Pensioni: tra parità a senso unico e miopia sul breve termine

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Il tema delle pensioni sta tornando di attualità dopo il richiamo dell’Unione Europea a portare l’età di pensionamento delle donne alla pari con quella degli uomini, per i dipendenti pubblici. In effetti, cercando di guardare le cose in modo più oggettivo possibile, viene difficile giustificare — partendo da un presupposto di parità dei sessi — il fatto che le donne vadano in pensione 5 anni prima. Tanto più che stiamo parlando di lavori “da ufficio”, e quindi non particolarmente usuranti. La giustificazione non può neppure essere che la donna deve andare in pensione prima per accudire i figli, o per rassettare la casa.

L’andare in pensione prima è sostanzialmente un privilegio (residuo della “compensazione” di una marcata disparità di trattamento) che quindi è comprensibile venga difeso (non ci si può certo aspettare entusiasmo all’idea di lavorare cinque anni in più), ma inevitabilmente non è sostenibile. Sempre sulla parità uomo-donna, tornano in mente i discorsi di chi sostiene che non solo gli stipendi orari dovrebbero essere identici a parità di mansioni (ineccepibile), ma che le donne dovrebbero essere pagate di più, perché secondo alcune statistiche in media lavorano meno ore, facendo meno straordinari — ragionamento che lascia un po’ perplessi.

In generale però, il tema delle pensioni, appare affrontato spesso in modo superficiale. L’allungamento della vita media infatti rende difficilmente sostenibile il modello di pensioni cui siamo abituati. Basti il dato che abbiamo già evidenziato quando abbiamo toccato il tema in passato, e cioè che per un uomo nato nel 1930 l’aspettativa di vita media era 54 anni, contro i 76 di un nato nel 2000: una differenza che non si può fingere di ignorare. E non è un caso se i ventenni e i trentenni di oggi sono in gran parte convinti che la pensione non la avranno mai.

Chiaramente, si può contestare che il problema non possa essere risolto tramite imposizioni dall’alto, ma debba essere affrontato in un’ottica di ottenere una condivisione più ampia possibile delle scelte — una logica che ci sentiamo di sottoscrivere, ma richiede di iniziare a progettare assieme già ora un nuovo sistema “ideale” (dato che ciò che sembrava sostenibile quarant’anni fa, oggi probabilmente non lo è più), prima di trovarsi in emergenza e fare interventi affrettati. Anche se la tradizione italiana nell’affrontare i problemi non fa ben sperare…

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