I profili dei clienti delle banche: utilizzatori di sportello o di internet banking?

Un’indagine di ABI e Gfk Eurisko ha analizzato i profili degli utilizzatori delle banche italiane, per capire chi è il cliente tipo che usa prevalentemente lo sportello, e qual è invece il profilo di chi usa soprattutto i servizi online. Non dimentichiamo che infatti negli ultimi anni i canali di contatto tra banca e cliente si sono moltiplicati: non solo sportello o internet, ma anche ATM evoluti, phone banking, mobile banking.

Innanzi tutto, la diffusione della l’uso dell’Internet banking è continua e significativa: si è passati dal 12% dei totale dei clienti nel 2005 al 28% del 2010 (un incremento del 133%).

Il profilo tipico di chi utilizza intensivamente lo sportello (almeno 2-3 volte al mese) è quello di persone mature (il 50% ha più di 45 anni, ed il 26% più di 55), residente in piccoli centri, con un livello di istruzione medio. Soprattutto, questi clienti solitamente hanno rapporti con una singola banca, e l’aspetto relazionale è il fattore chiave.

Il profilo degli utilizzatori assidui di internet banking è leggermente più giovane (il 64% ha meno di 44 anni – ma a “pesare” c’è soprattutto la modesta fetta di over-65), risiede in grandi centri, ed hanno un’istruzione medio-alta. L’utilizzo dell’internet banking non appare invece collegato ad una maggiore ricchezza da parte degli utilizzatori. La caratteristica di questi utenti è soprattutto l’inter-canalità: solo una piccola parte non usa mai gli sportelli “fisici” della banca, mentre la maggior parte cerca di sfruttare il canale più adeguato a quelle che sono le specifiche esigenze del momento.

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Capital Requirement Directive: le osservazioni della Banca d’Italia

La Banca d’Italia ha presentato un’analisi sulle proposte di modifica alla disciplina sulla concentrazione dei rischi (che recepiscono gli emendamenti apportati alla Capital Requirement Directive dalla Direttiva 2009/111/CE del 16 settembre 2009 – “CRD II”). Questo anche in relazione ai (limitati) margini di discrezionalità possibili nel recepimento, e quindi allo scopo di implementare la normativa nel modo più efficace nell’ambito del sistema finanziario-bancario italiano. Il problema che la normativa va ad affrontare riguarda le esposizioni (di elevato ammontare) nei confronti di singole controparti, poiché può causare molteplici problemi – soprattutto in caso di default imprevisto – che possono mettere non solo a rischio la stabilità dell’intermediario (banca o altro), ma anche avere ulteriori conseguenze ed implicazioni:

  • rischio sistemico, in caso di trasmissione della crisi ad altri intermediari
  • rischio di moral hazard nel comportamento degli intermediari, che possono fare affidamento su “reti di salvataggio” esplicite o implicite (dalle assicurazioni dei depositi, alla fiducia su un intervento pubblico)
  • asimmetrie informative legate alla difficoltà di valutare lo stato di salute dell’intermediario.

La necessità di una revisione della normativa comunitaria della concentrazione dei rischi è stata dovuta alla ricerca di una maggiore “parità” tra gli intermediari operanti nell’Unione Europea, limitando e quando possibile eliminando le differenze di regolamentazione attualmente esistenti. Inoltre, come è facile immaginare, la nuova normativa cerca di trarre lezione dall’esperienza della crisi: in particolare, cercando di introdurre dei “backstop limit” per proteggere la stabilità dell’intermediario anche di fronte a fatti inattesi che possono avere conseguenze fuori controllo. Ad esempio, uno degli elementi su cui si sta intervenendo è legato al “trattamento di favore” circa la rischiosità delle esposizioni interbancarie, ritenute più sicure, ma che in questo modo possono potenzialmente diventare degli strumenti di “contagio”. Ecco dunque la sintesi delle proprie valutazioni, presentata dalla Banca d’Italia (i grassetti sono nostri):

Nel complesso, le norme proposte rafforzano la stabilità del sistema finanziario e diminuiscono le disparità concorrenziali esistenti tra intermediari e tra paesi. Di seguito si riassumono i principali effetti per gli intermediari italiani:

