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L’Italia soffre da tempo di una crescita lenta, anche a confronto degli altri paesi europei. Uno studio dell’area research di Banca Monte dei Paschi di Siena, in collaborazione con l’Università Sorbona di Parigi, affronta proprio questo tema.  Non esistono, purtroppo, “ricette miracolose”, che possano fare un salto repentino all’economia italiana, ma è importante comprendere quali siano le priorità su cui bisogna lavorare. Ecco alcuni passaggi della presentazione della ricerca, che ci sembrano particolarmente rilevanti.

Negli anni recenti il Paese è cresciuto a tassi molto bassi rispetto ai suoi partner europei, tanto da subire un impoverimento relativo. Dallo studio emerge un quadro preoccupante, ma non genericamente pessimista. Le condizioni strutturali per ripartire con una crescita più sostenuta ci sono, anche se i rischi di una stagnazione sotto il peso del debito pubblico, di una struttura produttiva ingessata e di una società statica, sono concreti. Lo studio sostiene che gli incentivi al cambiamento si sono inceppati a causa di un circolo vizioso che lega la demografia, un mercato del lavoro duale e un sistema dell’istruzione non adeguato.

Ne esce un quadro in parte provocatorio, che mette in discussione molte delle interpretazioni correnti, che vengono associate a dei falsi miti. […] troppa enfasi viene data ai sintomi del declino piuttosto che alle cause, si confondono problemi statici con problemi dinamici (appunto la crescita) e si stabilisce un’equazione fuorviante fra caratteristiche tipiche del sistema produttivo e scarsa crescita. Alcuni esempi di tale impostazione. Abbiamo tante piccole imprese e quindi devono essere le piccole imprese le responsabili del rallentamento della crescita. Produciamo in molti settori tradizionali e quindi devono essere questi settori responsabili della cattiva performance. […] il rallentamento italiano pre-crisi è dovuto ad un crollo dell’efficienza generale del sistema produttivo, efficienza misurata dalla cosiddetta Total Factor Productivity (TFP).

Una delle questioni centrali è il fatto che in Italia si è puntato a mantenere lo “status quo”. Che vuol dire, come abbiamo sottolineato più volte, che si è scelto di cercare di proteggere le imprese consolidate, se non obsolete, anziché incentivare lo sviluppo di nuove imprese. La “scusa” spesso addotta è la volontà di tutelare l’occupazione, piuttosto che, di fatto, incentivare il crearsi di nuova occupazione.

Il motore della crescita dell’Italia si è inceppato negli anni Duemila perché l’Italia non è stata più in grado di migliorare la sua struttura di produzione e di esportazioni in un contesto di sempre più forte concorrenza da parte dei paesi emergenti. Questi processi di trasformazione sono generalmente associati all’entrata di nuove imprese e all’uscita di quelle obsolete. Il sistema Italia ha fallito proprio in relazione a tale processo di trasformazione. Ciò spiega probabilmente le difficoltà del sistema industriale italiano. Allo stesso tempo vi è un dato incoraggiante poiché ciò significa che vi sono opportunità di crescita per il futuro: esiste infatti un insieme di attività altamente produttive nelle quali l’Italia non è ad oggi specializzata e che tuttavia non si trovano in posizione troppo distante dall’attuale struttura produttiva nazionale e sono quindi raggiungibili. Le simulazioni effettuate nel capitolo consentono di concludere che esiste effettivamente uno spazio per favorire la crescita del paese attraverso l’evoluzione della sua struttura produttiva: si stima infatti che il potenziamento delle attività produttive più sofisticate può dare un contributo alla crescita media annua del PIL pro capite compreso fra 0,7 e 1,7 punti percentuali. Ciò avvicinerebbe la crescita italiana al fatidico 2% annuo ormai da tutti visto come l’obiettivo da raggiungere.

Molto interessante anche il passaggio che sottolinea come la ridotta mobilità sociale sia da anche ricondurre alla ricchezza delle famiglie (mediamente più elevata che in molti altri paesi), e non solo all’invecchiamento della popolazione

Le cause di tale difficoltà nel trasformare la struttura produttiva e la specializzazione sono molteplici e possono essere distinte fra vincoli, barriere e incentivi. Le tendenze demografiche, con il rapido e progressivo invecchiamento della popolazione hanno creato le condizioni per tale immobilismo, ma non possono spiegarlo da sole. L’alto livello di ricchezza delle famiglie rispetto al reddito offre una chiave utile per spiegare il fenomeno della scarsa mobilità sociale. Più che una guerra generazionale, in Italia sembra esserci un “consociativismo generazionale” che produce un circolo vizioso nel quale si crea collusione fra giovani ed anziani attraverso un trasferimento di risorse fra generazioni che passa attraverso l’utilizzo della principale attività nella quale la ricchezza delle famiglie è investita, ovvero la casa.  La situazione del sistema dell’istruzione, del mercato del lavoro, la struttura dell’imposizione fiscale e le politiche di protezione sociale  sono elementi che condizionano tale circolo vizioso.

Purtroppo, tali problemi non sono  percepiti dalla maggior parte della popolazione, e tantomeno dalla classe politica.

Questi problemi sono ampiamente documentati da numerosi studi da parte di accademici e centri studi in Italia. Il problema è che la gravità di tali problemi non è percepita appieno nella popolazione e non risulta centrale nel dibattito politico. Rompere i circoli viziosi che bloccano la mobilità economica e sociale è fondamentale, ma bisogna anche essere realisti e capire quali sono i vincoli che condizionano il passaggio da migliori incentivi a crescita economica.

Le soluzioni sono legate anche al territorio, e non sembra esserci una soluzione generale comune per tutta l’Italia.

Nelle province del Sud il miglioramento delle istituzioni rappresenta l’elemento prioritario per la crescita. A parità di contesto socio-istituzionale un’espansione del credito alle imprese ha effetti marginali. Soltanto dopo un livello soglia di sviluppo istituzionale, il credito rappresenta un motore per la crescita.

Una delle possibili strade da percorrere è quella di una maggio partecipazione dei finanziatori al capitale delle imprese, e non solo sotto forma di prestiti, dato che in questo modo le imprese potrebbero disporre di una capitalizzazione maggiore che consentirebbe loro una maggiore crescita.

Un esempio significativo della carenza a livello nazionale di strumenti che finanzino attività innovative favorendo il cambiamento è dato dal peso irrisorio del venture capital, attività nella quale siamo il fanalino di coda dei paesi OCSE. Sia nel Sud che nel resto del paese sarà pertanto fondamentale sviluppare forme di finanziamento innovative e aumentare l’importanza dell’equity, della capitalizzazione delle imprese, rispetto al credito.

Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

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