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Nel 2010 hanno avuto un ottimo successo gli ETP, Exchange Trade Product. In termini molto semplici, gli ETP sono dei fondi che però hanno una gestione “passiva”, cioè hanno una composizione di portafoglio che replica uno specifico indice. Non c’è quindi una gestione “attiva” (che comporta maggiori costi) per cercare di “battere il benchmark”, di ottenere una performance superiore all’indice di riferimento come fanno i fondi tradizionali — che però non sempre riescono in questo obiettivo.

Successo non solo in termini di risultati finanziari, ma anche di diffusione della tipologia di strumenti: il totale dei prodotti-ETP presenti sul mercato si avvicina ora a 3.500, con capitali per quasi 1.400 miliardi di dollari, con un numero crescente di operatori che propongono questo prodotti (anche se  comunque rimane un mercato molto concentrato, con i tre principali operatori — nell’ordine, iShares, State Street global investors e Vanguard — che gestiscono il 70% dei capitali investiti).

La principale tipologia di ETP sono gli ETF, Exchange traded fund, che secondo quanto stima Morningstar da soli costituiscono il 70% circa del totale dei prodotti e ben l’88% degli asset complessivi.

L’altra tipologia di ETP, più recente rispetto agli ETF, è quella degli ETC, Exchange traded commodities, che permettono di investire in materie prime (rendendole “accessibili” anche ai piccoli investitori). Prevedibilmente, dato l’andamento generale dei mercati, si sono sviluppati in particolare gli ETC legati all’oro.

Gli ETF si distinguono dai fondi perché spesso consentono operazioni più veloci e meno costose, e quindi consentono di fatto una maggiore liquidità del capitale investito, per quanto questo sia anche un fattore che si presta ad essere abusato.

Gli ETF però anche per questa caratteristica vengono considerati particolarmente idonei per strategie di investimento “in controtendenza”, per quanto sia una strategia che si può applicare con ogni tipo di fondo, ma con gli ETF, per il loro legame con gli indici, secondo alcuni analisti è particolarmente efficace.

Russel Kinnel di Morninstar la descrive come l’investire nei fondi che hanno avuto i maggiori riscatti (le “uscite” degli investitori): la logica è quella di individuare in modo semplice settori potenzialmente sottovalutati, ed evitare quelli dove si sta creando una bolla (quelli verso cui “tutti corrono”). Ogni fondo dovrebbe essere mantenuto almeno tre o cinque anni. Chiaramente, si tratta di una strategia che si basa su una ampia diversificazione del portafoglio, e dovrebbe essere anche affiancata da altre strategie (anche per quanto riguarda le strategie, vale la regola della diversificazione).

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