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Credo di poter dare il nostro personale Oscar per l’articolo più stupido dell’estate a quello di Agostino Gramigna apparso sul Corriere che lamenta il fatto che i 50enni di oggi si comportano come 30enni.

Tra le loro colpe maggiori, fanno attenzione alla forma fisica, mangiano sano, usano prodotti per la cura della persona, usano prodotti tecnologici. Oltretutto, la premessa logica dell’articolo appare totalmente errata: non ci sono cose “giuste” da fare a 30, 50 o 70 anni. Molti hanno l’immagine del classico pensionato che gioca a briscola al bar: ma mio nonno andava al bar a giocare a briscola perché è quello che aveva sempre fatto, anche quando era giovane. Non  dovrebbe quindi stupire che un “utilizzatore di tecnologia” continui ad esserlo negli anni.

Abbiamo più volte sottolineato come uno dei maggiori problemi dell’Italia, sia dal punto culturale che economico, sia l’invecchiamento della popolazione, non solo per i costi di assistenza sociale, ma anche per la perdita di creatività (se non altro, per una perdita di propensione al rischio) che questo comporta. E così l’Italia rimane un Paese in cui l’innovazione si fa più che altro a parole, e così la produttività continua a calare, facendo scivolare l’Italia indietro in ogni classifica economica. E già ora il nostro è uno dei paesi dove il rapporto tra stipendi e costo della vita è più sfavorevole.

Ero convinto che la questione fosse di origine anagrafica: l’età media della popolazione aumenta, e quindi la fascia di età “dominante” cerca (egoisticamente) di fare i propri interessi, come è già avvenuto in passato. Ma in effetti la questione è diversa: in Italia non sono i “vecchi” che dominano, ma la “cultura del vecchio”. Sono proprio i modelli di comportamento “non vecchi” che sembrano spaventare e quindi vengono considerati una sorta di anomalia, da combattere: insomma l’innovazione è di fatto una sorta di nemico. E quindi, non può stupire che l’economia rimanga stagnante

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