  • ll nuovo trattamento delle esposizioni interbancarie determinerebbe un incremento significativo delle esposizioni oltre i limiti, ma un’eventuale deroga per le banche di piccola dimensione ne attenuerebbe l’impatto e ricondurrebbe il fenomeno entro proporzioni fisiologiche.
  • Il fenomeno dei grandi rischi rappresentati da esposizioni verso componenti cross-border dei gruppi bancari è molto contenuto; l’impatto immediato di eventuali modifiche normative, dunque, è trascurabile. Tuttavia, poiché il coordinamento tra le autorità dei paesi extra-UE è suscettibile di ulteriore rafforzamento, i benefici di un limite applicabile alle componenti intra-gruppo residenti in tali paesi permangono apprezzabili.
  • Con la fine del regime transitorio (fine 2011) il limite applicabile agli intermediari finanziari ex art. 107 TUB sarebbe equiparato a quello delle banche (scendendo dal 40% al 25%). Le simulazioni effettuate indicano che un quarto degli intermediari potrebbe presentare grandi rischi oltre i limiti.
  • Le modifiche volte ad armonizzare la normativa delle SIM a quella degli altri intermediari dovrebbero favorire la parità concorrenziale senza produrre impatti di rilievo nell’immediato per le SIM.

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€-coin stabile ad agosto 2010

€-coin, l’indicatore sviluppato dalla Banca d’Italia per offrire in tempo reale una stima sintetica del quadro congiunturale corrente nell’area dell’euro,  ha registrato un ulteriore leggero calo ad agosto 2010, scendendo allo 0,37%, contro lo 0,40% di luglio. Come abbiamo evidenziato più volte, dato che €-coin ha segno positivo comunque indica una crescita, anche se questa appare in rallentamento rispetto ad inizio anno.

Gli elementi che hanno frenato maggiormente €-coin questo mese sono stati la curva dei rendimenti e l’andamento della produzione industriale nei principali paesi dell’area dell’euro, anche se la fiducia di imprese e consumatori rimane positiva (ed infatti sono questi elementi che hanno sostenuto il valore di €-coin).

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Italia paese per vecchi

Credo di poter dare il nostro personale Oscar per l’articolo più stupido dell’estate a quello di Agostino Gramigna apparso sul Corriere che lamenta il fatto che i 50enni di oggi si comportano come 30enni.

Tra le loro colpe maggiori, fanno attenzione alla forma fisica, mangiano sano, usano prodotti per la cura della persona, usano prodotti tecnologici. Oltretutto, la premessa logica dell’articolo appare totalmente errata: non ci sono cose “giuste” da fare a 30, 50 o 70 anni. Molti hanno l’immagine del classico pensionato che gioca a briscola al bar: ma mio nonno andava al bar a giocare a briscola perché è quello che aveva sempre fatto, anche quando era giovane. Non  dovrebbe quindi stupire che un “utilizzatore di tecnologia” continui ad esserlo negli anni.

Abbiamo più volte sottolineato come uno dei maggiori problemi dell’Italia, sia dal punto culturale che economico, sia l’invecchiamento della popolazione, non solo per i costi di assistenza sociale, ma anche per la perdita di creatività (se non altro, per una perdita di propensione al rischio) che questo comporta. E così l’Italia rimane un Paese in cui l’innovazione si fa più che altro a parole, e così la produttività continua a calare, facendo scivolare l’Italia indietro in ogni classifica economica. E già ora il nostro è uno dei paesi dove il rapporto tra stipendi e costo della vita è più sfavorevole.

Ero convinto che la questione fosse di origine anagrafica: l’età media della popolazione aumenta, e quindi la fascia di età “dominante” cerca (egoisticamente) di fare i propri interessi, come è già avvenuto in passato. Ma in effetti la questione è diversa: in Italia non sono i “vecchi” che dominano, ma la “cultura del vecchio”. Sono proprio i modelli di comportamento “non vecchi” che sembrano spaventare e quindi vengono considerati una sorta di anomalia, da combattere: insomma l’innovazione è di fatto una sorta di nemico. E quindi, non può stupire che l’economia rimanga stagnante

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Famiglie italiane finanziariamente solide anche nella crisi

Il “Rapporto sulla situazione finanziaria delle famiglie italiane”, realizzato da  ABI in collaborazione con il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, mostra un quadro tutto sommato positivo della solidità finanziaria delle famiglie.

