Fineco: riparte la promozione “Invita un amico”, ma solo fino per una settimana

Da oggi, 29 giugno, Fineco ripropone l’iniziativa “Invita un amico“, che offre premi a chi invita un amico che apra il conto, così come all’amico stesso. L’iniziativa infatti ha raggiunto un elevato successo, ed è stato pertanto deciso di riproporla, ma questa volta in versione “veloce”, infatti si concluderà  tra una settimana.

I premi sono a scelta tra una carta usa-e-getta con 50€ di credito,  200€ di commissioni per investire, oppure  un anno di canone gratuito. Inoltre, l’amico potrà beneficiare di un anno di conto gratis, oltre al premio scelto. In più, è prevista l’estrazione di un iPad Wi-Fi + 3G da 64GB.

Il concorso è aperto a tutti i clienti di Fineco: perché il premio sia riconosciuto, è necessario che l’amico movimenti il conto entro il 31 agosto, versando almeno 500 euro.

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Conto Webank offre fino a 100 euro di buoni acquisto MediaWorld per i nuovi clienti

Webank ha lanciato una nuova promozione per i nuovi clienti. Non si tratta, contrariamente a quello cui eravamo abituati fino qualche tempo fa, di promozioni sui tassi di interesse (promozioni che in questo momento dei mercati finanziari tendono ad essere costose per le banche e poco interessanti per i clienti), ma di un “premio” in buoni acquisto.

Infatti, a tutti coloro che tra il 16 giugno e il 16 settembre 2010 richiederanno l’apertura di Conto Webank (ed effettueranno un primo versamento entro il 7 ottobre 2010) avranno diritto ad un buono acquisto Media World Compra on-line del valore di 60 euro. Inoltre, se entro il 7 ottobre 2010, questi nuovi clienti attiveranno anche una carta di credito Cartimpronta, o domicilieranno un’utenza o apriranno un deposito titoli, riceveranno un ulteriore buono acquisto Media World Compra on-line del valore di 40 euro.

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Aggiornamento: è condizione necessaria andare su http://www.webank.it/lndpage/mediaworld.html (dove è possibile trovare il regolamento completo dell’iniziativa ) e cliccare su “Aprilo subito“, altrimenti la promozione non potrà essere applicata.

Fundraising “2.0”: bastano 20 centesimi per sfamare un bambino!

Il web è uno strumento molto potente non solo per incrementare la produttività o migliorare le comunicazioni, ma anche per il sociale: abbiamo già evidenziato in passato come l’utilizzo del canale web — per la sua immediatezza e l’anonimato che consente — può essere uno strumento importante per le donazioni.

Ecco quindi che ci sembra importante segnalare un’iniziativa del World Food Programme, che va proprio in questo senso. Il Programma Alimentare Mondiale (World Food Programme – WFP) è la più grande agenzia umanitaria che lotta contro la fame nel mondo, uno dei maggiori problemi “veri” del mondo: basti pensare che ogni sei secondi un bambino muore di fame o per cause correlate.

Un problema che sarebbe però tutt’altro che insormontabile, se si considera che con soli 20 centesimi il WFP è in grado di offrire un pasto nutriente a scuola ai bambini delle zone più povere del mondo. Per raccogliere fondi, dal 2003 viene organizzata, nelle principali città di tutto il mondo, l’iniziativa Walk the World (WTW), una marcia contro la fame, destinata a raccogliere fondi.

Il 6 giugno scorso la Walk the World si è svolta anche Roma, organizzata dal Programma Alimentare Mondiale, in collaborazione con le aziende partner TNT, DSM e Unilever (dal 2007 Unilever — uno dei principali gruppi mondiali di beni di largo consumo — ha contribuito ai progetti del WFP donando 48 milioni di pasti ai bambini poveri).

Un’iniziativa che solitamente sarebbe ora conclusa, pur con buoni numeri (sono stati coinvolti 2.000 ciclisti e raccolti fondi per dar da mangiare a 100.000 bambini), ma grazie al web e alle nuove tecnologie, il Fundraising può ora continuare.
E’ stata infatti predisposta un’apposita pagina web, che permette di effettuare la donazione ancora adesso (se serve stimolare la vostra generosità, ricordatevi quello che abbiamo detto prima: bastano 20 centesimi per dare un pasto ad un bambino…), affiancata da una “virtual walk“,  una camminata virtuale, uno spazio-community dove poter caricare una propria foto e dare una testimonianza del proprio supporto.

