Zopa (finalmente) torna in attività

Zopa, il più noto operatore del social lending in Italia si appresta a tornare in attività, dopo avere ottenuto dalla Banca d’Italia l’autorizzazione ad operare come Istituto di Pagamento.

Più di qualcuno di voi ricorderà la storia di Zopa: era diventato operativo in Italia nel 2007, dopo essere nato inizialmente nel Regno Unito, si tratta di un sistema di “prestito ed investimento sociale”, o di “social lending”,  che si propone di mettere in contatto chi è disposto a prestare danaro e chi ne ha bisogno e però non vuole o non può chiederlo alle banche o ad altri operatori finanziari.

Nel 2009, però, Zopa era stato cancellato dall’elenco degli intermediari finanziari (revocando quindi l’autorizzazione ad operare), perché si trovava a svolgere delle attività diverse da quelle per cui era autorizzato. Un provvedimento che aveva destato delle polemiche, perché qualcuno aveva voluto leggerci una “lotta” al social lending in quanto tale. Di fatto,  però, nonostante le buone intenzioni, Zopa si trovava ad operare in una situazione di scarsa trasparenza.

In un certo senso, l’impressione è che il social lending abbia corso il rischio  di essere travolto dallo stesso entusiasmo che lo ha circondato: l’impressione di molti era che l’attrazione dell’idea di “bypassare le banche” spingesse più di qualcuno mettere i propri soldi senza capire dove li stesse mettendo né che impegni stesse prendendo, con il rischi di scottature. Tra gli altri principali operatori di social lending, anche Boober ha per lungo tempo interrotto la possibilità di nuove adesioni, anche se per motivi diversi.

Zopa però non si è persa d’animo, e ha compiuto un notevole sforzo per adeguarsi ai requisiti necessari per operare come Istituto di Pagamento, ottenendo un paio di giorni fa l’autorizzazione della Banca d’Italia. Un passo fondamentale per la ripartenza del  social lending in Italia, con l’auspicio che il tempo passato nel frattempo sia stato utile ad acquisire una ulteriore maturità e consapevolezza nel settore.

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Il rischio di valuta sottovalutato nei fondi di investimento?

Secondo uno Morningstar, il nuovo indicatore di rischio sintetico SRRI (Synthetic risk return indicator) di valutazione dei fondi di investimento, all’interno del KIID (Key investor information document) che sarà introdotto a luglio, rischia di essere pesantemente inadeguato.

Infatti, questo indicatore non distingue le varie tipologie di rischio, ed in particolare quello legato ai cambi, il cui andamento diventa determinante per il rendimento effettivo che l’investitore ottiene, con la possibilità di amplificare, ma anche annullare o invertire, gli andamenti “propri” del fondo (soprattutto per i fondi che di per sé sarebbero meno rischiosi, dato che i loro andamenti sono meno “estremi”). L’incremento di volatilità dei cambi rende ancora più difficile prevedere questi andamenti.

In generale, l’osservazione è che non è sufficiente guardare al livello di rischio, ma anche alla tipologia di rischio. Soprattutto se si guarda non solo al singolo fondo, ma anche in ottica di diversificazione tra fondi, che è da considerare imprescindibile per uno stile di  investimento “sano”. Paul Kaplan, responsabile della ricerca quantitativa, infatti sottolinea: “Dal momento che l’Srri non distingue tra differenti tipologie di rischio è di scarso aiuto agli investitori nel costruire un portafoglio diversificato. Se due fondi hanno lo stesso Srri, ma sono esposti a diversi fattori di rischio, possono essere combinati per ridurre la volatilità complessiva; in caso contrario la diversificazione in questi due non porterebbe alcun beneficio”.

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ABI e associazioni consumatori per una guida ai mutui

ABI e associazioni dei consumatori hanno avviato, da un paio di settimane, un “tavolo comune” per aiutare i consumatori nella scelta dei mutui. La problematica riguarda un tema che abbiamo affrontato più volte anche su questo blog, e cioè la scarsa consapevolezza dei consumatori nella scelta dei mutui. Che non sorprende, dato il basso livello di educazione finanziaria del consumatore medio italiano: secondo alcune stime, più del 90% degli italiani non ha chiare le differenze tra i vari tipi di mutuo.

