispetto al 2009, +0,1%, e stazionarie risultano sia nei capoluoghi sia nei comuni minori.
• il valore di scambio complessivo stimato nel 2010 è in crescita del +2,6% rispetto al 2009 ed è pari a circa 103,9 miliardi di euro. È in aumento soprattutto al Centro, +5,5%, e al
Nord, intorno al +2%.
• l’andamento del mercato residenziale delle otto principali città risulta, nel 2010, decisamente positivo con un rialzo del +6,9%. Il “fatturato” è pari a circa 24,4 miliardi di euro,
con un aumento del +7,6% rispetto al 2009.

Dobbiamo però chiudere con un’osservazione: l’aumento delle compravendite è stato favorito dal basso livello dei tassi dei mutui negli ultimi due anni. L’interrogativo è cosa accadrà con l’aumento dei tassi che si profila (ricordiamo che un ulteriore aumento dei tassi BCE prima dell’estate è dato per scontato dagli operatori), dato che rischia di pesare molto su famiglie che forse non hanno fatto adeguatamente i conti con il significato di variabilità dei tassi.

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Ma cos’è la produttività? E perché è importante?

Armando Carcaterra di Anima SGR ci parla di un argomento fondamentale, del quale abbiamo spesso scritto in passato nel blog: la produttività.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=wQjj_QAzHJ0[/youtube]

D1 – Nelle ultime settimane nel nostro Paese si è parlato moltissimo di produttività, sull’onda del cosiddetto “Decreto sviluppo” approvato dal Governo ai primi di maggio e dell’Assise generale della Confindustria immediatamente successiva. Perché la produttività è così importante?

Di produttività si parla tanto, ma generalmente se ne capisce poco. La produttività occupa un posto d’onore nella teoria economica: da essa dipende la capacità di un paese di crescere e di competere profittevolmente, di controllare l’inflazione e di aumentare il proprio tenore di vita. Una produttività stagnante è quindi un pessimo indicatore ed è di conseguenza un problema rilevante per i policy maker.

In Italia ad esempio la crescita della produttività troppo bassa è un problema da tempo irrisolto. Nel 2008, in uno studio comparativo condotto su 30 paesi, l’OCSE ha stimato che nell’ultimo decennio l’Italia era – tra tutti – il Paese in cui la produttività oraria del lavoro era cresciuta di meno. A parità di altri fattori, ciò ha significato costi unitari più elevati dei concorrenti esteri e quindi un sistematico svantaggio nella competizione internazionale; ed ha voluto anche dire una minore crescita del reddito pro-capite per i cittadini italiani e quindi una limitazione al miglioramento del loro benessere materiale.

In passato la perdita di competitività connessa allo sfavorevole andamento della produttività poteva essere recuperato attraverso la svalutazione delle lira, un’opzione non più percorribile con l’entrata nell’euro. Il divario di crescita rispetto agli altri paesi si è andato continuamente allargando: il Pil europeo è oggi di quasi il 20% superiore a quello di 10 anni fa, mentre quello italiano è cresciuto solo del 3%. Il divario di produttività sempre più ampio è il cuneo che si è inserito tra il 20% dell’Europa ed il 3% dell’Italia.

D2 – Da cosa dipende la produttività?

La produttività è definita dai libri di testo come la quantità di output (cioè di prodotto) generato da ogni unità di input (cioè di lavoro e capitale) in un’unità di tempo. La sua misura più comune è la produttività oraria del lavoro, cioè la quantità media di produzione associata ad ogni ora lavorata. Per questo forse spesso il concetto di produttività viene confuso con la “voglia di lavorare”. Ma non è così. Facile a definirsi, la produttività è in realtà molto più difficile da manovrare.

In primo luogo è difficile da misurare. Una misura adeguata non dovrebbe infatti tenere conto solo del contributo del lavoro (le ore lavorate), ma anche del capitale. Il lavoro applicato a tecnologie più efficienti è ovviamente più produttivo: in un’ora di lavoro un contadino che usa un trattore produce molto di più che se disponesse solo di un aratro trainato da buoi. Misurare i servizi da capitale è però complicato, sia perché il concetto di capitale si riferisce a tecnologie e processi produttivi molto diversi tra loro (dal cacciavite ai robot), sia perché il contributo del capitale alla produzione (l’ammortamento) è più una convenzione contabile che una grandezza economica vera e propria.

Il problema principale è però che la produttività è il risultato -anche e soprattutto- di moltissimi altri fattori indiretti che possono favorirla od ostacolarla. Talvolta sono fattori apparentemente marginali. Basti pensare, a titolo di esempio, che una delle innovazioni di maggiore impatto sulla produttività dell’intero sistema è stata -nel 1300- la scoperta degli occhiali, che ha reso d’un tratto di nuovo produttivi gli artigiani più abili ed esperti, vale a dire gli artigiani più anziani, quelli a cui la presbiopia prima precludeva di continuare a lavorare dopo i 40 anni.

