I rendimenti dei Titoli di Stato italiani si impennano per effetto della crisi irlandese

I rendimenti dei titoli di stato italiani hanno avuto una vera e propria impennata nelle aste di questi ultimi giorni, tra cui quella dei BTP decennali e quella dei BOT annuali. Per quanto il maggior rendimento possa apparire un beneficio per gli investitori ed i risparmiatori, in realtà va letto — soprattutto in questo caso — come un sintomo di tensione dei mercati, che percepiscono un aumento del rischio legato al debito italiano (ma si può dire al debito sovrano in generale), che quindi deve essere compensato da un rendimento maggiore: per dare un’idea, il rendimento dei  BTP decennali nell’asta del 28 di ottobre era del 3,89%, schizzato a 4,43% a novembre, pur avendo anche la medesima scadenza dei precedenti (1 marzo 2021).

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Il rischio vero? È che l’Irlanda vorrebbe dichiarare default

Il più grosso rischio per il “salvataggio” dell’Irlanda è dato dalla possibile “mancanza di volontà” degli Irlandesi di essere “salvati”. Il discorso è collegato a quanto avevamo scritto nel post sulla volontarietà dei default degli Stati. La questione è che secondo alcuni sondaggi il 57% della popolazione Irlandese preferirebbe il “default” al salvataggio, perché non vuole accollarsi ulteriore debito, dato che ritiene sia ingiusto che i costi del salvataggio di soggetti — banche — privati vengano “scaricati” sul popolo. Un fattore da non sottovalutare anche considerando che a breve sono previste le elezioni, che potrebbero almeno in parte rimescolare le carte in tavola.

L’atteggiamento della popolazione irlandese è per certi versi comprensibile, ma a nostro parere non viene colto il nocciolo reale del problema, che è diverso, e cioè che la questione non è tanto sul passato (cioè sui debiti), ma piuttosto sul futuro, e cioè se l’Irlanda possa essere in grado di mantenere la capacità di attrazione degli investimenti esteri che ne ha sostenuto la crescita finora: è chiaro che se l’Irlanda diventasse un Paese “non più conveniente”, molte multinazionali potrebbero decidere di spostarsi via dall’Irlanda, con tutte le ricadute che ciò comporta, che sono molto, molto maggiori dei costi del salvataggio.

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Nonostante tutto, l’indicatore €-coin mostra un rafforzarsi della ripresa a novembre

L’indicatore €-coin, che offre una stima sintetica “in tempo reale” del quadro congiunturale corrente nell’area dell’euro, mostra nonostante tutto un incremento a novembre 2010, salendo a 0,45% rispetto allo 0,41% di ottobre. Un dato che dunque indica un rafforzarsi della crescita, che accelera leggermente a novembre. Il risultato, secondo quanto riportato dalla Banca d’Italia, è dovuto soprattutto al miglioramento della fiducia delle imprese e dei consumatori.

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Mutui: arrivano le Linee Guida per la valutazione degli immobili

Quando si parla di mutui, la variabile più analizzata è sicuramente il tasso applicato. Ma spesso uno dei fattori che chi sceglie un mutuo tiene in considerazione è anche come viene valutato l’immobile, dato che determina l’importo concesso in mutuo. A parità di altre condizioni, molti scelgono il mutuo che valuta di più l’immobile, e quindi concede la somma maggiore.

Se differenze di valutazione “ci possono stare”, in alcuni casi la soggettività della valutazione è estremamente elevata, oltre che discrezionale, con il caso del richiedente che può essere penalizzato perché la casa gli viene valutata meno del valore ”reale”, oppure nel caso opposto in cui il valore dell’immobile viene sopravvalutato.

Questo secondo caso è più dannoso di quanto molti si rendano conto. Dal punto di vista della banca, se l’immobile viene sopravvalutato quel che accade è che le garanzie effettive sono inferiori a quelle “teoriche” (della valutazione, cioè), e quindi i “conti” della banca sono meno solidi, e i rischi cui è esposta la banca sono maggiori.

