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Le polemiche sulla non obbligatorietà della prigione per i sospetti di reati sessuali sono, a nostro parere, un’ulteriore dimostrazione del fatto che in Italia c’è un approccio “confuso” sulla giustizia.

In particolare, in questo caso si fa per l’ennesima volta confusione tra sospetto, indagine e condanna. Il principio che non si può condannare qualcuno prima che ne sia definita la colpevolezza non dovrebbe essere certo sorprendente (tanto più che non viene messo in dubbio il fatto che debbano essere imposte misure restrittive in caso di pericoli di fuga o di reiterazione del reato). Pretendere la condanna per un sospetto, o anche per l’avvio di un’indagine, è un segnale di una pericolosa mancanza di consapevolezza delle reali problematiche della giustizia. E va aggiunto che il mondo dell’informazione contribuisce non poco a questa confusione, dato che — a volte anche solo per ricercare sensazionalità — le indagini vengono spesso tramutate in condanne a priori.

Il punto semmai è un altro, e cioè la durata infinita dei processi in Italia, che li rende alla fine inguisti sia per gli indagati che per le vittime, e lede il principio della certezza della giustizia. Un problema che non riguarda solamente l’ambito penale, ma anche (se non ancor più) quello civile:  non a caso, proprio le problematiche della giustizia in Italia sono  considerate uno dei principali freni all’investimento da parte di soggetti stranieri.

Ma chiaramente, la soluzione non può essere quella di rendere le condanne indipendenti dalle sentenze, ma piuttosto quella — indubbiamente più difficile — di migliorare l’efficacia e l’efficienza del sistema giudiziario.

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