I “numeri” del contenzioso in materia di vigilanza

La Banca d’Italia ha rilasciato i dati aggiornati al 2010 sull’attività di vigilanza, ed in particolare sui ricorsi contro i provvedimenti emessi. Si tratta di dati cui probabilmente non viene data molta attenzione (del resto, non sono più di tanti indicatori della situazione economica), ma si tratta di dati quantomeno “curiosi” dato che permettono di vedere un lato della finanza poco noto.

Ci sembra interessante notare che sono piuttosto pochi i casi in cui il giudice amministrativo ha accolto il ricorso dei sanzionati, soprattutto “ribaltando” la decisione della banca d’Italia. Il che vuol dire che, nel bene o nel male, in ambito finanziario è presente una elevata “certezza del diritto”, nel senso che c’è una ragionevole certezza per un soggetto di fronte ad un provvedimento (forse anche perché la Banca d’Italia tende ad intervenire solamente nei casi più gravi): un aspetto non banale dato che una prolungata incertezza può  finire con il penalizzare le attività dei singoli operatori e di tutto il sistema.

Chiudiamo con una nota sui grafici: esito “parzialmente favorevole” vuol dire che la sanzione è stata mantenuta ma ne è stato ridotto l’importo, mentre “Altre modalità di estinzione” significa principalmente rinuncia, sopravvenuta mancanza di interesse o cessata materia del contendere.

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I BOT semestrali tornano a salire

Nell’ultima asta, i BOT semestrali sono tornati a salire, toccando  1,659% di rendimento lordo semplice, il massimo per il 2011. Un trend che va un po’ in controtendenza rispetto alla diminuzione del rendimento dei BOT annuali dell’asta precedente, e che secondo noi va letto soprattutto alla luce dell’outlook negativo sul debito USA, che forse i mercati interpretano come outlook negativo sui debiti sovrani in generale, che sono indubbiamente considerati meno sicuri di poco tempo fa.

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I criteri applicati nell’approvazione di prestiti e alle imprese: l’evoluzione ad aprile 2011

La Banca d’Italia ha pubblicato i risultati dell’indagine sul credito bancario aggiornata ad aprile 2011. Uno dei dati più interessanti che emergono dall’indagine è l’evoluzione dei criteri utilizzati per concedere prestiti e credito alle imprese nel corso degli anni. Abbiamo messo assieme qualche grafico su questo dato: uno complessivo, e altri tre per tipologia di fattore (il grafico totale è un po’ “affollato” e potrebbe essere di difficile lettura).

I valori visualizzati rappresentano la differenza tra la percentuale delle risposte che indicano una variazione di segno positivo (ad esempio, un “irrigidimento dei criteri” o un “incremento della domanda”) e la percentuale di quelle che indicano una variazione di segno opposto (un “allentamento dei criteri” o una “diminuzione della domanda”). In altre parole, se il 40% degli intervistati hanno dichiarato che un certo fattore ha portato ad un irrigidimento dei criteri, il 10% che ha portato un allentamento, e il 50% che non ha avuto effetti, il valore calcolato è 30.

Come prevedibile, vincoli di bilancio e percezione del rischio spingono verso un irrigidimento, mentre la concorrenza verso un allentamento. Quel che però è interessante è l’evoluzione.

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Il 27 e 28 aprile Webank regala un iPad2

Il 27 e 28 aprile Webank regala un iPad2 a chi aprirà un nuovo conto e “presenterà un amico”, che a sua volta riceverà in omaggio un buono acquisto del valore di 120€ da spendere presso la rete Mediaworld. Webank aveva già proposto un paio di “edizioni” di questa promozione nel corso degli ultimi mesi, ma limitate ad una singola giornata. Questa volta, dato il successo ottenuto, l’iniziativa viene replicata ed il tempo a disposizione per richiedere l’apertura del conto è di due giorni.

Per sfruttare la promozione, è necessario richiedere l’apertura del conto dall’ apposita pagina di Webank: il conto deve essere poi “attivato”  con l’accredito dello stipendio o della pensione in modo da avere il primo accredito entro il 30   giugno 2011 (e almeno 3 accrediti entro il 31 agosto 2011). In caso di professionisti con partita iva (che quindi non hanno uno stipendio da accreditare), l’attivazione va sempre fatta dalla medesima pagina del sito della banca è necessario entro il 30 giugno versare sul conto almeno 5.000€ e attivare la domiciliazione di un’utenza domestica (al 31 agosto 2011, bisognerà avere ricevuto almeno due addebiti di utenze e mantenuto almeno 5.000€ sul conto).