Anche dal punto di vista del cliente non è un beneficio: una banca che presta al cliente più soldi di quanti questo si possa permettere non gli fa un favore, perché lo espone a rischi maggiori.

Per limitare, in futuro, queste situazioni, è stata siglato un protocollo che coinvolge Associazione Bancaria Italiana, Tecnoborsa, Ordini Professionali di Geometri, Ingegneri, Architetti, Agronomi, Periti industriali, Periti agrari e le principali società di valutazione immobiliare, le “Linee Guida ABI per la valutazione degli immobili in garanzia delle esposizioni creditizie”, i cui contenuti sono stati condivisi anche con l’Agenzia del Territorio.

L’obiettivo di questo protocollo è appunto rafforzare la trasparenza delle valutazioni degli immobili. Il protocollo prevede:

  • maggiori livelli di professionalità ed onorabilità dei periti
  • definizione di valore di mercato secondo le indicazioni di Banca d’Italia
  • metodologie di valutazione immobiliare in base a standard internazionali

Nei prossimi giorni sarà costituito un tavolo di lavoro congiunto tra tutti i firmatari del Protocollo,  in modo da dare attuazione alle linee guida, che nel frattempo saranno inviate anche all’Autorità Garante per la Concorrenza e il Mercato e a Banca d’Italia, per osservazioni.

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Il Sistema Europeo di Banche Centrali

Ci sembra interessante una digressione su cos’è e come funziona il Sistema Europeo di Banche Centrali, soprattutto in ottica di politica monetaria ed economica, proprio allo scopo di capire meglio “cosa c’entrano le operazioni della BCE con l’economia”. L’argomento è ampio e complesso, e cercheremo di semplificarlo per quanto possibile, ma inevitabilmente dovremo trattare il tema in vari post.

Il Sistema europeo di banche centrali (SEBC – a volte chiamato anche Eurosistema) è composto dalla Banca centrale europea (BCE) e dalle banche centrali nazionali degli Stati membri dell’Unione europea (UE).

Le attività del SEBC sono regolate da due riferimenti normativi principali:

  • il Trattato che istituisce la Comunità europea (Trattato)
  • lo Statuto del Sistema europeo di banche centrali e della Banca centrale europea (Statuto del SEBC).

Il SEBC è governato dagli organi decisionali della BCE: in particolare, il Consiglio direttivo della BCE decide la politica monetaria, ed il Comitato esecutivo si occupa dell’attuazione della politica monetaria quanto determinato dal Consiglio direttivo.

La BCE fa ricorso alle banche centrali nazionali per svolgere le operazioni che rientrano tra i compiti dell’Eurosistema, non ultimo condividendo informazioni dati operativi.

Qual’è l’obiettivo del Sistema Europeo di Banche Centrali?

Gli obiettivi del SEBC sono fissati dall’art.105 del Trattato:

L’obiettivo principale del SEBC è  il mantenimento della stabilità dei prezzi. Fatto salvo l’obiettivo della stabilità dei prezzi, il SEBC sostiene le politiche economiche generali nella Comunità al fine di contribuire alla realizzazione degli obiettivi della Comunità definiti nell’l’articolo 2. Il SEBC agisce in conformità del principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza, favorendo una efficace allocazione delle risorse e rispettando i principi di cui all’articolo 4.

Strumenti di Politica Monetaria

La BCE utilizza una serie di strumenti di politica monetaria (tra cui operazioni di mercato aperto, operazioni attivabili su iniziativa delle controparti e regolamentazione di riserve obbligatorie) per raggiungere gli obiettivi prefissati.

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Basilea 3 e gli effetti sulle imprese

Un passaggio interessante dell’audizione del Vice Direttore Generale della Banca d’Italia Giovanni Carosio alla  Commissione Finanze e Tesoro del Senato  evidenzia un punto importante sul tema della ricerca di maggiore solidità dei conti delle banche.

La questione infatti, è che banche più solide vuol dire banche che prestano meno facilmente.

