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Nei commenti attorno al “caso Fiat”, ed in generale alla produzione “Made in Italy”, non manca chi suggerisce di introdurre tasse e dazi per tutelare la produzione in Italia. Le motivazioni sono anche valide, a partire dall’idea che bisognerebbe cercare di “esportare” le condizioni lavorative italiane nei paesi emergenti, anziché contribuire a sfruttare chi si trova in una condizione più sfavorevole.

Ci sono però delle osservazioni da fare. Trascurando un nocciolo fondamentale, su cui si potrebbe dibattere molto, e cioè se il modello italiano sia effettivametne un “esempio” da esportare, che offre una giusta tutela ai lavoratori, oppure se sia in realtà un modello inefficiente — non solo per una possibile tutela “eccessiva”, su cui in tanti discutono, ma anche ad esempio per motivi fiscali: la tassazione del lavoro dipenente in Italia infatti è tra le più elevate.

Gli aspetti relativi ai dazi che vorremmo evidenziare qui sono due:

  • I dazi rendono possono rendere i prodotti italiani più competitivi alzando i prezzi dei prodotti esteri. Che può essere sì un metodo per tutelare la produzione in Italia, ma ha un effetto collaterale ovvio: aumenta i prezzi dei prodotti “low-cost“. Davvero se si facesse passare il costo di una maglietta da 5 euro a 10-15-20 euro (la prima “Made in China”, la seconda “Made in Italy”) si tuterebbero le fasce deboli della popolazione?
  • I dazi possono funzionare solo se il mercato di riferimento del prodotto che si vuole tutelare è quello locale. Inevitabilmente i dazi generano una reazione da parte degli altri Paesi, e quindi le esportazioni del prodotto su cui si pongono i dazi. E’ ingenuo pensare che una casa automobilistica come la Fiat (che ripetiamo, è presa ad esempio ma non è certamente l’unico caso) possa sopravvivere vendendo esclusivamente o prinicipalmente  in Italia: di quanto andrebbe tagliata la produzione (e i posti di lavoro) se un’azienda del genere dovesse ridurre le esportazioni?

In sostanza, la questione è che “Made in Italy” ha senso quando è un “valore aggiunto”, cioè quando vale di più (ad esempio, perché è qualitativamente migliore, oppure anche perché costa meno — a volte può ancora capitare, spesso per questioni logistiche). Ovviamente, anche il fatto che la produzione italiana tuteli l’occupazione nel nostro Paese può essere un valore aggiunto, che magari alcuni sono disposti a “pagare”: ma a parte il fatto che ci sembra che molti quando vanno a fare acquisti non sono poi tanto sensibili a questi fattori, si tratta in ogni caso di un elemento che può avere una certa rilevanza solamente per i consumatori italiani — è difficile pensare che un tedesco, o un serbo, o un polacco, siano disposti a pagare di più un’auto per tutelare l’occupazione italiana.

Insomma, la conclusione è quella che avevamo evidenziato già qualche tempo fa: la soluzione non è forse quella di “tutelare gli operai”, ma pittosto quella di “smettere di essere operai”, cioè spostarsi su produzioni a maggiore valore aggiunto. Ricordando anche che il maggiore gap di produttività negli ultimi anni si è creato non con i paesi emergenti, ma con i paesi dell’area Euro, Germania tra tutti, ed è motivato da un modo di lavorare “vecchio” più che da vantaggi tedeschi nel costo del lavoro.

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