Il che comporta, inevitabilmente, che una scelta importante ed impegnativa, che ha ripercussioni sulla famiglia per decine di anni, viene spesso fatta sulla base di criteri errati. In particolare, la questione riguarda la scelta, da parte di molti, di mutui a tasso variabile anziché a tasso fisso. Capita di frequente che chi contrae un mutuo a tasso variabile non consideri che, appunto, è variabile, e che la variabilità può essere notevole, soprattutto partendo da livelli di tassi “quasi anormalmente bassi” come quelli di questi ultimi anni. Con il risultato che molte famiglie finiscono prima o poi con il trovarsi in difficoltà. Il tasso variabile dovrebbe, in generale, essere scelto unicamente da quanti hanno un reddito od un capitale tali da permettere di affrontare senza troppi problemi la variabilità. Soprattutto, evitando l’errore di pensare che se la rata del mutuo variabile è più bassa allora si può approfittarne per chiedere un mutuo di importo più elevato.

Nel secondo semestre 2010, però, la distribuzione della tipologia dei mutui è stata la seguente:

  • 47% tasso variabile
  • 24% tasso fisso
  • 26,5% tasso variabile con Cap (con un tetto massimo)
  • 2,5% “tasso misto

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ABI sottolinea un aspetto interessante, e cioè che la scelta di un tipo di tasso o un altro non va fatta sulla base di una supposta preferenza della banca a proporre uno o l’altro tipo (“perché ci guadagna di più”), ma solamente sulle proprie esigenze e disponibilità reali:

[L]a scelta va fatta sulla base delle proprie disponibilità economiche, presenti e prospettiche, tenendo conto della durata del mutuo che si va a sottoscrivere. Per le banche non c’è differenza.

Per le banche c’è indifferenza a vendere prodotti con tasso fisso o variabile, perché entrambi sono indicizzati su previsioni relative al periodo scelto. La redditività per la banca è la stessa. Le banche trovano vantaggio quando il cliente è soddisfatto delle proprie scelte finanziarie.

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Fineco premia ancora chi porta un amico, questa volta fino al 20 aprile

Fineco lancia una nuova “edizione” della promozione Invita un amico. Rispetto alla promozione effettuata a dicembre, c’è un po’ più tempo per usufruire della promozione, che durerà infatti fino al 20 aprile.

Il meccanismo è sempre il medesimo, con premi per i clienti Fineco che  “convincono” un amico ad aprire il conto, e premi anche per l’amico “portato”.

Per i clienti Fineco, il premio è a scelta tra 80€ in conto corrente oppure 200€ in commissioni per investire.  L’ “amico”, invece, beneficerà di un anno di conto gratis. Inoltre, rimane valida la promozione per chi trasferisce i propri titoli in Fineco, con la possibilità di avere fino a 2.000 Euro in conto corrente.

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Titoli di stato: rendimento BOT aggiornato

Aggiorniamo i grafici del rendimento dei BOT con i risultati dell’ultima asta, che si è svolta ieri e riguardava BOT semestrali. L’andamento del rendimento è analogo a quello dei BOT annuali, di cui avevamo parlato un paio di settimane fa. Il rendimento lordo torna a salire (1,401%) rispetto all’asta precedente (1,307%), ma in questo caso non abbiamo un “record” rispetto alle aste precedenti, dato che l’asta di fine dicembre aveva visto i BOT semestrali raggiungere un rendimento di 1,705%.

 

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Banche e tecnologia: la priorità sono i “nuovi canali”

Come avevamo promesso,  torniamo a parlare del Forum ABI Lab ed in particolare di innovazione e tecnologia al servizio delle banche. Innovazione e tecnologia hanno una duplice funzione (come in qualunque altro settore): rendere più efficienti i processi di produzione (dei servizi, in questo caso), e permettere di sviluppare nuovi prodotti/servizi.

Giovanni Pirovano, vicepresidente dell’ABI con delega per l’innovazione ha sottolineato che “La complessa congiuntura economica  non ha interrotto il processo d’innovazione organizzativa e infrastrutturale delle banche, finalizzato ad aumentare l’efficienza riducendo i costi. In questa prospettiva, la tecnologia rappresenta una leva indispensabile per razionalizzare l’attività e i processi interni offrendo, allo stesso tempo, servizi sempre più avanzati ed efficienti ai clienti”.