L’impatto sulle banche, anche su quelle italiane, sarà significativo, ma il lungo periodo di transizione previsto dalle autorità lo diluisce nel tempo e consente l’adozione
da parte delle banche di politiche di graduale convergenza ai nuovi standard. Le stime degli effetti sull’economia reali sono nel complesso rassicuranti. Anche nelle ipotesi più negative – che includono l’effetto di un costo più alto del credito bancario e di fenomeni di razionamento – l’impatto sull’economia sarebbe relativamente contenuto.

Le piccole e medie imprese affronteranno gli effetti della riforma da una situazione di relativa debolezza: esse sono mediamente più indebitate, fanno maggiore affidamento
al credito bancario, pagano oneri finanziari rilevanti rispetto ai margini operativi. Sono però spesso affidate dalle banche di minore dimensione, che sono mediamente già oggi in condizione di rispettare le nuove regole.

I costi devono essere in ogni caso valutati alla luce dei benefici. Un quadro di regole più severo e condiviso a livello internazionale pone i presupposti per un sistema finanziario più solido. Costituisce anche uno stimolo per l’adozione di comportamenti virtuosi da parte delle imprese.

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La differenza tra mancanza di liquidità ed insolvenza (il caso dell’Irlanda)

Quando si parla di mancanza di risorse finanziarie, e necessità di ricorrere a prestiti (in ogni contesto), va tenuto conto di una sostanziale differenza, che però a molti sembra sfuggire. Ci riferiamo alla differenza tra mancanza di liquidità ed insolvenza.

La mancanza di liquidità può essere definita in cui le risorse “ci sono ma non sono disponibili”, in altre parole sono immobilizzate in qualche forma, oppure saranno (con ragionevole certezza) disponibili in futuro (entrate o redditi futuri).

L’insolvenza invece è la situazione in cui le risorse “semplicemente non ci sono”, cioè la situazione in cui “si sta vivendo oltre le proprie possibilità”. In questo caso, un prestito non risolve il problema, ma semplicemente lo pospone, spesso aggravandolo (a causa dei costi del prestito).

Questa considerazione, che sarebbe bene che ogni consumatore tenesse bene a mente, può essere applicata anche a soggetti ben più articolati come gli Stati. Ed è in base a questa considerazione che vi sono delle preoccupazioni sulle capacità dell’Irlanda di uscire dalla crisi in cui è entrata, pur beneficiando degli aiuti dell’Unione Europea.

La questione è molto semplice, e cioè che gli aiuti concessi all’Irlanda sono (come avviene in quasi ogni caso) dei prestiti “agevolati”, cioè a tassi particolarmente favorevoli rispetto a quelle che sarebbero le condizioni di mercato.

Per capire l’efficacia di questo tipo di aiuti, va fatta una piccola digressione su cosa avviene in una crisi economica: fondamentalmente, gli investitori hanno dubbi sulla capacità del governo di onorare i debiti futuri (nel caso dell’Irlanda, come conseguenza dei costi del “salvataggio” del sistema bancario), e pertanto — per compensare il rischio — pretendono un tasso di interesse maggiore sulle risorse che gli affidano (cioè i titoli di stato che acquistano). Questo maggiore tasso di interesse è un costo per lo Stato, che pertanto si troverà in difficoltà ancora maggiori e il rischio sarà quindi ancora maggiore, e pertanto gli investitori richiederanno un tasso di interesse ancora maggiore, e così via.

Un “prestito agevolato” è quindi molto utile in un contesto come questo perché spezza il circolo vizioso, ma non risolve il problema di fondo, quando questo è diverso da fiducia, oppure da liquidità (che nel caso di uno stato, vuol dire che sta sostenendo spese ingenti, ma è in grado di “rientrare” del deficit). La preoccupazione nel caso dell’Irlanda è appunto che il problema non si risolva in modo immediato: il problema è il modello di crescita che ha avuto il Paese, che è stato capace di attrare molti investimenti dall’estero, che però adesso potrebbero altrettanto velocemente abbandonarlo. La questione è stata già posta, neanche troppo velatamente, da diverse multinazionali (come Google) che hanno fatto capire che se le tasse irlandesi saliranno, potrebbero ritenere il caso di rivedere gli investimenti nel Paese, magari per scegliere altri lidi.