Veniamo alla (scomoda) domanda che sorge abbastanza spontanea in promozioni come questa. Un iPad in regalo è un buon motivo per cambiare conto corrente? Se l’unico interesse è l’iPad, onestamente la risposta è no. Un conto dovrebbe essere scelto per le condizioni che offre e non solo per i “gadget” che permette di regalare (anche se su questo punto va fatto un piccolo inciso, che rimandiamo a dopo).

Il senso della promozione però non è quello di usare l’iPad per “distogliere l’attenzione” dalle condizioni, ma piuttosto l’esatto contrario, quello di attirare l’attenzione di una fascia di utenti che — per pigrizia — non si sono magari mai preoccupati di informarsi sulle condizioni offerte dal conto di Webank e dare un incentivo a chi magari da tempo si riprometteva di cambiare conto. Purtroppo, la pigrizia, come abbiamo spesso sottolineato, finisce con il pesare non poco sulle tasche. Il conto di webank è infatti decisamente interessante per molte tipologie di utenti: nessun canone o costo di gestione, bancomat e carte di credito gratuite, funzionalità di conto di deposito “integrate”, con la possibilità di vincolare delle somme a 3, 6 o 12 mesi (con un rendimento fino al 3,00% lordo). Inoltre, webank si occupa di tutte le (spesso fastidiose) operazioni di trasferimento conto.

Concludiamo con l’inciso anticipato qualche riga sopra: l’iPad “protagonista” di questa promozione non è un semplice gadget, perché webank è stata tra le primissime banche italiane a proporre un’app per iPad, e quindi può essere considerato come un “componente” di un pacchetto di banking mobile, una metodologia di utilizzo che andrà sempre più diffondendosi per l’estrema comodità di poter accedere al proprio conto ed effettuare alcune operazioni ovunque ci si trovi.

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Mail di un lettore: “il sistema obbliga ad evadere le tasse”

Pubblichiamo una mail che abbiamo ricevuto, che offre diversi spunti di riflessione sull’essere “piccoli imprenditori”.

 

Ti scrivo per concedermi uno sfogo. Sono un giovane professionista (un idraulico per la precisione) e vorrei raccontare la  mia esperienza, magari puoi anche pubblicare la storia sul tuo blog.

Quello che volevo raccontarti è che io sono una persona onesta, che ha sempre cercato di fare le cose in regola. Ma in Italia non si può, e il motivo è molto semplice: che il sistema parte dal presupposto che tu sia “ladro” ed evasore. In pratica, tutto il sistema fiscale è pensato sul ragionamento “sappiamo che in media potresti rubare x, per cui dacci y così siamo a posto”. Sì, ma se non volevo rubare? Poi c’è l’atteggiamento della gente, che è tutta convinta che sei un furbetto. Allora sai come va a finire? Che siccome il fisco pensa che sia un evasore, e la gente pensa che io sono un evasore, allora quasi quasi evado sul serio.

A parte tutto, metti che mi chiama una vecchietta che ha il rubinetto che non dà acqua, e poi arrivo là e scopro che è ha chiuso il rubinetto generale (mi è successo poco tempo fa), io dovrei chiederle almeno 60-70 euro, perché tra iva, tasse, consumi che entrano negli studi di settore eccetera, a me non rimane in tasca niente. E la vecchietta mi dice: ma come, 70 euro per aver chiuso un rubinetto?

Ma in generale, ho notato una cosa, che mi fa inca..are nero: quelli che si lamentano di più che i professionisti sono evasori, sono gli stessi che si inca..ano se gli fai la fattura! Mi è successo più di una volta di gente che “eh, voi fate i soldi, siete degli str.. perché le tasse non le pagate”, e poi “no, ma non si può fare in nero?”… ma come, e tutto il discorso delle tasse che non vanno evase? …“sennò vado da un altro che so che mi fa in nero”… come faccio a pagare le tasse se tu non vuoi la fattura? A me piacerebbe andare in giro con un finanziere che mi controlla di continuo e che controlla che faccio tutto in regola. Ma non solo io.