Anche se va sottolineato come gli investimenti delle banche in tecnologie informatiche, per quanto di tutto rispetto in valore assoluto (5,5 miliardi di euro nel 2009) hanno segnato un netto calo, con un -16%. Va dato atto che questo valore però è dato non solo dai tagli ai costi, ma anche al completamento di importanti integrazioni di sistema (soprattutto legate a fusioni/acquisizioni).

Ma su cosa stanno investendo le banche? La priorità (57% dei casi) va allo sviluppo di processi legati ai canali di accesso ai servizi:

  • rinnovamento degli sportelli (ed in particolare, diffusione di strumenti self service in filiale)
  • miglioramento dei servizi online (inclusi web 2.0, mobile banking e mobile payment)
  • snellimento dei processi di erogazione dei servizi, (dematerializzazione, miglioramento del back office, controllo dei costi).

Incidentalmente, la diffusione di strumenti self service ci fa tornare sul tema della polemica sui costi di ritiro contante allo sportello, perché l’“avversione al bancomat” (dove in genere i prelievi sono gratuiti, nel caso di conti con costi elevati di ritiro allo sportello, proprio per incentivare un canale anziché l’altro) sembra decisamente fuori tempo: l’alternativa ad usare uno sportello bancomat self-service all’esterno della banca tenderà ad essere sempre di più quella di utilizzare uno sportello self-service praticamente equivalente all’interno della banca.

Tornando alle tecnologie, un altro tema prioritario (21% dei progetti) è la compliance, seguito (10%) dalla sicurezza, in particolare quella dei servizi a distanza.

Per il 2011, una quota rilevante degli investimenti sarà legata ad adeguamenti normativi, ed in particolare ad all’adeguamento dei processi interni ai nuovi requisiti patrimoniali di Basilea3.

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IWPower Special: rendimenti fino al 3,75% per i clienti “fedeli”

IWBank ha annunciato presenta IWPower Special (di cui avevamo già accennato qualche tempo fa una prima “versioen”), un conto di deposito che prevede un particolare meccanismo di remunerazione.

IWPower Special infatti prevede, come “tradizione” del normale deposito IWPower, un tasso di interessi pari al tasso BCE (quindi attualmente 1,00% lordo), maggiorato però da un bonus fedeltà che cresce nel tempo.

Il “bonus” prevede una remunerazione aggiuntiva dell’1,75% (quindi 2,75% totale) se si mantiene il deposito per un anno, del 2,25% lordo (2,75% totale) se lo si mantiene ulteriori sei mesi (il “bonus” è calcolato solamente su questi sei mesi), e del 2,75% se lo si mantiene ulteriori sei mesi, arrivando dunque ad un tasso massimo del 3,75% lordo (sugli ultimi sei mesi di deposito).

L’idea è quella di cercare di combinare i vantaggi dei conti di deposito vincolati e di quelli “a vista”: con IWPower Special, il disinvestimento è sempre possibile, ed il cliente ottiene il rendimento al tasso BCE fino al momento del ritiro delle somme, e il bonus fedeltà delle “finestre” già chiuse.

L’appunto che si può fare è che il meccanismo di remunerazione è interessante ma può essere poco intuitivo. E’ utile dunque fare due conti per vedere che depositando il capitale per due anni ottiene un rendimento complessivo circa del 3,20% lordo annuo, pari al 2,34% netto.

IWBank sottolinea come IWPower Special sia pensato soprattutto per i risparmiatori che credono nel rialzo dei tassi “infatti in caso di rialzo del tasso BCE ilrendimento di IWPower Special composto dal tasso BCE si adegua automaticamente ogni mese mantenendo inalterato il bonus fedeltà“.

IWPower Special può essere attivato da tutti i clienti IWBank, ma solo con le nuove somme rispetto alle giacenze alla data del 1 febbraio 2011.

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I servizi bancari più innovativi premiati da ABI Lab

Nel corso del del Forum ABI Lab (su cui torneremo nei prossimi giorni) , che si è tenuto la scorsa settimana, sono stati premiati i servizi bancari più innovativi (appunto con il “Premio per l’innovazione nei servizi bancari”). Ci sembra interessante vedere i servizi che hanno vinto il premio, così come le sintetiche motivazioni, in quanto possono offrire spunti per capire come si stanno evolvendo i servizi bancari e finanziari.

