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Premessa: non siamo amanti delle “teorie complottiste” (che in genere sono piuttosto stupide). Però per dovere di cronaca dobbiamo recuperare un dibattito di qualche settimana fa negli USA, dove diversi analisti sottolineavano che sostenere le iniziative di stimolo all’economia per lungo tempo è molto difficile in tempo di pace.

L’economia americana, infatti, è tutt’altro che risanata, e il governo deve continuamente pompare fondi nel settore privato per sostenerlo. In un sistema democratico, sottolineava già  due anni fa l’economista Richard Koo, mantenere questo supporto a lungo tempo può essere difficile, perché i costi dell’operazione (anche in termini di inflazione che viene generata) possono non essere “accettati” dai cittadini che subiscono le conseguenze dell’aumento della spesa pubblica. Una delle possibili conseguenze riguarda possibili resistenze da parte dei mercati dei titoli di stato (che vengono quindi penalizzati più di quello che sarebbe giustificato dall’effettivo incremento del rischio). Questo anche sulla base della storia, dove durante le guerre “l’assorbimento di risorse” da parte dello stato è considerato più accettabile.

Una guerra dunque, può essere un metodo per fare accettare maggiormente ai cittadini un aumento di richiesta di risorse da parte dello Stato.

Detto questo, aggiungiamo che non crediamo che questa motivazione sia stata determinante per l’intervento americano in Libia. Se non altro perché ci sembra difficile che sia efficace in questo senso: per quanto gli USA abbiano con Gheddafi dei “conti in sospeso”, non ci sembra che questa sia una “guerra” particolarmente sentita dal popolo americano, e potrebbe invece avere l’effetto esattamente opposto, cioè essere percepita come un ulteriore spreco di risorse.

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