Poi un’ultima cosa che non c’entra con le tasse, ed è che vorrei dire che fare gli “imprenditori” non è mica facile come pensa qualcuno. Io ho dovuto indebitarmi un bel po’, non ho un reddito sicuro, e un mutuo non me lo danno così facilmente (proprio perché non ho reddito sicuro), e ho molte, molte più spese di quello che la gente crede. Il furgone non me l’hanno mica regalato, e neppure gli attrezzi che uso. Per cui vorrei dire una cosa a chi è convinto che a lavorare in proprio si facciano una barca di soldi: perché non vi mettete in proprio? Cosa vi spinge a non lavorare in proprio, se siete tanto convinti che è tanto bello e facile?

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Il debito delle nazioni – i perché dell’outlook negativo sul debito USA

L’outlook negativo di Standard&Poor’s sul debito americano,  il cui  rating AAA è stato messo in discussione, è un evento che ha colpito molto i mercati. Gianluca Ferretti di Anima SGR commenta e analizza quanto accaduto.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=95aPVgPZlcI[/youtube]

 

D1. Standard&Poor’s ha messo in discussione il rating AAA del debito americano. Come è potuto succedere?

Il 18 aprile scorso, per la prima volta nella storia, l’agenzia di rating Standard&Poor’s ha messo in discussione il rating tripla AAA (che è il voto più alto) del debito pubblico americano. È un fatto senza precedenti che segnala non solo le difficoltà degli Stati Uniti di trovare un percorso credibile di uscita dalla crisi, ma che sottolinea l’ancora irrisolta precarietà della situazione finanziaria internazionale.

Da Bretton Woods in poi la solidità del debito americano non è mai stata messa in discussione: lo status incontrastato di moneta di riserva internazionale del dollaro ha sempre garantito agli Stati Uniti l'”esorbitante privilegio” di poter trasferire i suoi problemi ai paesi creditori. La decisione a sorpresa di S&P è forse un segno della declinante egemonia economica statunitense o forse è soltanto il segnale mandato a Governo e Congresso americani perché trovino rapidamente un accordo sui necessari aggiustamenti di bilancio. Tuttavia l'”esorbitante privilegio” del dollaro perdura. Gli impatti della notizia sono stati infatti pressoché insignificanti sul mercato dei titoli di Stato americani, ma sono rimbalzati con forza su quelli europei. È l’Europa infatti che deve ancora fare i conti con i problemi più spinosi.

Nonostante gli sforzi titanici già messi in campo nell’ultimo anno per correggere gli squilibri delle loro finanze e delle loro economie, Grecia, Irlanda e Portogallo appaiono camminare da mesi sull’orlo del baratro. Nel caso della Grecia, i mercati stimano ormai addirittura al 70% la probabilità che in un modo o nell’altro il debito greco debba essere ristrutturato. Del resto, la semplice logica – prima ancora che la teoria economica – suggerisce che quando gli interessi sul debito sono molto alti (10% in Portogallo, 20% in Grecia) e le prospettive di crescita del reddito sono basse o negative, la situazione tende inevitabilmente ad avvitarsi verso l’insostenibilità. In questo quadro, politiche fiscali sempre più severe – anziché risolvere – aggravano la situazione, perché deprimono sempre di più le prospettive di crescita, confermando l’idea che non vi saranno in futuro risorse sufficienti per pagare gli interessi. È un circolo vizioso che i governi europei non sono ancora riusciti a spezzare, nemmeno con l’istituzione di un fondo di salvataggio da 750 mld di euro (EFSF o European Financial Stability Facility).

Perché mai tutto questo non basta?

Il diavolo sta nei dettagli e gli investitori sono molto attenti ai dettagli. E guardando le cose da vicino, si scopre ad esempio che l’ESM, lo European Stability Mechanism, entrerà in vigore nel 2013 e verrà pienamente capitalizzato solo nel 2017. Inoltre, gran parte della dotazione di capitale dell’ESM non verrà versata dagli stati membri, ma solo “garantita” su richiesta. Il che garantisce una cosa sola: il contagio tra stati diversi. Facciamo un esempio: l’Italia per ogni 100 mld di “salvataggio” di un altro stato membro, dovrà versarne 18: cioè ogni 100 mld di “salvataggi” europei l’onere per l’Italia sarà un aumento del proprio debito pari all’1% del suo Pil. L’Italia dovrebbe cioè aumentare il suo debito proprio nel momento peggiore (in cui è cioè in atto un attacco speculativo ed i tassi salgono).