Al “Fondo Nasko” della Banca Popolare di Milano è stato assegnato il riconoscimento “Innovazione per la collettività: La banca di oggi per il mondo di domani”, che premia i servizi che hanno portato benefici all’intera comunità. Nella stessa categoria, il progetto “A scuola di risparmio” della Cassa di Risparmio di Fossano ha ricevuto la Menzione Speciale Educazione Finanziaria e “Il lancio della prima banca italiana dedicata ai cittadini stranieri” di Extrabanca la Menzione Speciale Inclusione Finanziaria.

Il “Premio Innovazione per i clienti: La banca su misura”, dedicato ai progetti innovativi che hanno sviluppato nuove modalità di relazione con la clientela, è andato a “La banca vicino al cliente” di Intesa Sanpaolo. Nella stessa categoria, “La banca del futuro” di Banca Sella ha ottenuto la Menzione Speciale Canali Innovativi; “RealBanking” della Cassa Rurale di Levico Terme la Menzione Speciale Multimedialità e “Creval accanto a te” del Credito Valtellinese la Menzione Speciale Accessibilità ai Servizi.

Il “Premio Innovazione per le imprese: La banca per valorizzare il territorio”, dedicato ai servizi innovativi utili a consolidare nuove modalità di relazione con le imprese locali, infine, è stato assegnato al progetto “@GlobalTrade” di Unicredit. Nella stessa categoria, la Menzione Speciale Sostegno al Territorio è andata a “Time Out” del Monte dei Paschi di Siena e la Menzione Speciale Prossimità a “Comparto Agri” della Cariparma.

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I prestiti senza busta paga [guest post]

I prestiti senza busta paga rappresentano soluzioni di prestito riservate al consumatore che non è in grado di fornire, a garanzia del credito erogato, un regolare stipendio. Per rispondere alle esigenze di liquidità di questa particolare tipologia di utenti, i principali istituti di credito e le società finanziarie, propongono formule di accesso al credito flessibili e non vincolate ad un reddito mensile fisso.

Ovviamente per i prestiti senza busta paga gli importi erogabili sono molto contenuti: generalmente la soglia massima prevista non supera i 2 mila euro, mentre le condizioni di rimborso possono essere particolarmente agevolate sulla base del soggetto richiedente e la finalità del prestito (come nel caso, ad esempio, dei prestiti per studenti).

L’accesso a finanziamenti senza busta paga può essere vincolata, a discrezione dell’istituto o della società erogante, ad una ipoteca immobiliare, ad una eventuale rendita da locazione, nel caso di un’entrata rappresentata dal canone d’affitto percepito, oppure alla presenza di un garante. In questo modo l’erogazione del prestito risulta agevolata dalle garanzie accessorie fornite a tutela della somma richiesta.

I prestiti senza busta paga rispondono alle esigenze di liquidità di una vasta tipologia di consumatori: esistono soluzioni per casalinghe, piani per lavoratori assunti con contratti atipici, oppure formule di accesso al credito per studenti. In quest’ultimo caso, le banche forniscono prodotti altamente personalizzati e piani di ammortamento flessibili ed estremamente convenienti, per studenti che intendono accedere ad un finanziamento per finanziare un percorso di formazione, di specializzazione oppure per rateizzare l’acquisto di materiale didattico.

In rete sono disponibili moltissimi broker qualificati che mettono a disposizione degli utenti utili tools gratuiti per il calcolo di finanziamenti senza busta paga, rate di rimborso e preventivi: comodamente dal proprio pc, in pochi click, è possibile accedere ad una vasta panoramica delle migliori soluzioni di accesso ai prestiti on line, anche per quanti non dispongono di una regolare busta paga ma necessitano di un finanziamento.

CartaSi introduce un nuovo sistema antifrode

CartaSì sta introducendo un’innovazione di sicurezza sulle sue carte di credito. Si tratta di un sistema che va a contrastare il rischio di truffe in un momento in cui il titolare della carta ha la guardia abbassata, anzi non pensa minimamente di doversi tutelare. Si tratta del periodo tra l’emissione della carta e la consegna al cliente. Un intervallo di tempo in cui il titolare della carta può fare ben poco.

Sebbene non sia il tipo di truffa forse più comune, soprattutto nell’immaginario collettivo, CartaSi ha ritenuto di dover introdurre un sistema che dia ai clienti la certezza che le carte di credito non siano consegnate già “manipolate”. Il sistema si basa su un’innovativa etichetta anti-effrazione, che permette quindi al titolare di avere la sicurezza che la carta è sempre rimasta sigillata. Il sistema sarà introdotto prima tramite un progetto pilota nella prima parte di quest’anno, e successivamente sarà implementato su tutte le carte emesse.