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Crisi Irlanda: il problema non sono le cifre, ma il coordinamento tra i paesi UE

Segnaliamo un passaggio dell’intervista all’ex-rettore della Bocconi Roberto Ruozi su Repubblica.it, che si sembra colga un aspetto importante del problema, e cioè che il problema non è tanto nelle cifre di cui si parla (certamente elevate ma non “da record”), quanto nelle difficoltà di coordinamento delle decisioni all’interno della UE.

“La macchinosità e la lentezza dei processi che servono per prendere queste decisioni. L’Europa sembrava aver deciso di istituire questo Fondo di salvataggio che avrebbe dovuto intervenire, quando fosse il caso, in modo quasi automatico, dunque con rapidità. Invece servono decisioni all’unanimità dei 16 paesi mell’euro, si perdono mesi in trattative per cifre non drammatiche: si pensi che per l’Irlanda si parla di un importo che è circa la metà di quello messo in campo dal governo americano per salvare l’Aig, con una decisione molto rapida; per la Grecia la cifra è era ancora meno. Qui, invece, si è detto che l’accordo per l’Irlanda è stato raggiunto, ma non mi risulta che sia ancora stato firmato niente. E’ in questa incertezza che sguazza la speculazione e così la situazione si aggrava. E’ questo problema che l’Europa deve assolutamente superare”.

Per ultimo, permetteteci di fare notare a chi rimane sorpreso dalle difficoltà dell’Irlanda che dei conti irlandesi ne parlavamo anche qui quasi due anni fa. Il problema ci sembra piuttosto essere che i problemi non vengono affrontati.
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In Germania c’è il Ministero dell’Economia e della Tecnologia

Un piccolo spunto di riflessione da un piccolo particolare che ci veniva fatto notare, e cioè che in Germania è presente il ministero dell’Economia e della Tecnologia, che (a grandi linee) accorpa i compiti del ministero dell’economia e di quello per la ricerca.

Si tratta forse di una piccola sfumatura, ma a noi viene da leggere in questo approccio la presa d’atto (non solo a parole) del fatto che l’innovazione non è solo una “bella aspirazione”, ma un elemento imprescindibile per la crescita economica. Un fatto che si ripete sempre anche in Italia ma spesso rimangono solo parole al vento.

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Torna la fiducia verso la borsa?

Secondo i dati dell’ultimo sondaggio di Morningstar, torna la fiducia verso le borse. Il sondaggio ha coinvolto 20 delle principali società di gestione presenti in Italia, che rappresentano il 90% del patrimonio gestito.

In particolare, gli analisti intervistati si dichiarano quasi unanimemente ottimisti sulla performance di Wall Street (95% degli intervistati si attendono rialzi, contro il 70% di ottimisti del sondaggio precedente, ad ottobre). Le ragioni sono principalmente due: la prima è la politica monetaria di sostegno da parte della Federal Reserve, la seconda è data dai risultati aziendali positivi, che sicuramente andranno a “sostenere” la performance. E’ vero che l’economia americana rimane debole, ma c’è la crescita dei paesi emergenti a sostenere le società quotate: questo perché viene stimato che circa il 35% degli utili delle società che compongono l’S&P è realizzato fuori dagli Stati Uniti.

Anche per l’Europa viene visto un quadro positivo, ma in questo caso gli ottimisti sono “solo” il 70%: a far da freno una attesa di maggiore volatilità (soprattutto per condizioni incerte sul debito sovrano di alcuni paesi). Ma è interessante anche notare che molti gestori sono convinti che attualmente molte quotazioni di società europee siano sottovalutate, anche proprio a causa dell’incertezza del quadro economico, e potrebbero essere un ottimo investimento in un’ottica di medio periodo.

Ottimismo anche per i mercati asiatici (70% di ottimisti — qualche preoccupazione soprattutto riguardo possibile aumento dell’inflazione nell’area), e invece un po’ meno entusiasmo per il Giappone (55% di ottimisti — le aziende giapponesi appaiono penalizzate da uno yen troppo forte).