Infine, le decisioni di “salvataggio” dell’ESM devono essere prese all’unanimità. Per questo anche l’esito elettorale di un piccolo paese come la Finlandia, in cui crescono i voti del partito “anti-salvataggi”, diventa un fatto di enorme rilevanza per i mercati.

Per capire quando la turbolenza sui debiti sovrani si calmerà non basta quindi guardare alle finanze pubbliche dei singoli paesi, bisogna soprattutto guardare all’efficacia ed alla credibilità dei rimedi che i governi cercano di porre in atto a livello europeo.

 

 

Non conta quanto si lavora, ma come si lavora

Uno studio dell’Ocse ha approfondito, tra l’altro il tempo dedicato alle attività lavorative nei vari Paesi. Destando parecchie sorprese, dato che al primo posto dei più “stakanovisti” ci sono i messicani (con 9 ore e 54 minuti). Tra gli europei, gli italiani sono dietro agli spagnoli, ma davanti a inglesi, norvegesi, olandesi, tedeschi (terzultimi nella classifica delle ore lavorate) e belgi.

La questione che non viene colta, però, è che non conta quanto si lavora, ma come si lavora. Un fatto che abbiamo sottolineato già molte volte in passato. In Italia serve imparare a lavorare meglio, concentrandosi sulle attività a a “valore aggiunto” e non semplicemente “lavorare di più”.

Si può certamente obiettare che lo studio dell’OCSE comprende sia le ore retribuite che non retribuite, ma questo in realtà non cambia il nocciolo della questione. Piuttosto, deve fare riflettere il fatto che in Italia meno del 58% della  ha un’occupazione retribuita, quarta percentuale più bassa dell’Ocse.

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Aspettative di inflazione e crescita in Italia: aggiornamento aprile 2011

La Banca d’Italia ha pubblicato qualche giorno fa l’Indagine sulle aspettative  di inflazione e crescita di marzo 2011. Abbiamo costruito qualche grafico sui dati raccolti che ci sono sembrati più interessanti.

Si nota innanzi tutto una crescita di quanti giudicano migliorata la situazione economica, dopo il momento negativo di dicembre 2010. Ora “ottimisti” e “pessimisti” si bilanciano  quasi esattamente (19,7% contro 19,6%).

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La domanda di prodotti appare però salita più che scesa.

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È forse il fatto che le cose siano già un po’ migliorate che toglie un po’ di ottimismo per l’immediato futuro: la percentuale di quanti ritengano ci sia una probabilità oltre il 51% che lo scenario economico migliori nei prossimi tre mesi scende dal 6,0% di dicembre al 2,5% di marzo.

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Anche se, dal grafico successivo, non sembra atteso un peggioramento, ma piuttosto una stabilizzazione.

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Diminuisce però l’ottimismo “a lungo termine”: quanti si attendono un miglioramento delle condizioni economiche da qui a tre anni rimangono la maggioranza, ma la percentuale diminuisce e crescono invece quanti si attendono condizioni invariate. Diminuiscono però anche quanti si aspettano un peggioramento.

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Le condizioni per l’investimento vengono giudicate leggermente meno positive:

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Ma aumenta anche chi ritiene che siano migliorate le condizioni per l’accesso al credito da parte delle imprese. Aumentano anche però quanti ritengono siano peggiorate.

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Per ultimo (non per importanza), diminuisce il “pessimismo” sull’occupazione nel breve termine:

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Grafico: Differenziale di rendimento dei titoli pubblici a 10 anni rispetto alla Germania

Torniamo brevemente sull’intervento del Vice Direttore Generale della Banca d’Italia Ignazio Visco alle commissioni riunite di Camera e Senato sul Documento di Economia e Finanza 2011: per evidenziare un grafico interessante. Si tratta del differenziale di rendimento, rispetto ai titoli tedeschi,  dei titoli pubblici a dieci anni di Francia, Grecia, Italia, Irlanda, Spagna e Portogallo.

Come molto probabilmente saprete, questo differenziale è un indicatore della maggiore rischiosità percepita dai mercati, e quindi della percezione di solidità dei conti pubblici.

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Fineco propone corsi gratuiti di trading

Fineco ha presentato il nuovo calendario di attività formative sul trading, che oltre a Milano (dove sono previsti anche corsi serali), Bari, Brescia, Reggio Emilia e Roma, avranno sede anche a Perugia e Varese. La maggior parte dei corsi è gratuita, mentre una parte è a pagamento: il contributo spese in questo caso è abbastanza contentuo, 50 euro.

