Italia: fiducia dei consumatori in calo

Dalla pubblicazione “L’economia italiana in breve – n° 41 – settembre 2010” della Banca d’Italia, riportiamo il grafico relativo all’andamento del clima di fiducia dei consumatori. Si nota il netto calo da inizio anno, quando forse si è avuto fin un eccesso di ottimismo, mentre viene da dire che ora è diffusa la consapevolezza che la crisi economica, per quanto possa essere dichiarata conclusa, avrà comunque conseguenze a lungo termine dato che non si può contare sul fatto che le cose, semplicemente, “tornino come prima”.

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Gli ETF aumentano la volatilità dei mercati?

La recente conferenza di Morningstar a Chicago è stata occasione per rilanciare i dubbi circa il ruolo che gli ETF avrebbero per quanto riguarda l’incremento della volatilità dei mercati, cresciuta notevolmente negli ultimi periodi.

Gli ETF (exchange-traded fund) sono infatti fondi che replicano un benchmark di qualche tipo in maniera cosiddetta “non attiva”: il gestore del fondo insomma mantiene la composizione identica appunto a quella del benchmark (tipicamente, mantenendo in portafoglio le azioni che “compongono” un indice, in proporzione pari al peso che ciascuna ha sull’indice stesso), e non modifica la composizione comprando o vendendo titoli, nel tentativo di avere una performance migliore di quella dell’indice.

Certamente la volatilità record degli ultimi mesi non può certamente essere imputata solamente e a nostro parere neppure principalmente agli ETF, ma piuttosto all’andamento dell’economia e all’incremento del rischio (anche percepito) di ogni attività finanziaria.

E’ vero però che alcune criticità, gli ETF, le pongono. Inevitabilmente, dato che muovono capitali certamente non trascurabili, che quindi hanno inevitabilmente un impatto sul mercato.

Il primo fattore è che gli ETF, nel bene e nel male, hanno spesso reso accessibili asset che prima erano difficilmente “raggiungibili”, ed erano trattati da un numero limitato di operatori. E’ il caso di alcune materie prime, che effettivamente hanno visto negli ultimi anni un aumento della volatilità, essendo trattate non solo a scopo di “impiego” ma anche a scopo di “investimento” (e quindi di speculazione – non necessariamente nel significato più “cattivo” del termine).

Il secondo fattore è che gli ETF, replicando il benchmark, tendono a creare una spinta verso una maggiore correlazione tra i vari titoli che compongono l’indice. In termini semplificati: se l’indice tende a salire, l’ETF viene acquistato, e quindi il fondo acquista tutti i titoli che lo compongono, che quindi aumenteranno di valore in una certa misura,  e viceversa quando l’indice scende. Si tratta questo di un effetto secondo noi molto pericoloso, perché finisce con il penalizzare le aziende virtuose, che si trovano comunque “trascinate” nella massa, e crea un freno alla selezione delle singole aziende in base alla qualità della gestione, che è invece l’elemento chiave che serve per rafforzare l’economia.

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Finecobank: “Invita un amico”, fino al 5 ottobre

Da mercoledì 28 settembre, FinecoBank ritorna con l’iniziativa “Invita un amico”. Per una settimana, fino al 5 ottobre, invitando un amico ad aprire il conto, Fineco regala un premio al cliente che lo propone e all’amico.

I premi sono a scelta tra:

  • carta usa-e-getta con 50€ di credito
  • 200€ di commissioni per investire
  • un anno di canone gratuito

In più, solo per l’“amico” un anno di conto gratis, oltre al premio scelto.

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I premi del Superenalotto sono troppo bassi!

Nonostante il valore record del jackpot del Superenalotto, le giocate sembrano diminuire rispetto alle estrazioni precedenti. A nostro parere, un segno che gli Italiani iniziano a rendersi conto dell’“inquità” del gioco, un argomento che abbiamo toccato già in passato, ma ci sembra interessante ritornarci.

Innanzi tutto, partiamo proponendo una tabellina che riporta, oltre alla probabilità, la vincita possibile (e siamo stati molto generosi, i valori spesso sono dimezzati rispetto a quanto riportato), ed una colonna che evidenzia il rapporto tra probabilità e vincita.