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Definite le linee guida per la standardizzazione dei fondi comuni: presto i benefici per gli investitori

Nei giorni scorsi sono state presentate le linee guida per la standardizzazione dei fondi comuni. Si tratta di una standardizzazione non tanto dal punto di vista finanziario quanto dal punto di vista tecnico, in termini di protocolli e processi. Aspetti che possono sembrare secondari, ma finora hanno spesso costituito degli ostacoli a volte insormontabili per la trasparenza e soprattutto la “portabilità” dei fondi.

Le linee guida sono frutto di dieci mesi di lavoro che hanno coinvolto ABI, Anasf, Assogestioni, Assoreti e Assosim su incarico di Consob e Banca d’Italia.

Grazie a questa standardizzazione, il rapporto tra gestore e distributore diventa basato sulla scelta della qualità dei prodotti (o delle caratteristiche della distribuzione): finora entrava anche in gioco l’aspetto tecnico, che costringeva di fatto i distributori a proporre i prodotti solamente di alcuni gestori, e viceversa ai gestori di poter distribuire i loro prodotti solo tramite certi canali. Una situazione che, se per certi versi può “fidelizzare” il rapporto gestore-distributore (ma la fidelizzazione forzata non è mai positiva), limita la concorrenza ed aumenta i costi.

Le linee guida dovrebbero essere implementate entro fine 2011, data in cui finalmente gli investitori potranno beneficiare del lavoro svolto dal Tavolo Tecnico: in particolare, i benefici attesi riguardano una diminuzione dei costi, un aumento dei prodotti di investimento disponibili tra cui scegliere, ed una maggiore velocità nell’esecuzione delle operazioni.

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Il prezzo dell’oro a livelli record: ma a cosa è dovuto realmente?

Il prezzo dell’oro è (ormai da tempo) in continua ascesa. C’è chi sostiene che questo aumento del prezzo dell’oro sarebbe dovuto al fatto che, data la debolezza di molte monete (dollaro ed euro in primis) gli investitori cerchino rifugio in “strumenti di scambio” di consolidata affidabilità. A nostro parere, però, si tratta di una spiegazione inadeguata.

Il primo motivo è che l’oro, come moneta, è comunque una moneta convenzionale (il cui valore è attribuito dalle parti — questo anche perché il valore reale sta sempre nei beni/servizi reali che vengono scambiati): ritenere che l’oro abbia un valore “intrinseco” tanto maggiore rispetto al dollaro o all’euro è un equivoco in cui possono cadere i piccoli risparmiatori ed investitori, ma più difficilmente chi muove grandi quantità di capitali.

Ovviamente va considerato che l’oro non serve solo come “moneta”, ma ha anche vari utilizzi pratici: senza parlare dei gioielli, l’uso in elettronica sicuramente ne influenza (anche se in piccola parte la domanda).

Il secondo aspetto è che l’oro che viene acquistato in questi mesi non viene utilizzato come moneta nelle transazioni (banalizzando: non c’è nessuno, o quasi, che esprime prezzi in grammi d’oro). Assieme alla considerazione precedente, da dire che si può quindi escludere che l’oro sia acquistato in questi mesi in quanto “moneta di scambio”.

Piuttosto, la motivazione all’acquisto è che l’oro viene sfruttato in quanto “riserva di valore”.  Anche qui però, l’oro in realtà non è insostituibile: a parte le monete, altre cose possono essere utilizzate come riserve di valore: non ultimo le società (soprattutto quelle “sane”) — e quindi le azioni.

La preferenza verso l’oro è da imputare ad alcune convinzioni che gli investitori hanno, come ad esempio:

  • L’oro è “sicuro”;
  • L’oro manterrà il suo prezzo, e probabilmente aumenterà ancora di valore;
  • L’oro sarà sempre facilmente scambiabile sul mercato (avrà un’elevata liquidità).