Nei corsi   verranno approfonditi i prodotti, le piattaforme, ma soprattutto “si osserveranno in real time i mercati concentrando l’attenzione sulle diverse strategie adottate dai trader”.

Tra i corsi in programma sono presenti i seguenti:

  • Il Book e i miei primi ordini di acquisto
  • Metodo e trading
  • Powerdes2: la piattaforma più utilizzata in Europa
  • Marginazione: più performance al tuo trading
  • Come negoziare in obbligazioni
  • Futures: operatività, leva e ordini automatici
  • I grafici di analisi tecnica di Powerdesk2
  • Forex: il trading sulle valute
  • Forex, incontro con il market maker

 

Inoltre sono stati programmati due seminari, uno dedicato all’analisi tecnica e un altro ad un tema importante ma spesso molto sottovalutato: la gestione dell’emotività.

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Il Documento di Economia e Finanza 2011: le valutazioni della Banca d’Italia

Ieri il Vice Direttore Generale della Banca d’Italia Ignazio Visco è intervenuto alle commissioni riunite di Camera e Senato sul Documento di Economia e Finanza 2011. La valutazione appare “mista”, nel senso che da un lato viene riconosciuto che i conti pubblici italiani stanno nonostante tutto andando meglio del previsto, ma il piano di consolidamento dei conti pubblici è giudicato “ambizioso”, che a noi suona come un modo elegante per dire che difficilmente potrà essere messo in atto senza effetti collaterali.

Le questioni sul tavolo ci sembra siano soprattutto due:

  • “Contenere la spesa” e “tagliare” non sono sinonimi, anche se spesso sono usati come tali (e vengono spesso confusi). La questione non può semplicemente essere quella di “spendere meno”, ma “spendere meglio”, come abbiamo sottolineato più volte.
  • Questo perché rimane fondamentale promuovere ed incentivare la crescita, frenata da una serie di difficoltà strutturali ma anche da una carenza di risorse dedicate all’“innovazione”, intesa in senso ampio. Misure che favoriscano realmente la crescita, oltre a portare benefici a medio-lungo termine, favorisce conti pubblici più solidi: per pareggiare il bilancio non c’è solo la strada di “spendere meno”, c’è anche quella di “guadagnare di più”.

 

I risultati del 2010 sono incoraggianti: il deficit è risultato inferiore all’obiettivo; la spesa primaria corrente, in forte rallentamento, è cresciuta leggermente meno dell’indice dei prezzi al consumo. Il  miglioramento dell’avanzo primario è tuttavia dovuto alla flessione della spesa in conto capitale, mentre  la pressione fiscale è rimasta su un livello elevato.

L’andamento dei conti pubblici nei primi mesi del 2011 appare sostanzialmente coerente con l’obiettivo  indicato per l’indebitamento netto.

La conferma del rientro del disavanzo al di sotto del 3 per cento nel 2012 e l’accelerazione del  riequilibrio dei conti nel biennio 2013-14, mirando al conseguimento di un sostanziale pareggio di  bilancio in quest’ultimo anno, sono impegni importanti. Determineranno una rapida flessione del peso  del debito consentendo di ottemperare alle regole europee. Rendono evidente ai mercati la  determinazione del nostro paese a muovere risolutamente in tale direzione.

Il piano di consolidamento delle finanze pubbliche presentato nel DEF è ambizioso. Il contenimento  della dinamica della spesa svolgerà un ruolo determinante: deve fondarsi su analisi dettagliate delle  singole voci di spesa e su meccanismi che consentano di valutarne l’adeguatezza. L’entità della  correzione richiesta rende necessario intervenire su tutte le principali componenti della spesa corrente.

Potrebbe essere opportuno accompagnare gli interventi sulle erogazioni con l’introduzione nel nostro  ordinamento di una regola sulla spesa primaria che dia ampia visibilità e importanza, anche nel dibattito  parlamentare, agli obiettivi fissati per quest’ultima.

I programmi delineati nel DEF soddisfano le regole di bilancio europee esistenti e le nuove regole che  si stanno delineando con la riforma della  governance economica europea. Il Governo si è impegnato a  presentare in Parlamento un disegno di legge costituzionale sulla disciplina di bilancio, che rafforzi  l’articolo 81 e sia conforme alle regole di bilancio europee. Questa innovazione, coerente con la  richiesta contenuta nel Patto per l’euro sottoscritto  alla fine di  marzo, può fornire un contributo  importante al controllo delle finanze pubbliche nei prossimi anni.

