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Il più grosso rischio per il “salvataggio” dell’Irlanda è dato dalla possibile “mancanza di volontà” degli Irlandesi di essere “salvati”. Il discorso è collegato a quanto avevamo scritto nel post sulla volontarietà dei default degli Stati. La questione è che secondo alcuni sondaggi il 57% della popolazione Irlandese preferirebbe il “default” al salvataggio, perché non vuole accollarsi ulteriore debito, dato che ritiene sia ingiusto che i costi del salvataggio di soggetti — banche — privati vengano “scaricati” sul popolo. Un fattore da non sottovalutare anche considerando che a breve sono previste le elezioni, che potrebbero almeno in parte rimescolare le carte in tavola.

L’atteggiamento della popolazione irlandese è per certi versi comprensibile, ma a nostro parere non viene colto il nocciolo reale del problema, che è diverso, e cioè che la questione non è tanto sul passato (cioè sui debiti), ma piuttosto sul futuro, e cioè se l’Irlanda possa essere in grado di mantenere la capacità di attrazione degli investimenti esteri che ne ha sostenuto la crescita finora: è chiaro che se l’Irlanda diventasse un Paese “non più conveniente”, molte multinazionali potrebbero decidere di spostarsi via dall’Irlanda, con tutte le ricadute che ciò comporta, che sono molto, molto maggiori dei costi del salvataggio.

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