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Diversi analisti (tra cui  Maurizio Novelli, di Zest asset management, su Morningstar) iniziano a sottolineare come la sterlina potrebbe finire sotto pressione, qualora gli interventi della BCE e dei governi dell’area dell’Euro avessero successo nell’evitare l’aggravarsi della crisi dell’Eurozona.

Infatti, lo stabilizzarsi delle condizioni dell’Area Euro toglie opportunità alla speculazione, che quindi si rivolgerà verso altri obiettivi. Il più probabile è la sterlina, in quanto le condizioni economiche del Regno Unito sono tutt’altro che solide, con un rapporto deficit/PIL vicino all’11%, inflazione al 3,7% e disoccupazione all’8%, anche se queste difficoltà sarebbero in qualche modo messe in secondo piano dalle difficoltà dell’area euro.

Noi rimaniamo convinti che anche il dollaro — soprattutto nel medio periodo — non sia una moneta priva di rischi, dato che anche le condizioni dell’economia degli USA non sono del tutto rosee, soprattutto se si considera che non è ancora arrivato tutto il “conto” degli interventi di salvataggio dell’economia, e soprattutto di un lento ma definito cambio di approccio da parte del consumatore USA che storicamente ha vissuto oltre le proprie possibilità (con un ricorso patologico all’indebitamento) e quindi dovrà probabilmente abbassare i propri consumi, con tutto ciò che ne deriva a livello di indotto.

Sempre nel medio periodo, è necessario fare attenzione al fenomeno del carry trade, che potrebbe creare delle distorsioni nei mercati finanziari (come è del resto già avvenuto in passato). In pratica, i tassi a livelli record verso il basso di Unione Europea, USA e Giappone rendono conveniente per gli investitori smaliziati prendere a prestito capitali in queste monete ed investirli in titoli a rendimento più elevato in paesi quali il Canada o l’Australia, col rischio di creare nuove bolle speculative.

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