Le  analisi hanno considerato un insieme di indicatori collegati alle condizioni finanziarie delle famiglie, tra cui: indicatori di indebitamento, vulnerabilità, patologia  finanziaria, domanda e offerta di credito. Le famiglie infatti continuano a dimostrarsi creditori affidabili: le nuove sofferenze del “creditore famiglia” ha un incidenza contenuta, complessivamente all’1,3-1,4% del totale erogato.

Il livello di indebitamento delle famiglie è contenuto (soprattutto rispetto al  confronto internazionale, dove il ricorso al prestito è spesso quasi patologico, come abbiamo più volte evidenziato): si tratta però di un effetto dovuto anche ai tassi d’interesse a livelli particolarmente bassi, che quindi hanno contribuito a tenere basse le rate: anche per questo,  “a marzo 2010 il complesso delle rate assorbivano il 4,3% del reddito, incidenza sostanzialmente stabile rispetto all’esperienza dell’ultimo anno ma inferiore di oltre 2,5 punti percentuali rispetto alla metà del 2008”.

Per quanto riguarda i i finanziamenti per la casa, questi continuano a crescere in modo sostenuto, come conseguenza dei prezzi stabili degli immobili e dei tassi di interesse ridotti: a marzo 2010 i prestiti prestiti per l’acquisto di abitazioni sono cresciuti di circa l’8% rispetto all’anno precedente (+4,5% a marzo del 2009).

Anche grazie a questo, l’indice di affordability (che misura la “facilità” con cui una famiglia può acquistare una casa) risulta in miglioramento: a marzo la rata che la famiglia media deve pagare per comprare la propria casa è di poco superiore al 20% del proprio reddito disponibile (21,4%), quindi un valore che indica una elevata accessibilità del bene-casa.

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L’ecologia come leva economica

Si ripete spesso che l’ecologia ed il rispetto per l’ambiente siano fattori che vanno considerati non puri e semplici costi ma investimenti, ma non sempre poi alla fine l’approccio è realmente di questo tipo, rimanendo ancorati a tecnologie “inquinanti” perché non si ha chiaro quelli che possono essere gli effetti di scelte “ambientalmente responsabili“.

Una delle frontiere però dove i vantaggi si fanno sempre più sentire è quello del cosiddetto “Green IT, cioè dell’informatica “sostenibile”. In effetti la quantità di energia tipicamente consumata dai datacenter è tutt’altro che trascurabile: non solo per la quantità di corrente consumata dai server, ma anche per il raffreddamento delle sale server — come è facile immaginare, tanti server scaldano tanto, ed hanno quindi bisogno di un impianto di condizionamento molto potente per poter lavorare correttamente.

La quantità di energia che si può risparmiare aggiornando un datacenter è estremamente notevole: molto interessanti in questo senso i dati diffusi da MPS relativi  all’aggiornamento del Centro Elaborazione Dati di Siena. Stiamo parlando di un CED di discrete dimensioni: ora contiene 352 macchine. Il risparmio però e veramente impressionante: riduzione dei consumi di oltre 1,3 milioni di kWh in un anno (648 tonnellate in meno di emissioni di CO2), ed un risparmio economico di 261.000 euro all’anno. Qualcuno ha ancora dubbi che l’ecologia non sia un investimento redditizio?

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Il punto sull’economia italiana, parte II

Ancora prendendo spunto dalla pubblicazione “L’economia italiana in breve”, ci sembra utile presentare una serie di grafici che sintetizzano l’andamento di alcuni dei principali indicatori dello stato dell’economia. I grafici mostrano le variazioni nel quadriennio 2006-2009 e a fianco lo “zoom” sugli ultimi trimestri (dal III trimestre 2009 fino al I o II 2010, a seconda di quale valore sia l’ultimo disponibile). Si nota chiaramente come già nella seconda parte dello scorso anno si sia avuto un recupero. L’unico valore in parziale controtendenza è quello relativo alla domanda nazionale che, pur a fronte della crescita di fine 2009, ha subito una contrazione nel I trimestre 2010

PIL

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Investimenti fissi lordi

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Spesa per consumi delle famiglie italiane

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Domanda nazionale

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Importazioni ed Esportazioni di beni e servizi

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Il punto sull’economia italiana

La Banca d’Italia ha pubblicato l’edizione di agosto bollettino “L’economia italiana in breve” che offre un quadro molto interessante dello stato dell’economia nel nostro Paese. Ci sembra interessante commentare alcuni dei grafici che sono presentati.

