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Riportiamo una mail che ci è arrivata, che offre qualche spunto di riflessione sul tema della tutela della produzione in Italia.

Ho letto con molto interesse i post sul tema della tutela “a tutti i costi” della produzione in Italia (Si può veramente tutelare il manifatturiero in Italia?), e sono decisamente d’accordo sul fatto “gli operai dovrebbero essere aiutati a smettere di essere operai”, e cioè che serve una qualificazione maggiore del profilo professionale, in modo che chi oggi è in difficoltà possa avere un profilo più spendibile nel mondo del lavoro. Ma soprattutto, in modo che le imprese italiane facciano finalmente qualcosa in più di quel che hanno fatto finora, creando quel valore aggiunto di cui si parla tanto ma per cui si fa ben poco.

Vorrei però aggiungere un aspetto che mi sembra importante sulla questione del manifatturiero e della tutela della produzione in Italia. Dico subito che so che è un discorso che si presta ad essere male interpretato, quindi vi pregherei di non fraintendere il senso di quel che dico. Il punto è che ci sono sempre meno italiani che vogliono (o sono disponibili a) fare gli operai. Nelle piccole e medie aziende l’operaio (soprattutto se non specializzato) italiano è una mosca bianca. Nelle grandi il fenomeno è meno evidente ma credo che è questione di tempo. Ora, che senso ha fare una fabbrica in Italia (magari con incentivi pubblici) per riempirla di extracomunitari? Tanto vale costruire la fabbrica direttamente in Polonia, Cina, o quel che è, così da un lato si ha un beneficio per l’azienda, dall’altro un beneficio per i luoghi dove sono costruite le fabbriche: è vero che in questo modo chi ci lavora sarà pagato meno, ma probabilmente sarà più contento di prendere meno a casa sua, piuttosto che prendere di più ma venire in Italia, dove tra le altre cose spesso rischia di essere trattato come si sa che molti trattano gli stranieri.

Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

Comments

  1. Beh, il discorso purtroppo non fa una grinza.
    Dovremmo però iniziare una rivoluzione culturale per far capire l’importanza, il beneficio sociale, l’arte (e perchè no, anche la bellezza) del lavoro manuale, dell’artigianato, del lavoro agricolo, e del “fare” in generale.
    Dalla scuola e dai media in primis: non possiamo essere tutti ingegneri, impiegati, medici e scribacchini (e veline).

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