Le nuove regole di bilancio prevedono che già a settembre siano definite concretamente le misure da  attuare nel biennio 2013-14 per conseguire il pareggio del bilancio; ciò potrà ancorare ulteriormente le  aspettative degli operatori, esercitando un’azione di contenimento sui rendimenti dei titoli pubblici.

Per contenere i costi sociali e l’impatto sul sistema produttivo dell’aggiustamento di bilancio, le politiche  pubbliche devono mirare a rafforzare il potenziale di crescita dell’economia, elevando la competitività  delle imprese, la produttività e l’occupazione, e  migliorando la qualità dei servizi pubblici e della regolamentazione. È auspicabile che l’impegno a contrastare l’evasione fiscale prosegua e si rafforzi,  aprendo spazi già nel periodo di previsione a una riduzione delle aliquote fiscali.

Permangono difficoltà strutturali, che sono all’origine della fase di bassa crescita avviatasi a metà degli  anni novanta. Occorre un forte impegno per definire e attuare in tempi brevi le riforme strutturali  necessarie per riportare il sentiero di crescita del prodotto su un livello permanentemente più elevato.

 

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Lo stato dell’economia: il bollettino della Banca d’Italia

La Banca d’Italia ha pubblicato il Bollettino Economico di Aprile 2011. Ci sembra interessante sottolineare alcuni passaggi, che sintetizzano alcuni aspetti dell’economia attuale meritevoli di attenzione. In estrema sintesi, a livello mondiale ed europeo vi è una crescita sostenuta (+5,0% nel 2010 e +4,5% nel 2011); in Italia la crescita c’è ma è molto più lenta (+1,3% nel 2010), con effetti anche sull’occupazione dato che i livelli di produzione rimangono ridotti.

La crescita mondiale resta sostenuta. L’economia mondiale continua a espandersi, sospinta dalla forte crescita dei paesi emergenti, dal recupero degli Stati Uniti e dal consolidamento della ripresa nell’area dell’euro. In base alle proiezioni del Fondo monetario internazionale (FMI), la crescita del PIL mondiale, pari al 5,0 per cento nel 2010, proseguirebbe a un ritmo del 4,5 per cento circa quest’anno e il prossimo. Dalla fine del 2010 i flussi di commercio internazionale, temporaneamente rallentati nell’autunno scorso, sono tornati ad accelerare. In Giappone, dopo un recupero dell’attività produttiva nel primo bimestre di quest’anno, gli effetti del terremoto che ha colpito il paese in marzo sono al momento di difficile valutazione, considerando la dimensione del sisma e il coinvolgimento della centrale nucleare di Fukushima.

Prosegue il rincaro delle materie di base. Nei primi mesi dell’anno è proseguito il rincaro delle materie prime. Le quotazioni del petrolio, in crescita dall’estate scorsa per il rafforzamento della domanda mondiale, sono ulteriormente salite da febbraio in seguito alle rivolte nel Nord Africa e nel Medio Oriente; i contratti futures ne prefigurano una stabilizzazione nei prossimi mesi. I prezzi delle materie di base alimentari sono cresciuti ancora nel primo trimestre e in aprile, superando i picchi dell’agosto 2008. Nei paesi avanzati le ripercussioni sull’inflazione al consumo sono state significative, anche se al netto delle componenti energetiche e alimentari la dinamica dei prezzi continua a essere contenuta. Nelle economie emergenti le pressioni inflazionistiche si sono intensificate, alimentate da ritmi di crescita economica che si collocano su livelli prossimi a quelli potenziali.

Nell’area dell’euro la crescita potrebbe essersi rafforzata nel primo trimestre. Il PIL dell’area dell’euro ha continuato a espandersi nel quarto trimestre dello scorso anno (0,3 per cento sul periodo precedente); nel complesso del 2010 il prodotto è aumentato dell’1,8 per cento. La crescita è stata però diseguale: elevata in Germania (3,6 per cento), più contenuta in Francia e in Italia (1,6 e 1,3 per cento), pressoché nulla in Spagna. Nei primi mesi del 2011 la crescita potrebbe essersi rafforzata, come segnalato dalla dinamica della produzione industriale e dalle indagini qualitative presso le imprese, riflesse nel livello raggiunto in marzo dall’indicatore €-coin.