Per quanto riguarda la Produzione industriale, si può notare come il trend appaia abbastanza lineare, con un recupero costante da inizio 2009 ad oggi. Il livello di produzione rimane però, nonostante tutto, basso: fatto 100 il livello nel 2005, ad agosto 2010 siamo “appena” a poco più di 88.

Il grafico relativo alla Tendenza degli ordini mostra come ci sia stato anche qui un recupero: attenzione però che la scala di misura è completamente diversa, dato che non vengono misurati gli ordini, ma la quantità di intervistati che dichiarano che aumenteranno gli ordini, rispetto a quelli che dichiarano che invece diminuiranno: come è facile intuire, viene misurata la direzione del movimento, ma solo indirettamente il “di quanto” gli ordini aumenteranno.

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La fiducia dei consumatori, dopo il “panico” del 2008, era risalita a livelli elevati alla fine del 2009, ma quest’anno ha visto una riduzione dell’indice di fiducia (sebbene questa riduzione appaia in rallentamento negli ultimi mesi): un trend prevedibile dato che l’opinione che sembrava essersi diffusa a fine 2009 era del tipo “non è successo niente, tornerà tutto come prima”, mentre adesso è sempre maggiore la consapevolezza che la crisi economica ha portato (e dovrà portare) una serie di cambiamenti che andranno affrontati.

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Il grafico degli indici dei prezzi al consumo ed alla produzione è piuttosto interessante, ma può essere un po’ ingannevole in quanto i prezzi al consumo e quelli alla produzione sono riportati su scale diverse.

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Ci sembra quindi interessante proporre una versione “Photoshoppata” del grafico, nel quale i due andamenti vengono approssimativamente riportati sulla stessa scala.

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Santander Time Deposit si rinnova: 24 mesi al 2,80% lordo

Santander Consumer Bank ha introdotto una nuova scadenza per Santander Time Deposit, il conto di deposito vincolato proposto dalla banca spagnola. Ora infatti è possibile vincolare il proprio capitale per 24 mesi, anziché “solamente” 12. L’allungarsi della scadenza è accompagnato dal un incremento del tasso di interesse, che è pari al 2,80% lordo (2,044% netto). La scadenza a 12 mesi rimane disponibile, ed il tasso praticato è del 2,50% lordo (1,825% netto). Non è più prevista invece la scadenza a 6 mesi. Ricordiamo che Santander Time Deposit è gratuito, eccetto per il fatto che l’imposta di bollo è a carico del cliente.

Dato che due anni sono un orizzonte temporale piuttosto ampio, è garantita la possibilità di ritirare l’importo prima della scadenza, ma in questo caso il tasso di remunerazione del capitale de dell’1,00% lordo annuo (0,73% netto). Inoltre, il ritiro anticipato è possibile solo sull’intero capitale (non sono possibili prelievi parziali, per capirci).

La nuova proposta di Santander è abbastanza interessante, anche se un vincolo di 24 mesi ci sembra piuttosto lungo: di fatto, se un risparmiatore ritiene di poter ragionare su tempi di questo tipo, potrebbe prendere in considerazione anche CCT o BTP, che sono più remunerativi se non altro per effetto della tassazione diversa (12,5% contro il 27%). Santander Time Deposit 730 (questo il nome completo del conto di deposito vincolato “biennale”) ci sembra quindi possa essere adatto per chi vuole mettere da parte piccole somme (diciamo, intorno ai 5.000 euro), e quindi l’assenza di costi diventa un fattore fondamentale: bisogna però vedere in quanti saranno interessati a vincolare i propri risparmi per un tempo così lungo a fronte di un guadagno che, per cifre di quest’ordine di grandezza, può essere di pochi euro, rispetto a scadenze più brevi offerte dalla stessa Santander.

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Banche italiane tre volte meno esposte sull’estero rispetto a quelle europee

Banche italiane tre volte meno esposte sull’estero rispetto a quelle europee

Sempre dal Rapporto di Previsione AFO dell’ABI, di cui abbiamo già accennato, un dato molto interessante riguarda l’esposizione delle banche italiane sui mercati esteri.

L’esposizione è stata calcolata l’ammontare totale dell’esposizione (ripartita tra i diversi paesi verso i quali le banche investono), ed il ‘rischio paese’,  misurato dagli spread sui CDS (che forniscono una misura) grado di rischio di ciascuna esposizione, ottenendo così una stima delle
potenziali “perdite attese” dai diversi sistemi bancari europei.

