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L’intervento del Governatore della Banca d’Italia Draghi al  ISTAO ha avuto un certo spazio sui giornali che hanno evidenziato due osservazioni fatte da Draghi, la crescita debole dell’Italia e la necessità di “stabilizzare” i lavoratori precari.

In realtà però l’intervento di Draghi (del quale potete trovare qui il testo completo) era centrato su un altro tema molto interessane e cioè il rapporto tra crescita e benessere, argomento che abbiamo già accennato anche qui in passato. Infatti, è sempre ampio il dibattito sul fatto che il PIL sia un indicatore significativo del benessere di un Paese, oppure se serva cercare misure alternative.

La prima questione è quella che la misura del reddito (che è quella quasi universalmente usata oggi) è decisamente insufficiente anche per un’analisi che voglia tenere conto solo degli aspetti economici.

Negli anni più recenti l’insicurezza nei rapporti di lavoro, il ridimensionamento del sistema di protezione sociale pubblico, l’invecchiamento della popolazione hanno reso i flussi di reddito, percepiti e attesi, meno regolari: la ricchezza ha via via assunto un ruolo sempre più importante di cuscinetto di sicurezza. Il risparmio accumulato è essenziale nell’attutire gli effetti delle incertezze della vita, nel far sentire le persone meno vulnerabili. Il capitale materiale e immateriale di cui i giovani dispongono all’inizio della vita adulta, grazie ai trasferimenti che ricevono dalla famiglia, condiziona le loro scelte e i loro destini. Per questo, come ho avuto modo di notare in passato, è necessario analizzare l’evoluzione della ricchezza con la stessa attenzione che dedichiamo a quella del reddito.

L’esame congiunto di reddito e ricchezza ci restituisce un quadro prima facie diverso da quello basato sul solo reddito. Secondo i dati dell’OCSE, nel 2007, prima della recessione globale, l’Italia presentava il PIL pro capite più basso tra i paesi del G7, pari al 69 per cento di quello degli Stati Uniti, ma la ricchezza pro capite delle famiglie italiane era l’88 per cento di quella delle famiglie statunitensi, un valore superiore a quello osservato in Francia, Germania, Giappone e Canada.

Tuttavia quest’analisi è irta di difficoltà metodologiche: i risultati cambiano molto a seconda della definizione e del criterio di valutazione della ricchezza che si scelgono.

Draghi ha poi approfondito anche l’aspetto della creazione di  un indicatore del benessere. A tal proposito, aggiungiamo un nostro piccolo inciso sul fatto che tra gli elementi di benessere viene spesso considerata anche la durata media della vita: a noi lascia un po’ perplessi il fatto che sembra quasi si confonda questa “quantità” della vita con la qualità della vita. In altre parole: se un vive più a lungo, non è automatico che viva meglio.

La difficoltà di definire un indicatore oggettivo del livello di benessere ha indirizzato la ricerca verso misure soggettive, basate sulla valutazione individuale: si chiede alle persone quanto siano soddisfatte della vita che conducono. Questo tipo di domanda appare anche nell’Eurobarometro, un sondaggio di opinione condotto dalla Commissione europea fin dagli anni Settanta tra i cittadini della comunità.

La quota di italiani che si dichiarano abbastanza o molto soddisfatti cresce dal 58 per cento nel 1975 all’80 nel 1991; da allora oscilla intorno a un trend costante (Fig. 1). Questa dinamica è allineata con quella del PIL pro capite fino alla metà degli anni Novanta; dopo, l’indice di soddisfazione piega verso il basso, più della decelerazione del prodotto per abitante.

Non è agevole spiegare questa divergenza. Essa potrebbe riflettere il “paradosso di Easterlin”, secondo cui la crescita del reddito, oltre un certo livello, cessa di associarsi a un aumento del benessere soggettivo; ma la validità empirica di questa ipotesi è controversa; inoltre, il fenomeno è osservabile solo in Italia fra i maggiori paesi europei.

Gli indicatori di percezione soggettiva della qualità della vita hanno un valore informativo autonomo rispetto alle misure quantitative di reddito e ricchezza; è certamente eccessivo dire che essi soli costituiscano una misura attendibile del progresso umano20. Come le preferenze rivelate nella teoria del consumo possono essere influenzate da fattori esterni, quali la pubblicità, così le valutazioni individuali sul grado di soddisfazione possono non rivelare alienazione, frustrazione: possono essere il frutto di una rassegnata, ma errata convinzione che non possa esistere un mondo più desiderabile, se conosciuto. La politica economica che deve rispondere alle vere aspirazioni dei cittadini non può non tenere conto di tutti gli indicatori: soggettivi, oggettivi.

Per chiudere, ecco la figura cui fa riferimento Draghi:

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Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]