Combinazione Probabilità Vincita approssimativa probabilità/vincita
6 622.614.630,00 € 150.000.000 4,15
5+1 103.769.105,00 € 1.500.000 69,18
5 1.250.230,18 € 60.000 20,84
4 11.906,95 € 400 29,77
3 326,71 € 20 16,34

Se il gioco fosse perfettamente equo (dal punto di vista statistico), dovremmo avere che la vincita sia pari alla probabilità di vittoria (poiché in questa situazione, supponendo di partecipare ad infinite estrazioni, non si guadagnerebbe né si perderebbe). Ad esempio, se la probabilità di vincere è ad esempio 1 su 10 (il che vuol dire che in media vinco una volta su 10) il gioco sarebbe equo se la vincita fosse 10 volte la puntata (o 9 volte più la restituzione della puntata, se qualcuno volesse essere puntiglioso).

Chiaramente, nessuno pretende che il gioco – nessun gioco – sia perfettamente equo, dato che è logico che il gestore ci guadagni. Ma il Superenalotto appare particolarmente iniquo. A parte il 6 (che dovrebbe “equamente” consentire vincite di 622 milioni di euro e rotti), appaiono particolarmente iniqui i premi delle altre combinazioni: si ha ad esempio meno di una probabilità su cento milioni di fare 5+1, ma la vincita è solitamente tra gli uno e i due milioni di euro, ben 100 volte di meno. E lo stesso dicasi per il 5, che se fosse “equo” dovrebbe portare a vincite di oltre 1.250.000 Euro. Ma la vincita media è in realtà spesso sotto i ai 50.000 (46.642,96 per l’estrazione di ieri).

Davvero qualcuno si stupisce che gli italiani non si lancino più con lo stesso entusiasmo su un gioco di questo tipo?

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CartaSi e Buongiorno propongono una nuova soluzione per i servizi di pagamento online

CartaSi e Buongiorno (multinazionale leader nel mercato del mobile entertainment), hanno firmato un accordo commerciale per il lancio di un nuovo “bundle di servizi di pagamento”, che unirà i sistemi innovativi di CartaSi, Virtual POS ed e-wallet (SiPay), e la soluzione di mobile-payment tramite credito telefonico gestita da Buongiorno: quest’ultimo servizio è realizzato in partnership con gli operatori di telefonia, e permette di effettuare i pagamenti tramite l’addebito in bolletta telefonica del costo del prodotto/servizio/contenuto acquistato.

L’obiettivo dichiarato è di raggiungere la leadership europea come operatori dei sistemi di monetica multicanale: il servizio sarà introdotto per prima cosa in Italia, ma sarà esteso ad alti mercati (Spagna, Francia e Germania).

L’integrazione con i servizi di mobile-payment è importante per CartaSi, dato che si tratta di un sistema di pagamento molto comodo e snello, ideale per pagamenti per prodotti digitali di piccolo importo. La stima è che la parte relativa ai contenuti digitali pagati con il credito telefonico in Italia nel 2014 possa valere oltre 200 milioni di Euro.

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I dati sulle transazioni bancarie degli immigrati in Italia

Il rapporto ABI-Cespi 2010 fornisce alcuni interessanti dati sull’utilizzo del sistema  bancario italiano da parte degli immigrati. Il volume complessivo di rimesse verso l’estero è stato di 210,05 milioni nel 2009 (92.020 operazioni). Il valore medio di queste transazioni è quindi di 1.543 euro, quasi sette volte la media internazionale (circa 223 euro).

Tra le ragioni di questa differenza, vi è il fatto che la banca viene preferita rispetto agli altri canali per le rimesse di almeno un migliaio di euro, mentre per volumi più ridotti (e transazioni più frequenti) vengono preferiti altri canali.

I paesi verso cui vi sono i maggiori flussi dall’Italia sono Marocco (28.641 transazioni per 27.649.945  Euro) e 3,891 milioni (15.068 transazioni per 22.313.137 Euro), seguiti da Moldova, Brasile e Albania.