Questo valore è il più basso per l’Italia (3%), contro l’8,2% dell’Area euro e il 18,2% della Germania, il cui sistema bancario appare quello più esposto  al “rischio estero”, fatto che da solo dovrebbe dimostrare l’interesse tedesco nel supportare la solidità dei sistemi economici di Paesi quali Grecia, Spagna o Portogallo.

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ABI sottolinea inoltre che le “perdite teoriche” medie a livello europeo (l’8,2% del capitale, come detto)  “non sarebbero comunque tali da modificare la solidità delle banche dell’Area Euro”

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Secondo ABI, durante la fase acuta della crisi non c’è stata tensione sui tassi

Il Centro Studi dell’ABI ha svolto un’analisi del comportamento dei tassi d’interesse durante la crisi, i cui risultati evidenziano come negli ultimi due anni non vi sarebbero state “tensioni” nell’andamento dei tassi sui finanziamenti. O meglio, per dirla con le parole del Rapporto di previsione AFO:  “l’adeguamento dei tassi d’interesse applicati ai finanziamenti non abbia registrato, nell’ultimo biennio, tensioni dal lato dell’offerta”.

In particolare, secondo le stime del Centro Studi dell’ABI, nel corso del 2009 il tasso sui prestiti a famiglie e imprese “si è collocato al di sotto di quanto prevedibile sulla base di cicli economici precedenti, considerando che in una fase di rischio di credito crescente si sarebbero giustificati livelli più elevati dei tassi di quanto ipotizzabile seguendo le dinamiche registrate sui mercati”. In altre parole, le banche italiane hanno “trasferito ai clienti” in misura limitata le tensioni che si sono avute sul mercato interbancario.

Queste considerazioni, aggiungiamo noi, sono vere soprattutto se si confronta il comportamento delle banche italiane con quanto avvenuto all’estero (USA, UK, Spagna…), dove le difficoltà sono state decisamente maggiori, anche se ciò non toglie che l’efficienza del settore bancario in Italia non abbia ancora spazio per miglioramenti. Per completezza, è bene evidenziare che lo studio di ABI si riferisce principalmente alla valutazione del rischio da parte delle banche, ma non riguarda ovviamente il fatto che i prestiti ed i mutui a tasso indicizzato abbiano seguito l’andamento dei tassi di mercato (come è naturale), dato che è un discorso completamente diverso.

L’analisi del Centro Studi di ABI include anche delle interessanti previsioni sul livello dei tassi nei prossimi anni: “Anche nei prossimi anni il livello dei tassi sui prestiti dovrebbe rimanere contenuto: secondo le previsioni AFO al 2012 il tasso medio a famiglie e imprese dovrebbe  collocarsi al 4,4%, lo stesso livello registrato nel 2009”.

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Proposta di "quota rosa" nei CdA: a quando anche una quota riservata alle persone competenti?

E’ in discussione una proposta di legge che vuole imporre l’introduzione di “quote rosa” nei Consigli di Amministrazione delle quotate in Borsa, per aumentare la presenza femminile dal 6,2% attuale e portarla almeno al 30%.

Per quanto si tratti di un obiettivo certamente apprezzabile, lo strumento delle quote imposte per legge ci lascia perplessi. Un incarico o una carica — di qualunque tipo — dovrebbe essere affidato soprattutto in base alla competenza: l’introduzione di “quote” che introducono criteri di valutazione diversi (siano esso “quote partito”, “quote geografiche” o “quote rosa” come in questo caso) mette a rischio questo criterio. Se si mette una persona in un CdA perché è una donna e non perché è competente non si fa un favore né all’azienda né al genere femminile: ed infatti in Norvegia, che qualcuno porta ad esempio, ci sono stati dei problemi per l’eccessiva rigidità imposta dalla legge.

La nostra attenzione sul tema della competenza non nasce certo dall’idea che l’essere donna e l’essere competenti siano due elementi in qualche modo in contrasto, ma il fatto è che il criterio di selezione dovrebbe essere unicamente la preparazione e le competenza, non il sesso, la provenienza geografica, il colore della pelle o l’appartenenza politica.

