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Ha fatto scalpore la provocazione di qualche giorno fa del direttore dell’istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, Enzo Boschi,  che ha suggerito che il suo istituto potrebbe smettere di rendere pubblici i dati sui terremoti, per fermare gli allarmi che si diffondono nella popolazione quando piccoli terremoti si susseguono in una certa zona, soprattutto a causa di quelli che Bertolaso aveva chiamato “profeti di sventura”, che con interpretazioni a dir poco forzate di tali dati lanciano allarmi.

Diciamo “provocazione” perché non ci sembra certo una soluzione auspicabile, quella di “nascondere” i dati per evitare che vengano utilizzati male. Ma il problema c’è, e non riguarda solamente i dati sui terremoti. In generale, c’è una diffusa incapacità degli individui nell’interpretare i dati, che impedisce di comprenderli in prima persona. Non solo, questa “ignoranza” in molti campi arriva a impedire di riconoscere la validità delle interpretazioni che vengono fornite, che a volte arriva fino all’incapacità di riconoscere un esperto qualificato per parlare su un tema, da qualcuno che invece parla a vanvera.

Dovrebbe essere evidente che è difficile mettere sullo piano due approcci che non vengono spesso distinti dal pubblico: il “prendere i dati” e cercare di dargli una interpretazione, e il decidere la spiegazione/soluzione e trovare selettivamente ed arbitrariamente dati che la giustifichino.

I dati in qualche caso diventano veri e propri optional, che vengono citati senza curarsi della loro correttezza. Esemplare il caso di un giornalista americano che qualche settimana fa scriveva come durante l’amministrazione Bush si sia raggiunto il minimo della disoccupazione fin dal dopoguerra. Peccato però in realtà che durante la presidenza di Bill Clinton la disoccupazione sia stata ancora minore. Tanto, nessuna “persona comune” si preoccupa di verificare quanto viene citato.

Se a questo si aggiunge il fascino che spesso hanno le cosiddette “teorie del complotto” (nel senso più ampio del termine), non deve stupire che la gente si lasci attrarre da storie infondate, ma che sono coinvolgenti.

Da quanto abbiamo detto, dovrebbe essere evidente che “nascondere” i dati può evitare il problema ma non risolverlo, perché la radice del problema non sono i dati, ma l’“ignoranza” della gente. Torniamo ancora una volta al discorso fatto più volte, cioè che è necessario innalzare la cultura media (in passato abbiamo parlato soprattutto della cultura finanziaria): solo in questo modo si può realmente avere una “democratizzazione”, non solo della finanza.

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