Il fatto che non possiamo fare a meno di notare è che queste medesime considerazioni venivano fatte a proposito del mercato immobiliare: cosa c’era di valore più certo di un immobile?In altre parole, nell’andamento prezzo dell’oro del prezzo dell’oro si possono riscontrare elementi tipici delle bolle speculative.

Un ulteriore elemento di riflessione è dato dal fatto che l’aumento del prezzo non è successivo alla crisi, ma ben precedente (come possiamo vedere nel grafico tratto da GoldPrice).

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Peraltro, questo  grafico ha delle somiglianze con quello dell’andamento del prezzo degli immobili negli USA, in particolare per quanto riguarda i prezzi corretti in base all’inflazione:

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I problemi economici visti dall’interno o dall’esterno di un Paese: il caso dell’Irlanda.

L’Irlanda sta attraversando un momento di difficoltà economiche, sulle quali sicuramente avrete già letto molto in questi giorni. Vorremmo però concentrarci su un aspetto particolare, e cioè su come i problemi economici vengano presentati in modo diverso all’interno e all’esterno di un Paese, prendendo spunto da un interessante post  dal blog fistfulofeuros.net.

Gli analisti internazionali hanno infatti identificato in modo molto chiaro quello che è il problema irlandese, e cioè le pesanti difficoltà del settore bancario a seguito dello sgonfiarsi della bolla immobiliare che si era creata nel Paese:

“In the case of Ireland in particular, we need to recall that sovereign debt has not been at the origin of the crisis. Rather, private debt has become public debt. The financial sector has misallocated resources in the economy and then stopped working. It needs reform.” [European Commissioner for Economic and Monetary Affairs, Olli Rehn]

[…] Ireland does have a serious problem with its banks, which are the source of its current and recent woes. A property boom and bust have left Ireland’s biggest lenders with billions in bad loans on their books. [Wall Street Journal]

Ma dall’interno del Paese, la questione viene presentata con una sfumatura diversa, e cioè ponendo l’accento sul deficit dello Stato (ingigantito dai costi dei salvataggi bancari), e c’è chi sostiene che sia perché questo renderebbe un piano di austerità più “accettabile”.

In realtà va comunque sottolineato l’aspetto che si tratta di una sfumatura, dato che è vero che il settore bancario irlandese è cresciuto in maniera incontrollata, ma questo è accaduto perché gli è stato (politicamente) consentito di farlo, sottovalutando clamorosamente i rischi che ciò comportava.

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Il mobile banking conquista l’Italia

Il mobile banking, l’utilizzo di servizi bancari (sia di “consultazione” che di disposizione) attraverso dispositivi mobili, principalmente smartphone, è in crescita esplosiva in Italia. Almeno, se possiamo giudicare rappresentativa l’esperienza di Montepaschi, che ha annunciato in questi giorni i risultati, in termini di utenza, della sua nuova piattaforma di servizi Paskey: nel terzo trimestre del 2010 le operazioni informative e dispositive tramite smartphone sono infatti aumentate del 424% rispetto al primo trimestre 2010. Il numero di utenti del Gruppo Montepaschi che dispongono della possibilità di accesso mobile (anche se va detto che non abbiamo dati sulla percentuale “effettiva” di utilizzo) è davvero notevole, dato che si parla di 860.000 clienti.

L’utilizzo mobile dei servizi bancari si prospetta quindi come il futuro, e neppure remoto se consideriamo che non sono i più giovani ad usare maggiormente i servizi bancari, ma anche gli adulti: infatti MPS spiega che “il 39% degli utenti che hanno sottoscritto un contratto di multicanalità integrata si identifica con un pubblico di età compreso tra i 36 e i 50 anni, mentre l’incidenza dei giovani di età inferiore ai 36 anni risulta pari al 32%”.  Insomma, niente “gap culturale” (o generazionale) da colmare.

Il mobile banking si fa apprezzare per la comodità e semplicità di utilizzo — in questo senso, va dato merito a molte banche di avere ri-progettato le interfacce per l’utilizzo “mobile”, che è stata anche un’occasione per andare più incontro alle esigenze del cliente.

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