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Crisi? Non per il divertimento: boom di presenze nei parchi giochi italiani

Nonostante la crisi economica, il settore del divertimento, ed in particolare dei parchi giochi, è cresciuto in Italia nel 2009, con un fatturato che ha segnato un +11,4%,  rispetto all’anno precedente, secondo i dati dell’Area Research di Banca Monte dei Paschi di Siena. Nei primi 9 mesi del 2009, sono infatti stati venduti un totale di 11 milioni di biglietti — 500.000 in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Quello dei parchi giochi è un settore che dimostra una elevata solidità a livello mondiale, che hanno globalmente subito solamente una leggerissima flessione (i primi 25 parchi del mondo hanno totalizzato nel 2009 185,6 milioni di visitatori, contro i 186 del 2008). Del resto, in Italia i parchi di Gardaland e Mirabilandia si collocano tra le 20 mete più gettonate dai turisti.

Si tratta di un settore che viene quindi giudicato molto interessante anche in termini di possibili investimenti, anche in ottica dalle attese per la ripresa dei consumi (è stimato un +2,6% nel triennio 2010-2013). Basti pensare che Gardaland  dovrebbe investire 10-15 milioni di Euro per un nuovo rollercoaster, o che Mirabilandia ha investito 27 milioni nel biennio 2008-2009.

Un settore che dunque sembra “ignorare” la crisi anche dal lato degli investimenti, fondamentali per proporre un “buon prodotto” —  e quindi mantenere solidità — nel medio-lungo periodo

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Arriva la guida ai servizi di pagamento per famiglie e imprese

ABI ha presentato due guide, realizzate in collaborazione con le associazioni dei consumatori e associazioni imprenditoriali, allo scopo di spiegare la Direttiva sui Servizi di Pagamento (Payment Services Directive – PSD), introdotta in Italia circa 3 mesi fa, e che ha portato alcuni cambiamenti nei pagamenti fatti attraverso le banche. Cambiamenti che portano vantaggi — ad esempio, la PSD prevede termini più ampi per notificare eventuali transazioni non autorizzate e chiedere il rimborso di eventuali addebiti anomali — ma che comunque comportano un cambiamento di abitudini e quindi è importante che il consumatore conosca bene queste novità.

Ecco dunque le principali novità introdotte dalla PSD, così come descritte da ABI:

  • Cos’è la Psd
    La PSD è la Direttiva europea sui servizi di pagamento entrata in vigore in Italia il 1° marzo di quest’anno per eliminare le differenze normative tra gli Stati Membri ed aumentare la concorrenza tra gli operatori, garantendopari condizioni, più trasparenza e tutele nei confronti dei clienti. La Direttiva ordina in un singolo quadro normativo l’intera materia dei pagamenti con l’obiettivo di sostenere, per quelli elettronici, la creazione di un mercato integrato a livello europeo, riducendo costi ed inefficienze di strumenti cartacei e contante.
  • L’Iban: l’identificativo unico del conto corrente
    Le vecchie coordinate bancarie ABI e CAB vanno definitivamente in pensione e per fare un bonifico diventa obbligatorio utilizzare il codice IBAN.
  • Operazioni più veloci e tempi garantiti
    Si accorciano i tempi delle operazioni: dal momento in cui la banca riceve l’ordine di pagamento, l’importo viene accreditato sul conto del beneficiario entro la giornata lavorativa successiva. Quindi, nel caso di un bonifico, basta un solo giorno lavorativo perché una certa somma sia trasferita dal conto di chi lo effettua a quello di chi lo riceve. Fino al 2012, la Direttiva consente alle banche, d’intesa col cliente, di prolungare i tempi di esecuzione fino ad un massimo di 3 giorni lavorativi (4 nel caso di bonifici cartacei).
  • Disponibilità immediata delle somme nei bonifici
    Una volta ricevuto il bonifico, la banca mette subito le somme a disposizione del cliente che può utilizzare il denaro accreditato: la data valuta (da cui cominciano a maturare gli interessi) coincide con quel momento.
  • Nessuna “antergazione della valuta”
    Non è più ammessa la richiesta di accreditare l’importo sul conto del beneficiario con una data valuta anteriore o pari alla data di disposizione dell’ordine (la cosiddetta “valuta antergata”).
  • Più tutele con carte e pagobancomat
    Chi utilizza le carte di pagamento ha più tempo per contestare eventuali addebiti errati ed ottenere il rimborso. Nuove carte possono essere inviate solo se espressamente richieste dal cliente (fanno eccezione le sostituzioni di carte in scadenza, ecc.). Le stesse condizioni di acquisto in termini di prezzo e sconti valgono sia se si paga con carta che in contante; i negozi non possono rifiutare un pagamento con carta se espongono il marchio del circuito a cui questa appartiene.
  • Più tempo per rimborsi e più sicurezza
    Migliorano le procedure e i tempi per chiedere un rimborso. In caso di addebito per un’operazione non autorizzata, si hanno fino a 13 mesi di tempo dalla data dell’addebito per comunicarlo alla propria banca e chiedere la rettifica dell’operazione con rimborso immediato. Se si riscontrano anomalie in un’operazione di addebito autorizzata – ad esempio un RID per pagare la bolletta del telefono e della luce – si hanno 8 settimane per chiedere il rimborso. La banca è tenuta a restituire l’importo entro 10 giorni dalla richiesta o a motivare l’eventuale rifiuto. Se invece si rileva un’anomalia prima che la somma sia addebitata, si può revocare l’ordine sino alla giornata precedente la scadenza del RID.
  • Informazioni più chiare e complete
    La PSD prevede che il cliente riceva, prima della firma del contratto e in tutte le successive comunicazioni periodiche, un insieme di informazioni su servizi e strumenti scritte con un  linguaggio semplice e comprensibile.

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Si può veramente tutelare il manifatturiero in Italia?

La proposta di accordo della Fiat con i lavoratori, che rimette in discussione quelli che erano considerati diritti acquisiti sta (inevitabilmente) alimentando numerose polemiche.  La questione non è certo semplice, ed ampiamente dibattuta, per cui ci limitiamo a fare un paio di osservazioni che ci sembrano importanti.

  • La prima considerazione è che le esigenze del mercato non possono essere ignorate. E il mercato siamo noi, quando usciamo dal posto di lavoro, e (soprattutto nel contesto attuale) la richiesta di un contenimento dei prezzi — almeno in termini di qualità/prezzo — è decisamente forte. Purtroppo, nessuno o quasi quando fa un’acquisto (che sia un’auto, una casa o un paio di scarpe) è interessato a come è avvenuta la produzione, e a quello che “sta dietro” ad essa. Se uno trova al mercato due magliette simili, una fatta in Italia che magari costa 15 euro perché chi la produce lavora in un certo modo, l’altra che invece costa 2 euro, fatta in Cina da lavoratori sottopagati, facilmente compra quest’ultima, e tanti saluti ai diritti dei lavoratori.
  • Nel caso della Fiat, a questo si aggiunge un’altro tema, e cioè che il mercato non può essere solo italiano (anche per una semplice questione di “numeri”), ma deve avere una dimensione almeno europea, se non globale. Se magari l’acquirente italiano può essere disponibile a pagare un sovrapprezzo per sostenere la produzione “italiana”, l’acquirente polacco molto difficilmente lo considererà invece accettabile.
  • Quello che però ci sembra l’errore concettuale di fondo a molte delle polemiche è una concezione basata sull’idea “si nasce operai e si muore operai“. In realtà, noi siamo convinti che dovrebbe essere favorito uno sviluppo professionale, che permetta di crescere e svolgere impieghi a maggior valore aggiunto, e quindi meglio retribuiti. In altre parole, per migliorare la condizione delgi operai, forse la strada migliore e più percorribile è quella di aiutarli a smettere di fare gli operai.

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Tasse sulle transazioni finanziarie: un bene, ma non per i motivi che pensate

Torna alla ribalta il tema della tassazione delle transazioni finanziarie. Abbiamo già discusso più volte questo tema, ma vale la pena tornarci perché è un punto molto importante: la “micro-tassazione” delle transazioni finanziarie ha l’effetto di “sfavorire” l’ottica di breve e brevissimo termine, a favore quindi degli investimenti di medio-lungo respiro.