Il punto infatti è che molte aziende soffrono a vari livelli l'”incompetenza” dei propri CdA, con consiglieri che a volte non conoscono come dovrebbero l’azienda, il mercato, le tecnologie che l’azienda usa, le normative. Inutile dire che si tratta di un’elemento che limita non poco la crescita aziendale, soprattutto in ottica evolutiva: un CdA “incompetente” può essere in grado di mantenere lo “status quo”, cercando di continuare a far fare all’azienda quello che ha sempre fatto, ma non è in grado di operare con un ottica strategica (dato che per avere una visone valida di ampio raggio serve appunto conoscere azienda, mercato, tecnologia, per capire cosa potrebbe diventare possibile), dando la spinta per innovare in modo deciso. Innovazione che in Italia è spesso carente, con gli effetti ben noti sulla competitività del nostro Paese.

Quindi lanciamo una proposta: va bene le “quote rosa”, ma perché non introduciamo anche una “quota competenza”, in cui almeno il 25% dei consiglieri deve dimostrare di essere (realmente) preparato nell’ambito di attività dell’azienda?

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C’è chi suggerisce dazi per tutelare la produzione locale, ma forse non ha chiare le implicazioni

Nei commenti attorno al “caso Fiat”, ed in generale alla produzione “Made in Italy”, non manca chi suggerisce di introdurre tasse e dazi per tutelare la produzione in Italia. Le motivazioni sono anche valide, a partire dall’idea che bisognerebbe cercare di “esportare” le condizioni lavorative italiane nei paesi emergenti, anziché contribuire a sfruttare chi si trova in una condizione più sfavorevole.

Ci sono però delle osservazioni da fare. Trascurando un nocciolo fondamentale, su cui si potrebbe dibattere molto, e cioè se il modello italiano sia effettivametne un “esempio” da esportare, che offre una giusta tutela ai lavoratori, oppure se sia in realtà un modello inefficiente — non solo per una possibile tutela “eccessiva”, su cui in tanti discutono, ma anche ad esempio per motivi fiscali: la tassazione del lavoro dipenente in Italia infatti è tra le più elevate.

Gli aspetti relativi ai dazi che vorremmo evidenziare qui sono due:

  • I dazi rendono possono rendere i prodotti italiani più competitivi alzando i prezzi dei prodotti esteri. Che può essere sì un metodo per tutelare la produzione in Italia, ma ha un effetto collaterale ovvio: aumenta i prezzi dei prodotti “low-cost“. Davvero se si facesse passare il costo di una maglietta da 5 euro a 10-15-20 euro (la prima “Made in China”, la seconda “Made in Italy”) si tuterebbero le fasce deboli della popolazione?
  • I dazi possono funzionare solo se il mercato di riferimento del prodotto che si vuole tutelare è quello locale. Inevitabilmente i dazi generano una reazione da parte degli altri Paesi, e quindi le esportazioni del prodotto su cui si pongono i dazi. E’ ingenuo pensare che una casa automobilistica come la Fiat (che ripetiamo, è presa ad esempio ma non è certamente l’unico caso) possa sopravvivere vendendo esclusivamente o prinicipalmente  in Italia: di quanto andrebbe tagliata la produzione (e i posti di lavoro) se un’azienda del genere dovesse ridurre le esportazioni?

In sostanza, la questione è che “Made in Italy” ha senso quando è un “valore aggiunto”, cioè quando vale di più (ad esempio, perché è qualitativamente migliore, oppure anche perché costa meno — a volte può ancora capitare, spesso per questioni logistiche). Ovviamente, anche il fatto che la produzione italiana tuteli l’occupazione nel nostro Paese può essere un valore aggiunto, che magari alcuni sono disposti a “pagare”: ma a parte il fatto che ci sembra che molti quando vanno a fare acquisti non sono poi tanto sensibili a questi fattori, si tratta in ogni caso di un elemento che può avere una certa rilevanza solamente per i consumatori italiani — è difficile pensare che un tedesco, o un serbo, o un polacco, siano disposti a pagare di più un’auto per tutelare l’occupazione italiana.

Insomma, la conclusione è quella che avevamo evidenziato già qualche tempo fa: la soluzione non è forse quella di “tutelare gli operai”, ma pittosto quella di “smettere di essere operai”, cioè spostarsi su produzioni a maggiore valore aggiunto. Ricordando anche che il maggiore gap di produttività negli ultimi anni si è creato non con i paesi emergenti, ma con i paesi dell’area Euro, Germania tra tutti, ed è motivato da un modo di lavorare “vecchio” più che da vantaggi tedeschi nel costo del lavoro.

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