In Italia la crescita del PIL prosegue, ma a ritmi contenuti – Nel quarto trimestre del 2010 il PIL in Italia è aumentato dello 0,1 per cento sul periodo precedente. Nella media dell’anno è cresciuto dell’1,3 per cento. Vi hanno contribuito l’andamento della domanda nazionale (per 1,7 punti percentuali) e il recupero delle esportazioni (per 2,2 punti); tuttavia, il contributo netto del commercio con l’estero è stato negativo per 0,4 punti a causa della crescita elevata delle importazioni attivata dalla domanda interna. Si prefigura una modesta accelerazione dell’attività produttiva nel primo trimestre del 2011, come indicato dalla lieve ripresa della produzione industriale e dalla più vivace dinamica delle esportazioni in gennaio e in febbraio. Anche il clima di fiducia delle imprese industriali e le attese sulla domanda sono migliorati, attestandosi su buoni livelli.

I consumi sono frenati dalla dinamica negativa dei redditi reali. Restano improntati alla prudenza i comportamenti di spesa delle famiglie, influenzati dalle condizioni del mercato del lavoro e dall’andamento del reddito disponibile, nel 2010 ancora diminuito in termini reali. La dinamica dei consumi, tornata positiva lo scorso anno, non si sarebbe intensificata nei mesi più recenti, secondo le indicazioni provenienti dall’andamento delle vendite al dettaglio, scese in gennaio, e dal clima di fiducia dei consumatori, il cui graduale miglioramento si è interrotto agli inizi del 2011. Anche le attese sulla crescita dei prezzi sono lievemente peggiorate, in linea con l’andamento corrente dell’inflazione.

 

Ci sembra particolarmente interessante il grafico, che riportiamo, relativo all’inflazione: come si nota, la componente maggiore appare provenire dagli energetici (dato che andando a vedere gli andamenti al netto degli energetici l’andamento è molto più lineare).

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S&P riduce il rating del debito USA: e quindi?

La notizia finanziaria della giornata di ieri è indubbiamente l’outlook negativo di S&P sul debito USA. Non è — sottolineiamolo subito —  un dramma: gli USA hanno ora lo stesso identico rating della Gran Bretagna. Certo però uno shock per chi è convinto che gli USA siano ancora l’unico motore dell’economia mondiale.

Ci sono diverse osservazioni da fare su questo taglio del rating, per certi versi in contrasto tra loro. La prima è che è vero che le agenzie di rating hanno colpe gravi se l’economia USA si trova nella situazione in cui è oggi. Se non avessero, per conflitti di interesse, fatto passare per titoli sicurissimi cose che erano poco più che spazzatura, gli effetti della famigerata “crisi dei mutui subprime” sarebbero stati molto più limitati, tanto che sono state molte le proposte di riforma delle agenzie di rating o di introduzione di sistemi di rating alternativi.

Ma questo è un altro discorso,  e non può essere usato come scusa per nascondere il fatto che l’economia USA non è solida come si vorrebbe. Perché il fatto che l’economia americana abbia diversi punti deboli è cosa ormai ben nota, che abbiamo avuto modo di esaminare in molteplici occasioni.

La questione somiglia in questo caso all’adagio di Wall Street ricordato da Barry Ritholtz nel suo blog a proposito delle analisi: quando le cose vanno bene, nessuno pensa di averne bisogno, quando le cose vanno male, nessuno le vuole sentire. Che però sottolinea anche come un ‘guru’ dei titoli di stato come Bill Gross di PIMCO abbia “abbandonato” quelli USA da qualche settimana, perché li considera meno affidabili del dovuto.

L’ultima nota è la questione del “tetto del debito” USA: infatti, c’è chi sottolinea la legge USA prevede che non sia possibile contrarre debito pubblico oltre una certa soglia, attualmente fissata a 14.294 miliardi di dollari. Oltre quella soglia, in teoria, dovrebbe essere dichiarato default. Uno scenario improbabile, per quanto la soglia in realtà non sia stata ancora sforata solo per un soffio (il debito totale, all’ultima asta di titoli di stato era 14.305 miliardi di dollari, 11 miliardi sopra la soglia, ma comprende circa 52 miliardi non soggetti al calcolo nella soglia), dato che è molto più verosimile che la soglia sia ulteriormente innalzata, cosa già avvenuta ad esempio nel 2009.