Si tratta di un effetto che va sfruttato e valorizzato al massimo, dato che è proprio la “miopia” della finanza uno degli elementi che hanno portato alla crisi. Ragionare in un’ottica di lungo termine, vuol dire inevitabilmente ragionare in ottica di flessibilità, e i benefici possono essere molto maggiori della possibile raccolta di fondi.

Il timore è che ci si “appiattisca” su una logica di “vendetta” contro le banche, che però alla fine rischia di penalizzare i consumatori e le imprese. Lo stesso discorso vale per il “prelievo” in discussione alla UE. Più che giusto pretendere che le banche contribuiscano a coprire i costi della crisi, ma è ingenuo ed illogico ritenere che tale prelievo non abbia ricadute sulle “capacità”  delle banche di finanziare consumatori e imprese o di remunerare gli investimenti. Quindi la criticità è data dal  fatto che è necessario strutturare il tutto in modo che i benefici di tali prelievi siano superiori alle ricadute negative che potrebbero avere.

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Protocollo di intesa per l’educazione finanziaria Banca d’Italia, Consob, Covip, Isvap e Antitrust

La Banca d’Italia, la Consob, la Covip, l’Isvap e l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato hanno sottoscritto un Protocollo di intesa in materia di educazione finanziaria, allo scopo di  realizzare iniziative congiunte in questo ambito, la cui importanza — così come la sua attuale carenza — abbiamo anche qui più volte sottolineato.

L’educazione finanziaria, almeno di base, è infatti indispensabile per tutelare i consumatori nell’utilizzo dei servizi finanziari, previdenziali e assicurativi, così come dei più “semplci” servizi bancari. Perché, detto chiaramente, il primo che deve tutelare il consumatore è il consumatore stesso: e non per una necessaria malafede delle altre parti, ma anche semplicemente perché se il consumatore non è in grado di esplicitare i suoi “bisogni finanziari”, non possono venire soddisfatti.

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Fineco: canone gratis per gli under 28

FinecoBank ha introdotto una nuova iniziativa per andare incontro alle esigenze dei più giovani: infatti, da giugno 2010 il canone del conto Fineco viene azzerato per chi ha meno di 28 anni. Si tratta di un’iniziativa destinata sia a chi è già cliente che ai nuovi clienti.

In ogni caso, anche chi ha più di 28 anni ha la possibilità di azzerare il canone, secondo le modalità che Fineco propone da tempo, e cioè  accreditando lo stipendio o usando i servizi del conto.

In questi mesi di tassi particolarmente bassi, le banche spostano sempre di più l’attenzione (e la competizione) sul fronte dei costi, per attirare i clienti, cercando di proporre conti dai costi più bassi possibile — dato che sul fronte degli interessi le banche sono state costrette a portare ripetuti tagli.

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Il Talento delle Idee: le 3 imprese vincitrici del concorso nazionale

Si parla spesso di innovazione, di dare spazio a nuove idee. Una delle strade che contribuiscono a dare spazio alle nuove idee è anche quella dei concorsi quali “Il Talento delle Idee”, indetto da UniCredit con i Comitati Territoriali UniCredit e dai Giovani Imprenditori di Confindustria, proprio per valorizzare le migliori idee imprenditoriali innovative in Italia, che ha visto l’assegnazione dei premi nei giorni scorsi.I premi, per la cronaca, consistono (oltre che nella visibilità che questi eventi offrono) in finanziamenti personalizzati, un programma di master/Trainingoltre che premi in denaro rispettivamente di 25.000 euro per il primo classificato (15.000 e 10.000 rispettivamente per il secondo ed il terzo).

Certamente, non possono essere i concorsi l’unica strada per promuovere l’innovazione, ma quello che è il merito di queste iniziative è dimostrare che in Italia di idee ce ne sono.

Vediamo dunque anche chi sono stati i vincitori, dato che fornisce anche un’indicazione su quali siano i settori dove in Italia ci sono competenze e dove ci sono forse le maggiori prospettive di crescita.