Vi è una netta crescita negli ultimi due anni dei conti correnti intestati agli immigrati, saliti del 7,9% (da 1,404 milioni nel 2007 a 1,514 milioni nel 2009), ma la popolazione immigrata è salita molto di più nello stesso periodo (+32,4%, arrivando a  3,891 milioni), e quindi il “tasso di bancarizzazione” è sceso dal 67% del 2007 al 61% del 2009, anche se questo tasso è legato al tempo di permanenza in Italia (i dati mostrano che nei primissimi anni di permanenza è più raro per un immigrato aprire un conto corrente).

Oltre ad aprire un conto corrente per esigenze familiari, aumenta il numero di stranieri che apre un conto corrente per svolgere attività imprenditoriale. Infatti, tra 2007 e 2009 nel cosiddetto segmento ‘small business’ (che comprende ditte individuali, imprese con meno di dieci addetti e fatturato non superiore a 2 milioni, enti senza finalità di lucro) si è avuto un notevole aumento dei conti correnti (da 13.812 a 22.422, +62%) a fronte di una sostanziale stabilità della quota di piccoli imprenditori immigrati bancarizzati sul totale dei clienti immigrati (4,5% nel 2007 e 4,1% nel 2009).  L’interpretazione del dato è interessante, visto che sembrerebbe indicare che per affrontare le crisi finanziaria, molti immigrati abbiano deciso di “rischiare in proprio”, avviando piccole attività imprenditoriali.

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€-coin: ancora in calo a settembre 2010

L’indicatore €-coin (l’indicatore che offre in tempo reale una stima sintetica del quadro congiunturale corrente nell’area dell’euro) registra un ulteriore calo a settembre 2010, scendendo ad un valore di 0,34 contro lo 0,37 di agosto, evidenziando quindi un rallentamento della crescita dell’economia europea.

Il valore è stato frenato dalla crescita dei rendimenti a lungo termine. A spingere in positivo c’è stato  invece l’andamento favorevole degli indici azionari.

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Mercato immobiliare in Italia: diminuisce l’ottimismo

I nuovi dati del sondaggio congiunturale condotto da Banca d’Italia sull’andamento del mercato immobiliare mostra uno scenario un po’ meno ottimistico rispetto ai mesi scorsi. Le condizioni di mercato vengono giudicate meno favorevoli (per la precisione, aumenta la percentuale di quanti le considerano sfavorevoli), c’è attesa di un numero minore di incarichi a vendere.

Anche se va detto, d’altro canto, che i prezzi appaiono stabilizzarsi, e diminuisce il numero di casi in cui la differenza tra prezzo di vendita e prezzo inizialmente richiesto è molto elevata, che può essere considerato un indicatore di una maggiore consapevolezza delle attese dei venditori.

Lasciamo comunque spazio ad un po’ di grafici, che sicuramente possono essere interessanti.

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Il 92% delle persone non capisce le differenze tra i vari tipi di mutuo

Una ricerca di First Direct, banca inglese del gruppo HSBC, fotografa uno scenario allarmante sulla comprensione dei mutui da parte dei risparmiatori: ben il 92% di questi ritiene di non comprendere completamente le differenze e le caratteristiche delle principali tipologie di mutuo. Infatti, solo l’8%  di chi ha in programma di contrarre un mutuo nei prossimi 12 mesi crede di conoscere del tutto le varie tipologie di mutui, mentre l’11% non le conosce affatto. Il restante 81% ha lacune più o meno gravi.

La percentuale di chi “capisce i mutui” è più alta tra chi ha già contratto un mutuo, ma arriva solamente al 26%. Una percentuale bassa in modo preoccupante.

Si tratta di un’indagine svolta in Inghilterra, ma non c’è ragione di ritenere che in Italia la situazione sia migliore.

Inutile dire che questa ignoranza sui mutui comporta rischi potenzialmente enormi per i consumatori, dato che spinge a scelte non pienamente consapevoli, basate spesso su valutazioni errate e confronti errati tra diverse soluzion, che possono creare poi problemi a livello sistemico, dato che fa nascere la tentazione di soluzioni “di massa” che però possono avere effetti collaterali ancora peggiori.

