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Il rapporto ABI-Cespi 2010 fornisce alcuni interessanti dati sull’utilizzo del sistema  bancario italiano da parte degli immigrati. Il volume complessivo di rimesse verso l’estero è stato di 210,05 milioni nel 2009 (92.020 operazioni). Il valore medio di queste transazioni è quindi di 1.543 euro, quasi sette volte la media internazionale (circa 223 euro).

Tra le ragioni di questa differenza, vi è il fatto che la banca viene preferita rispetto agli altri canali per le rimesse di almeno un migliaio di euro, mentre per volumi più ridotti (e transazioni più frequenti) vengono preferiti altri canali.

I paesi verso cui vi sono i maggiori flussi dall’Italia sono Marocco (28.641 transazioni per 27.649.945  Euro) e 3,891 milioni (15.068 transazioni per 22.313.137 Euro), seguiti da Moldova, Brasile e Albania.

Vi è una netta crescita negli ultimi due anni dei conti correnti intestati agli immigrati, saliti del 7,9% (da 1,404 milioni nel 2007 a 1,514 milioni nel 2009), ma la popolazione immigrata è salita molto di più nello stesso periodo (+32,4%, arrivando a  3,891 milioni), e quindi il “tasso di bancarizzazione” è sceso dal 67% del 2007 al 61% del 2009, anche se questo tasso è legato al tempo di permanenza in Italia (i dati mostrano che nei primissimi anni di permanenza è più raro per un immigrato aprire un conto corrente).

Oltre ad aprire un conto corrente per esigenze familiari, aumenta il numero di stranieri che apre un conto corrente per svolgere attività imprenditoriale. Infatti, tra 2007 e 2009 nel cosiddetto segmento ‘small business’ (che comprende ditte individuali, imprese con meno di dieci addetti e fatturato non superiore a 2 milioni, enti senza finalità di lucro) si è avuto un notevole aumento dei conti correnti (da 13.812 a 22.422, +62%) a fronte di una sostanziale stabilità della quota di piccoli imprenditori immigrati bancarizzati sul totale dei clienti immigrati (4,5% nel 2007 e 4,1% nel 2009).  L’interpretazione del dato è interessante, visto che sembrerebbe indicare che per affrontare le crisi finanziaria, molti immigrati abbiano deciso di “rischiare in proprio”, avviando piccole attività imprenditoriali.

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