CartaSi sta compiendo numerosi sforzi per aumentare la sicurezza delle carte di credito, e va detto con successo: secondo i dati che ha reso pubblici, nell’ultimo anno sono diminuite del 20% le transazioni illecite. Non solo: nell’80% dei casi, le  transazioni fraudolente vengono “intercettate” da CartaSi prima dell’addebito ai titolari, o addirittura stornate direttamente  dall’esercente pochi minuti dopo la loro esecuzione.

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L’epoca dei "cigni neri": eventi improbabili… ma che capitano fin troppo spesso

Altra puntata del commento di Anima Sgr: oggi Armando Carcaterra ci parla di “cigni neri”, cioè eventi che (in teoria) sono del tutto improbabili. Ma in molti hanno la sensazione che siano, in questo periodo, fin troppo frequenti…

 

D1. Cosa sono i cigni neri?

Nella vita comune i fatalisti dicono “Quando qualcosa può andare storto, andrà comunque storto!”, questa è la cosiddetta “legge di Murphy”. In finanza si parla di “cigno nero”, cioè eventi che l’analisi statistica considerava impossibili o statisticamente molto improbabili.

Le curve di probabilità, in statistica, hanno una forma “a campana”: ciò significare che gli eventi che si posizionano al centro sono più probabili e che spostandosi verso le code le probabilità decrescono, fino ad associare una probabilità quasi nulla agli estremi (positivi o negativi che siano). La forma della curva di probabilità si calcola sulla base della frequenza con cui certi eventi si sono ripetuti nel passato.

I “cigni neri” sono eventi che non sono mai accaduti prima e che, proprio per questo, cambiano il corso delle cose, perché inaugurano una statistica inedita inserendo nel quadro generale un pezzo di informazione che prima non c’era. Non c’era stato Hitler, prima di Hitler. Non c’era stato un 11 settembre, prima dell’11 settembre 2001. Il “cigno nero” identifica eventi che si collocano per probabilità a questi estremi o addirittura oltre gli estremi. Fino al secolo scorso gli ornitologi consideravano impossibile l’esistenza di cigni neri, finché non ne fu trovato uno, uno solo: una sola osservazione può d’un tratto rovesciare una teoria consolidata.

D2. Viviamo in un’epoca di cigni neri?

Molti direbbero di si, dato il numero di eventi imprevisti e disastrosi degli ultimi anni. Diciamo che la propensione all’ansia dei mercati è aumentata e si traduce in volatilità alta e, talvolta, in panico. Navigare in queste acque è più difficile, ma non tutto ciò che appare come un “cigno nero” lo è. La straordinaria potenza distruttrice dello “tsunami” giapponese è un “cigno nero” e lo è l’esplosione della centrale nucleare di Fukushima. Non sono però “cigni neri” i terremoti, né le conseguenze economiche globali del cataclisma.

Le reazioni dei mercati finanziari alla catastrofe giapponese sono emblematici: nonostante la drammaticità degli eventi, l’analisi razionale dei fatti ha finora prevalso. La reazione d’impatto dei mercati globali è stata ovviamente negativa, ma il recupero è stato rapido, appena si è compreso che il Giappone ha le risorse per assorbire gli effetti distruttivi del sisma e che l’onda d’urto sulla crescita mondiale sarà di entità contenuta.

Gli effetti di propagazione passeranno, semmai, dalle conseguenze indirette dell’emergenza nucleare.

La vulnerabilità dei reattori di Fukushima ha spinto tutti i paesi del mondo a rivedere i propri piani di sviluppo nucleare o, addirittura, a chiudere le centrali esistenti. Nel lungo andare i prezzi delle materie prime energetiche subiranno sicuramente l’effetto della sostituzione con fonti tradizionali (petrolio, gas ecc.) e ogni aumento dei prezzi delle materie prime ha impatti sulla crescita. Anche se negativi, sono però impatti calcolabili, non “cigni neri”. Ad esempio, è stato stimato che nel nostro paese un aumento permanente del 20% del prezzo del petrolio provoca un rallentamento del Pil dello 0,5%. Per ora però il prezzo del petrolio è sceso (in anticipazione del minor consumo giapponese) e sappiamo che dovrà tornare stabilmente attorno ai suoi massimi storici (attorno a 140$/barile) perché si verifichi un azzeramento della crescita prevista.