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Il prezzo dell’oro sale sempre. Bolla speculativa?

Nuovo appuntamento con l’editoriale di Anima SGR. Oggi Armando Carcaterra discute sul tema del prezzo dell’oro, che sta segnando continuamente nuovi record. Una situazione attribuita alle incertezze sull’economia in generale e sui conti degli Stati. Ma fino a che punto si tratta di cause concrete e quanto, invece, di bolla speculativa?

 

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=xu5f2HLdTDU[/youtube]

D1. Il prezzo dell’oro continua ad aumentare. Si tratta di una nuova bolla?

Di settimana in settimana, le quotazioni dell’oro macinano nuovi record. A metà 2010, con il prezzo dell’oro a 1260 $/oncia si evocava l’ennesima bolla speculativa e molti ne prevedevano l’imminente scoppio. Rispetto ad allora il valore nominale del metallo giallo è oggi superiore di oltre il 16% e sembra proiettato a raggiungere la quota record di 1500 $/oncia.

Guardando indietro al recente passato, pare che l’oro rappresenti il balsamo capace di assorbire tutte le paure degli investitori.

Nel 2007, prima della crisi finanziaria, l’oro quotava attorno ai 700 $/oncia; poi, reagendo all’impennata di avversione al rischio scatenata dal fallimento di Lehman Brothers, è schizzata in alto del 60% (a 900 $/oncia) mentre tutto il resto crollava. Passato il grande shock, il valore dell’oro è comunque salito ancora a 1200 $/oncia e si è detto che questo rifletteva la paura della deflazione. Oggi, a oltre 1460 $/oncia, si dice invece che registri le aspettative di inflazione.

L’oro appare impermeabile alle stagioni ed alle teorie economiche. Ma sarebbe imprudente fidarsi troppo.

Sicuramente il mondo appare oggi a molti un luogo denso di pericoli e di incognite. Le tradizionali misure con cui la finanza aveva creduto di misurare e catturare probabilisticamente l’incertezza si sono dimostrate inadeguate ed il rischio (cioè l’incertezza statisticamente misurabile ovvero l'”ignoto-noto”) è tornata ad essere per molti “ignoto-ignoto”, imponderabile e, per questo, minaccioso.

Superato il collasso dei sistemi bancari, la crisi si è trasferita ai debiti pubblici e alla crescita delle economie. Alla recrudescenza della crisi debitoria dei paesi europei periferici (Grecia, Irlanda, Portogallo), si sono sovrapposti gli sconvolgimenti socio-politici in Medio-Oriente e la guerra in Libia, lo tsunami giapponese e l’emergenza nucleare di Fukushima. Abbastanza per giustificare la continua corsa al più classico dei beni rifugio.

 

D2. Ma quanto contano i fattori psicologici e quanto quelli economici sul prezzo dell’oro?

Il mercato dell’oro non è soltanto il mercato dell’incertezza, è mosso non solo da sentimenti ed emozioni, ma anche da agenti razionali ed interessi concreti.

Ad esempio, la domanda di oro fisico per gioielleria (o applicazioni analoghe) rappresenta ancora la quota prevalente della domanda mondiale di oro: un buon 60%.

Una seconda importante componente di domanda è quella delle banche centrali, che nell’ultimo decennio hanno venduto parte delle loro riserve. Tra il 2000 ed il 2007 BCE e FMI hanno venduto sul mercato ogni anno circa l’1,7% delle proprie enormi riserve auree (circa 30mila tonnellate). Abbastanza per mantenere il prezzo dell’oro sotto i 700$/oncia. Se le banche centrali dovessero riattivare le proprie vendite in analoga misura, il prezzo dell’oro ne risentirebbe.

Infine, l’innovazione finanziaria (e soprattutto la diffusione di ETF e certificati che investono in oro) ha dato accesso all’investimento in oro anche ad investitori sensibili al livello dei tassi di interesse. Un ciclo crescente di tassi di interesse aumenterebbe, da una parte, il costo opportunità di detenere oro a fronte di attività alternative che pagano cedole o dividendi; e, dall’altra, riassorbirebbe l’incentivo a speculare sull’oro indebitandosi a costi prossimi a zero.

Come disse una volta un famoso economista, è pericoloso investire in qualcosa “il cui valore crescente dipende soltanto da un insieme di credenze che si autoalimentano”.

E sembra sempre più avvicinarsi il momento in cui paure e credenze perderanno la loro suggestione.