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La recente conferenza di Morningstar a Chicago è stata occasione per rilanciare i dubbi circa il ruolo che gli ETF avrebbero per quanto riguarda l’incremento della volatilità dei mercati, cresciuta notevolmente negli ultimi periodi.

Gli ETF (exchange-traded fund) sono infatti fondi che replicano un benchmark di qualche tipo in maniera cosiddetta “non attiva”: il gestore del fondo insomma mantiene la composizione identica appunto a quella del benchmark (tipicamente, mantenendo in portafoglio le azioni che “compongono” un indice, in proporzione pari al peso che ciascuna ha sull’indice stesso), e non modifica la composizione comprando o vendendo titoli, nel tentativo di avere una performance migliore di quella dell’indice.

Certamente la volatilità record degli ultimi mesi non può certamente essere imputata solamente e a nostro parere neppure principalmente agli ETF, ma piuttosto all’andamento dell’economia e all’incremento del rischio (anche percepito) di ogni attività finanziaria.

E’ vero però che alcune criticità, gli ETF, le pongono. Inevitabilmente, dato che muovono capitali certamente non trascurabili, che quindi hanno inevitabilmente un impatto sul mercato.

Il primo fattore è che gli ETF, nel bene e nel male, hanno spesso reso accessibili asset che prima erano difficilmente “raggiungibili”, ed erano trattati da un numero limitato di operatori. E’ il caso di alcune materie prime, che effettivamente hanno visto negli ultimi anni un aumento della volatilità, essendo trattate non solo a scopo di “impiego” ma anche a scopo di “investimento” (e quindi di speculazione – non necessariamente nel significato più “cattivo” del termine).

Il secondo fattore è che gli ETF, replicando il benchmark, tendono a creare una spinta verso una maggiore correlazione tra i vari titoli che compongono l’indice. In termini semplificati: se l’indice tende a salire, l’ETF viene acquistato, e quindi il fondo acquista tutti i titoli che lo compongono, che quindi aumenteranno di valore in una certa misura,  e viceversa quando l’indice scende. Si tratta questo di un effetto secondo noi molto pericoloso, perché finisce con il penalizzare le aziende virtuose, che si trovano comunque “trascinate” nella massa, e crea un freno alla selezione delle singole aziende in base alla qualità della gestione, che è invece l’elemento chiave che serve per rafforzare l’economia.

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