Questo evento non è del tutto improbabile, ma non dipende dallo tsunami giapponese. Dipende molto di più dalla situazione in Nord-Africa ed in Medio-Oriente, dove in 3 mesi il panorama geopolitico è stato sconvolto da uno tsunami politico e sociale. A ben vedere neanche quello era un “cigno nero”, perché gli osservatori più attenti avevano per tempo avvertito del pericolo. In quell’area possono tuttavia emergere nei prossimi mesi insidie impreviste, come già accadde trent’anni fa in Iran.

D3. Cosa ci aiuta a capire se un evento è o no un cigno nero?

L’economista Frank Knight (contemporaneo di Keynes) distingueva tra la nozione di “incertezza” e quella di “rischio”, classificando come “incerte” situazioni in cui l’ignoto è ignoto (unkwown unknown) e “rischiose” situazioni in cui l’ignoto è noto (known unknown). Fortunatamente, la maggior parte delle vicende con cui facciamo i conti tutti i giorni sono eventi in cui “l’ignoto è noto” e che gli strumenti dell’economia e della finanza ci consentono di gestire senza evocare fatalistiche “leggi di Murphy”.

Quando un evento è stimabile, si possono infatti adottare misure che ne neutralizzino (o almeno ne mitighino) gli effetti. Quello che vale per la politica, deve valere anche per i nostri investimenti.

Anche la Gran Bretagna vorrebbe rendere più difficili le acquisizioni straniere

Non è solo l’Italia tentata dall’introduzione di regole che proteggano la proprietà delle imprese “strategiche”. Anche la Gran Bretagna sta valutando l’introduzione di “ostacoli” alle acquisizioni straniere, con una proposta di riforma delle legge che regola, dal 1960, le fusioni e le acquisizioni.

C’è però, secondo noi, una sostanziale differenza nella logica alla base delle due proposte: quella inglese nasce con lo scopo di  pretendere che chi effettua un’acquisizione di un’importante società dia garanzie per quanto riguarda di piano industriale e di ricadute, in termini di occupazione e di indotto. Una questione un po’ (tanto) diversa dal semplicemente vedere che bandierina ha sul portafoglio l’acquirente: non crediamo di sbagliarci nel dire che è meglio una proprietà straniera che tuteli occupazione ed indotto, e sia in grado di favorire lo sviluppo dell’impresa, che una nazionale (magari interessata ad incentivi di qualche tipo ricevuti) il cui piano fosse  “tirare a campare”.

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Basterebbe semplificare l’annullamento dei bonus per spingere i manager ad essere più attenti alla sostenibilità?

Uno dei temi spesso dibattuti nel corso della crisi finanziaria è quello dei bonus ai manager. Noi abbiamo sempre sostenuto che non è di per sé sbagliato che un bravo manager sia pagato molto, però è innegabile che c’è un problema legato a definire chi sia un bravo manager. La risposta non è di per sé difficile: un buon manager è quello che raggiunge (e possibilmente supera) gli obiettivi.

E qui nasce il problema, perché il sistema di bonus è spesso stato costruito in modo non del tutto indipendente, finendo non con il premiare obiettivi “sostenibili”, ma semplicemente avvalorare dei comportamenti in essere. Un esempio? Molto spesso i broker che trattavano mutui subprime erano incentivati solo sulla base del numero di contratti raccolti, senza nessuna attenzione alla loro qualità. È tanto incredibile che, con un sistema del genere, si siano accumulati una quantità tale di mutui-spazzatura?

È abbastanza evidente che gli obiettivi possono attualmente essere facilmente manipolati per poterli dichiarare “raggiunti” in qualunque contesto. Ed è così che Richard Fuld, ex CEO di Lehman Brother ha incassato circa 490 milioni di dollari (vendendo anche le azioni in suo possesso) prima di dichiarare fallimento, o Stanley O’Neal, alla guida di Merrill Lynch prima che venisse acquisita (o “salvata”) da Bank of America, ha ricevuto una buonuscita di 160 milioni di dollari.

Non serve immaginare particolari sistemi di sanzionamento, o di rivalsa legale. Diversi commentatori notano come sarebbe probabilmente sufficiente introdurre un sistema di controllo “ex-post”, ed eventualmente di annullamento dei bonus per incrementare l’attenzione alla sostenibilità dei manager.