La performance di un’economia non dipende infatti solo dall’elettronica, dai master all’estero dei suoi manager e dalla scolarità media dei suoi dipendenti; dipende anche in modo determinante dall’ambiente competitivo (che spinge o ostacola l’innovazione); dalla flessibilità dei mercati di riferimento; dalle infrastrutture (ad es. i trasporti); dall’efficienza dei servizi pubblici e dalla semplicità degli adempimenti amministrativi; dall’esosità del sistema fiscale ed anche dalla la certezza dei diritto (che riduce le inadempienze contrattuali ed i rischi di illegalità). Che in Italia ci sia molto da fare su questi terreni non c’è più alcun dubbio. Secondo la Banca Mondiale, su 183 paesi l’Italia è 80ma dietro a tutti paesi dell’Unione Europea per “facilità di fare impresa” (davanti solo alla Grecia) e dietro a Vietnam, Mongolia e Bielorussia; 157ma nella capacità di rispettare i contratti (dietro a Kossovo e subito prima del Congo) e così via.

C’è però ormai anche un ampio consenso sulla necessità di affrontare di petto queste componenti “di sistema” ed è incoraggiante che adesso si ricominci a parlare tanto di questo.

Avere gli occhiali oggi non basta più.


La (assenza di) cultura della giustizia in Italia

La “giustizia” è un tema molto dibattuto in Italia, anche se spesso in modo quantomeno distorto. Se da un lato è vero che ci sono inefficienze anche gravi, che hanno riflessi anche sul fronte economico — la minore “certezza del diritto” (conseguenza anche dei tempi lunghi con cui si può riuscire  a far valere i propri diritti) è un fattore che scoraggia gli investitori — è vero anche che in Italia manca totalmente una “cultura della giustizia” da parte dei cittadini. In altre parole: gli italiani faticano a comprendere l’esistenza (e la ragione di esistere) di regole, e di regole per fare rispettare le regole.

Senza voler dilungarsi su comparazioni con il mondo del calcio (in cui è sempre colpa dell’arbitro, mai della squadra che ha giocato male…), questo post nasce dalle dichiarazioni di molti politici sulla bocciatura delle norme del cosiddetto “pacchetto sicurezza”, che prevedevano (citiamo Corriere.it)  “l’obbligo per il giudice di disporre la sola custodia cautelare in carcere – e non anche misure alternative come ad esempio la detenzione domiciliare – quando sussistono gravi indizi di colpevolezza per il reato di omicidio volontario”.

La questione infatti è semplice, è cioè che fino a che uno non è condannato, è innocente (un principio che vale per chiunque), e tentare di compensare i lunghi tempi della giustizia italiana anticipando la pena rispetto alla dichiarazione di colpevolezza (che potrebbe anche non esserci) è semplicemente improponibile.

Il “vizio” di confondere le indagini con le condanne (o le assoluzioni con le amnistie) è un indicatore secondo noi preoccupante, perché se viene difficile immaginare di poter avere giustizia, se non si sa che cosa sia la giustizia…

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ha dichiarato illegittimo l’obbligo per il giudice di disporre la sola custodia cautelare in carcere – e non anche misure alternative come ad esempio la detenzione domiciliare – quando sussistono gravi indizi di colpevolezza per il reato di omicidio volontario

Nuovo massimo dei BOT annuali

Nell’asta di ieri, i BOT annuali hanno segnato un nuovo massimo, con un rendimento di 2,106%, il valore più elevato dal 2009 ad oggi. Per la verità — il grafico storico ce lo ricorda in modo molto chiaro — il valore è certamente elevato rispetto a quanto eravamo abituati negli ultimi mesi, ma è ben lontano da valori record in senso assoluto. Certamente, si è tornati a valori più “normali”, ed in particolare vicini ai rendimenti del periodo 2002-2005. Attualmente lo spread tra le diverse scadenze dei BOT (annuali, semestrali e trimestrali) è relativamente elevato: questo fatto si spiega con l’attesa di un nuovo aumento dei tassi di riferimento BCE entro pochi mesi, attesa “incorporata” nelle scadenze più lunghe.

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Grafico: Tassi di interesse in Italia, aggiornamento maggio 2011

Aggiorniamo il grafico dei tassi di interesse medi applicati in Italia. Il dato più significativo del mese scorso è ovviamente l’aumento dei tassi da parte della BCE. Non sono ancora disponibili i dati delle condizioni medie applicate dalle banche su depositi e prestiti, e quindi non si può valutare fino a che punto questo aumento sia stato “incorporato”. È vero però che, come abbiamo sottolineato più volte, l’aumento era ampiamente atteso, e nonostante ciò sembra sia stato anticipato solo in misura minima, in particolare sui prestiti alle famiglie.

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