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Nell’edizione speciale di “Temi di Economia e Finanza” di ABI, un analisi conferma quello che molti analisti avevano già suggerito: le banche commerciali appaiono meno esposte alle crisi finanziarie, rispetto a quelle che invece si occupano di “finanza pura”. Un fatto che potrebbe apparire scontato, ma su cui in realtà il dibattito è stato vivace, perché una forte corrente di pensiero sosteneva che le “banche finanziarie”, applicando un’adeguata diversificazione, operando una gestione prudente e dotandosi di un patrimonio solido, possono essere altrettanto “sicure”.

L’analisi analizzato 83 settori bancari, in diversi paesi di tutto il mondo, per individuare le variabili correlate con la probabilità essere classificati “in crisi” dal Fondo Monetario Internazionale. Il fattore più significativo è risultato il “supporto all’economia reale”: in altre parole, i settori in cui la redditività maggiore viene generata dall’attività di raccolta del risparmio e di finanziamento dell’economia (e dove, non trascurabile, vigono regole di vigilanza “forti”) sono stati meno esposti alla crisi.

Molto interessante anche il fatto che la trasparenza diminuisca l’esposizione alla crisi: infatti, l’analisi ha mostrato come l’informativa ai mercati sia correlata negativamente con la probabilità di crisi.

Al contrario, i requisiti patrimoniali non sembrano avere avuto un ruolo significativo nel ridurre l’impatto della crisi (anche per le dimensioni stesse della crisi, va aggiunto): un fattore che (una volta ulteriormente verificato) e dovrebbe spingere a qualche riflessione sulle nuove regolamentazioni del settore bancario.

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