Un metodo potrebbe essere imporre la rateizzazione nell’erogazione del “bonus” (già in parte prevista), e che il CdA insediato al momento delle erogazioni delle rat successive debba approvare l’erogazione della rata di bonus (magari vincolandolo al rispetto dei criteri in vigore al momento), e possa, in casi gravi, chiedere la restituzione del bonus precedentemente erogato.

Attualmente, semplificando, quello che succede è che (soprattutto negli USA), se io sono CEO di una società posso dire “sono stato proprio bravo, mi sono meritato 500 milioni di dollari di bonus”. E tanti saluti.

Una soluzione molto semplice potrebbe essere che quei 500 milioni non li posso prendere subito, ma devono essere diluiti, ad esempio in 5 anni. Ogni anno, il CdA (o l’esecutore fallimentare, o un organo societario competente) verifica perché mi sono dato il bonus, verifica che i criteri siano “accettabili”, e autorizza l’erogazione della rata. Ad esempio: mi sono dato il bonus perché ho fatto tanti prestiti. All’erogazione della rata, il CdA verifica che questo criterio sia sensato. Potrebbe decidere che è vero, ho fatto tanti prestiti, ma non mi sono preoccupato minimamente se chi prendeva a prestito era in grado di rimborsare o no il prestito: allora, decide di bloccare il bonus.

Molto più semplice di una causa civile, un sistema del genere potrebbe spingere i manager a una maggiore e attenzione alla sostenibilità. Con prevedibili vantaggi per la solidità dell’economia.

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Le ricadute sul PIL delle nuove regolamentazioni bancarie

La richiesta di “maggiore solidità” alle banche è fuori di ogni dubbio necessaria e positiva nel medio-lungo periodo. Ciononostante, è ingenuo dimenticare che maggiore solidità delle banche vuol dire, ad esempio, meno facilità nella concessione di prestiti. E’ importante essere consapevoli che nel breve periodo una maggiore sostenibilità porterà degli effetti collaterali.

Il Vice Direttore Generale della Banca d’Italia, Anna Maria Tarantola, nel corso di un intervento ad un convegno intitolato “Scenari della regolamentazione e dei controlli: costi e opportunità per l’industria bancaria e finanziaria“,  ha toccato proprio questo tema.

Il Comitato di Basilea e il  Financial Stability Board hanno condotto analisi dell’impatto  macroeconomico della riforma, sia nella fase di transizione che nel lungo periodo. Per i paesi
rappresentativi delle economie del G20, nel lungo periodo l’effetto complessivo delle riforme sulla  crescita economica sarebbe ampiamente positivo.  I benefici sono essenzialmente dovuti al fatto che  la maggiore solidità del sistema finanziario ridurrà la probabilità di crisi finanziarie e le ricadute  negative sulla crescita economica. Le stime relative all’effetto nella fase di transizione indicano che  i più elevati requisiti di capitale abbasserebbero il tasso di crescita medio annuo del PIL di circa  0,03 punti percentuali.

Questa previsione tiene conto sia  della reattività media del PIL a un  aumento di un punto percentuale del requisito di capitale, sia dell’effettivo volume di capitale  necessario per soddisfare la nuova regolamentazione (il cosiddetto “capital gap”, che varia da paese  a paese in funzione del grado di capitalizzazione di  partenza). I nuovi requisiti di liquidità  determinerebbero una ulteriore compressione della crescita annua del PIL non superiore a 0,02  punti percentuali.

[…]

A fronte di questi effetti relativamente contenuti per il complesso dell’economia, le ricadute per le  diverse categorie di debitori  sono di difficile quantificazione. Come ho già avuto modo di
argomentare nell’audizione che  ho tenuto il 7 ottobre scorso presso la Commissione X della  Camera, l’impatto potrebbe essere maggiore per le imprese di piccola dimensione caratterizzate da  debolezze nella struttura finanziaria. I dati della Centrale dei bilanci indicano che le aziende con  meno di 50 addetti hanno un indebitamento mediamente elevato: con riferimento al periodo 2005-08, il rapporto tra i debiti finanziari e la somma degli stessi con il patrimonio netto era pari al 58 per  cento, due punti percentuali in più rispetto alle imprese medie e oltre dieci punti al di sopra delle  grandi. La carenza di finanziamenti alternativi al credito rende le piccole imprese dipendenti dalle  banche: i debiti bancari rappresentano oltre l’80 per cento del totale dei debiti finanziari.

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