La soluzione è sicuramente quella di sviluppare una migliore “cultura finanziaria”, ma è richiesto anche un cambio di approccio da parte dei consumatori, dato che vi sono troppi che ostentano con fierezza la propria ignoranza finanziaria, salvo poi subirne le conseguenze. Certamente, c’è la possibilità di affidarsi ad un consulente, o ad un servizio di intermediazione, ma anche in questo caso è fondamentale uno sforzo per comprendere quanto viene proposto, e per esplicitare le proprie esigenze: anche il più disinteressato ed altruista degli intermediari non può guidare verso la giusta direzione chi non è in grado di indicare quelli che sono i propri obiettivi, né di capire la strada che gli è stata indicata.

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Rendimax ora ha anche la carta bancomat

Rendimax, il conto di deposito di Banca IFIS, ha introdotto la possibilità per i suoi clienti di richiedere una carta di debito collegata al conto di deposito.

La carta è gratuita e consente di effettuare prelievi e pagamenti direttamente dal conto di deposito, fornendo quindi maggiore flessibilità nell’utilizzo (e quindi incentivando i clienti a lasciare più soldi depositati sul conto). I circuiti supportati sono, a livello nazionale, Bancomat e Pagobancomat, e a livello internazionale Cirrus Maestro. L’unica limitazione sta nel numero di operazioni, dato che gratuiti solo i primi 5 prelievi agli sportelli bancomat  (di tutti i Paesi UE), mentre sono invece illimitati i pagamenti tramite POS.

Come accennato, si tratta di una opportunità interessante poiché consente di usufruire di una maggiore flessibilità nella gestione del capitale depositato: tutto però dipende dalle specifiche esigenze dell’utente. Da parte nostra, verrebbe da dire che per principio il prelievo diretto dal conto di deposito dovrebbe essere utilizzato solo in casi particolari, quando non è possibile od opportuno il prelievo dal conto corrente (proprio perché il conto di deposito è una cosa concettualmente diversa dal conto corrente), ma chiaramente questa non è una regola assoluta: si tratta più che altro di un aspetto di “chiarezza mentale” per una gestione personale più lineare dei propri risparmi.

La carta bancomat di Rendimax sfrutta sistemi di sicurezza avanzati (in particolare, il chip) per proteggere i clienti dalle frodi, che saranno comunque interamente coperte da polizza assicurativa gratuita. Inoltre, i clienti potranno richiedere di  ricevere un SMS per essere informati ad ogni utilizzo della carta.

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Gli USA non sono più il motore dell’innovazione mondiale?

Un articolo di un blogger della BBC, dedicato all’analisi della situazione politica negli Stati Uniti (con l’aumentare dei consensi agli ultra-conservatori) offre alcuni spunti interessanti su quella che è la situazione e le prospettive per l’economia americana. Ecco un breve estratto.

As an outsider, I think a lot of people in the USA, including the media, are missing is that the economics of the situation are new. The American Dream of self-advancement through property ownership, long hours, small business is taking a lot of punishment in this recession – as are the so-called “middle class”, who in British terms are the “respectable working class”. Here such people are seeing their healthcare plans eroded, their lifestyles eaten away by debt-repayments and job insecurity.

To global business types who know places like China, India, Scandinavia or Singapore first hand, the USA has long since ceased to feel like the most dynamic economy on earth. But now, and this is crucial, it’s ceasing to feel like that for Americans. That’s what’s at the root of the seismic politics of the Teaparty movement.

Il punto è che gli USA stanno perdendo mordente nell’innovazione, con i paesi emergenti che guadagnano terreno — inevitabilmente, perché non si può certo pretendere che Cina o India (che da sole sono la metà della popolazione mondiale) non si sviluppino e facciano solamente da “schiavi” del mondo occidentale. Ed essendo il gap di sviluppo molto ampio, e essendo disponibile molto capitale umano (e molte risorse), non può stupire che questi paesi abbiamo uno sviluppo più forte degli USA, e siano di conseguenza più interessanti per gli investitori. E se (come nota il giornalista) il fatto che gli USA non siano l’economia più dinamica del mondo è una cosa di cui molti osservatori internazionali si erano da tempo accorti, il fatto è che adesso se ne stanno lentamente accorgendo gli americani, con conseguenze politiche ma inevitabilmente anche economiche, che a nostro parere si tradurranno in una minore fiducia ed in una minore capacità di spesa, che può ulteriormente rallentare l’economia americana.

