Gli effetti economici della crisi in nord Africa

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Gli sconvolgimenti politici in diversi paesi del nord Africa hanno importanti ripercussioni economiche. Prima fra tutte l’effetto sul prezzo del petrolio, e quindi dei carburanti, che hanno toccato prezzi record. Armando Carcaterra di Anima sgr esamina gli effetti della “crisi in nord Africa” sull’economia e la finanza.

 

D1. Che cosa ci insegna la crisi in corso nel Nord-Africa?

Il primo insegnamento che possiamo trarre è non perdere di vista le onde lunghe dei trend demografici, invece che focalizzarsi solo sugli aspetti di breve periodo. Ad esempio, le possibili ripercussioni nell’immediato di un aumento dell’inflazione di pochi decimi sui mercati azionari.

Anche per questo gli eventi di Tunisia, Egitto e Libia hanno colto tutti gli osservatori impreparati, quelli politici prima ancora di quelli finanziari.

E ci hanno ricordato che la “veduta corta”, come la chiamava Tommaso Padoa-Schioppa, non basta più a comprendere le dinamiche del nostro tempo.

Il secondo insegnamento è collegato al primo. Dobbiamo prendere atto che la dimensione dei rischi è cambiata. Gli assetti geopolitici tendono ad essere sempre più importanti. Il “cigno nero”, cioè la possibilità di “shock” statisticamente improbabili, non appartiene più solo agli eccessi della finanza, ma si annida nelle pieghe dei cambiamenti politici e sociali tra le grandi aree del mondo: la Cina, l’India, il Medio-Oriente. Di questi temi non dovranno occuparsi solo le Cancellerie e i Ministeri degli Esteri, ma sempre di più anche i gestori.

 

D2. Che conseguenze economiche possono avere gli sviluppi della situazione in Nord-Africa?

L’effetto più evidente riguarda il prezzo del petrolio, che è schizzato in pochi giorni da 95 a 115 $/b. Se permanente, l’aumento del prezzo del petrolio ha due effetti concomitanti ed entrambi dannosi sulle economie consumatrici: riduce la crescita economica ed aumenta l’inflazione.

Alcuni studi stimano che un aumento stabile di 10 dollari Usa del prezzo del petrolio comporti un rallentamento della crescita del PIL mondiale di circa lo 0,20% all’anno, per 2 anni.

Per i prossimi mesi, non sembrano esserci problemi di scarsità di offerta di petrolio, perché la mancata produzione libica può essere facilmente sostituita a livello mondiale da quella dell’Arabia Saudita e – relativamente all’Italia – da quella russa. La chiusura delle forniture libiche ha sottratto 1,7 milioni di barili al giorno ad una offerta complessiva di 88 milioni di barili al giorno. Non così tanto in fondo, anche perché l’Arabia Saudita dispone di una capacità estrattiva non utilizzata stimata in 5-6 milioni di barili al giorno.

Tuttavia i prezzi del petrolio non reagiscono solo agli squilibri tra domanda e offerta, ma anche o soprattutto alle aspettative.

Da questo punto di vista ci sono forti incertezze rispetto agli sviluppi politici e ai rischi di contagio di altri più grandi paesi dell’area (come Arabia Saudita ed Algeria) e incertezze molto minori sull’andamento della domanda mondiale di petrolio: questa crescerà, perché è trascinata dall’ancora tumultuosa crescita dei paesi asiatici, a partire da Cina e India.

Gli impatti economici possono essere contenuti e potrebbero essere considerati un prezzo accettabile in cambio dell’emancipazione di interi popoli. La situazione è ancora fluida ed instabile e l’abbiamo capita solo in parte.

La virtù da coltivare in momenti di svolta come questi, oltre all’umiltà, è la prudenza. Nei giudizi, nei comportamenti e nelle scelte di investimento. Il che non significa chiudersi a riccio e rifugiarsi negli investimenti di breve termine, ma evitare decisioni irrazionali.

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