L’interrogativo che sorge inevitabile, guardando al nostro Paese, è abbastanza naturale: se gli USA perdono capacità di essere leader nell’innovazione (che vuol dire essere tra i leader nell’economia), quale sarà il destino di un paese come l’Italia, che capacità di “fare innovazione” ne ha più a parole che a fatti?

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ABI su Basilea 3: sono possibili conseguenze sull’economia

Come avevamo anticipato qualche giorno fa, ABI lascia trasparire una certa preoccupazione sugli effetti della nuova regolamentazione ”Basilea 3”(definite “severa e rigorose”), che con l’introduzione di nuovi coefficienti obbligatori  determineranno un incremento qualitativo e quantitativo del patrimonio di vigilanza rispetto alla situazione attuale, con effetti “inevitabili” sulla capacità di prestito che hanno le banche, e quindi potenzialmente sulla crescita.

D’altro canto, abbiamo più volte evidenziato (come molti altri — e del resto è questo anche il senso stesso della nuova regolamentazione) che una crescita che non poggia su basi solide è non solo “subottimale”, ma potenzialmente pericolosa per i “semi” di potenziali crisi, anche molto gravi, che porta. Quindi una regolamentazione severa è una medicina amara ma non certo evitabile.

ABI pone però anche l’accento su due aspetti che possono essere determinanti per gli effetti delle nuove regolamentazioni: il periodo transitorio che accompagnerà la loro introduzione, e l’omogeneità di applicazione:

Il periodo transitorio previsto per l’effettiva applicazione della nuova normativa può rappresentare un elemento di supporto alla capacità di adeguamento alle nuove regole; ciò tanto più se prima che la nuova regolamentazione diventi vigente, sia possibile un confronto con le Istituzioni nazionali ed europee, che porti ad individuare soluzioni alle specificità delle imprese bancarie italiane che, per alcuni aspetti – fra di essi il trattamento delle imposte differite – risultano penalizzate nel contesto delle nuove regole.

Un’applicazione omogenea, in termini di aree geografiche coinvolte e di tempistica, è prerequisito fondamentale per evitare distorsioni competitive tra i diversi mercati bancari e quindi tra le diverse economie non accettabili in un quadro di crescente integrazione finanziaria a livello internazionale.

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“Fare banca” per il bene comune: si può?

Federcasse (l’associazione delle Banche di Credito Cooperativo e Casse Rurali italiane) ha organizzato nei giorni scorsi un seminario intitolato “Credito è speranza. Fare banca per costruire il bene comune”.

Dal seminario emergono alcuni spunti di riflessione circa la funzione del “fare banca” ed il ruolo che la finanza ha (o dovrebbe avere) in un contesto di crisi (o post-crisi, se preferite) come quello attuale. Proviamo a fare una “lista” delle parole chiave che ci sembrano più interessanti (per quanto queste magari non rappresentino esattamente quelle che erano le opinioni dei relatori).

Piano di sviluppo. Una “agenda delle priorità” è necessaria per investire e risolvere i problemi in modo mirato. “Sparare nel mucchio” non è produttivo.

Legame con il territorio. Le banche locali possono beneficiare di una conoscenza più diretta del territorio, e quindi possono supportare le imprese in modo più efficace che basandosi solo sui “freddi” numeri di bilancio.

Lavoro. “i figli hanno prospettive inferiori a quelle dei loro genitori”. La strada non è solo quella del sostegno “diretto” al lavoro, ma anche il supporto alla creazione di nuove (e giovani) imprese, nonché il sostegno alla capacità delle aziende di innovare.

Regolamentazione e credito. La regolamentazione è un aspetto importante per un contesto economico-finanziario sano, ma se non è progettata bene può avere effetti collaterali — primo tra tutti una possibile “stretta” al credito.

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