Si aggiudica il primo posto Stefano Cassani di Plastic Sort, azienda di Imola, con la sua macchina per la separazione delle plastiche, in grado di individuare la natura del materiale e contemporaneamente separarlo, in tempi nettamente inferiori rispetto agli impianti presenti sul mercato, sfruttando le diverse proprietà elettriche delle plastiche. Secondo posto sul podio per la EPoS di Torino, grazie alla proposta di produrre matrici metalliche, destinate ai settori biomedicale e automotive, con grani sensibilmente più piccoli di quanto finora prodotto, sia a livello scientifico che industriale. A ritirare il premio Alessandro Daniele. Medaglia di bronzo a Michele Guala di Niso Biomed, azienda nata ad Aosta ma con sede a Torino, per la proposta di commercializzare il dispositivo MT 21-42, che integra e potenzia l’esame del tratto digestivo superiore, conducendo in tempo reale le analisi chimiche.

I numeri del Talento delle Idee parlano chiaro – ha commentato  Gabriele Piccini, Responsabile Retail Italy Network UniCredit Group-  Quando si creano le condizioni perché le buone idee emergano i giovani rispondono con entusiasmo. Insieme a Confindustria abbiamo costruito una rete di opportunità che ha raccolto oltre 270  domande, pervenute da tutta Italia, tutte qualitativamente rilevanti, tanto che ben 267 di queste sono  risultate idonee alla valutazione. Il 44% è stato presentato da imprenditori che non superano i 30 anni di età.  Abbiamo voluto privilegiare progetti che ancora non avessero dato vita ad un’impresa (ben il 64% delle domande ammesse) e realtà aziendali relativamente giovani, costituite da non più di 18 mesi”.

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Ignoranza finanziaria? Il problema è che è ignorata

Abbiamo più e più volte parlato dell‘importanza di una padronanza dei concetti di base relativi alla finanza, un tema di cui molte persone invece quasi si vantano di conoscere poco o nulla, salvo poi trovarsi in grossi pasticci per scelte sbagliate. Nelle quali certamente ci sarà responsabilità da parte di bancari o promotori “furbetti”, ma è indubbio che la strada migliore perché altri non approfittino della nostra ignoranza è una sola: cercare di essere meno ignoranti possibile.

Abbiamo già visto in passato dati che sono oggettivamente drammatici, come il fatto che un italiano su tre fatica a comprendere un estratto conto, o che la metà non sa cosa sia la diversificazione degli investimenti — un concetto non certo secondario per una gestione consapevole del proprio capitale. Così come è quasi ripetitivo anche sottolineare come l’ignoranza finanziaria del cittadino medio sia probabilmente un fattore fondamentale per il crearsi di bolle speculative e di crisi finanziarie anche gravi come quella attuale.

Un tassello aggiuntivo importante è però dato da un’altro dato sottolineato dal Vice Direttore Generale della Banca d’Italia Anna Maria Tarantola: il fatto che la maggior parte dei consumatori (e degli investitori) sottovalutino (quando non ignorino del tutto) la propria ignoranza finanziaria.

Il che complica decisamente le cose, in prospettiva: già, perche se quando si sa di non sapere qualcosa si può cercare di impararlo, se invece non si sa di non sapere (perdonate il gioco di parole) non solo non si farà il minimo sforzo di apprendere qualcosa in più, quando non vi sia un vero e proprio fastidio verso chi tentasse di spiegare gli argomenti ignorati.

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Riforme economiche e stalle chiuse dopo che i buoi sono scappati

La Germania “dà una lezione” a molti paesi, con la manovra economica che sta impostando, ricca di sacrifici. “Una lezione” perché ben pochi paesi si sarebbero resi conto della necessità di “far quadrare i conti” con un bilancio come quello tedesco, decisamente migliore di molti altri. Ma la solidità dei conti è un fattore critico per una crescita solida, ed ecco la scelta di qualche sacrificio nel breve termine per un futuro più roseo.

Molti Stati invece, non decidono di intervenire che quando è troppo tardi: cioè non quando si deve preservare la cresicita futura, ma evitare il collasso. Intuitiva la differenza.

Un esempio italiano è anche la gestione del problema dell’innalzamento dell’età di pensionamento delle donne nel settore pubblico: le indicazioni dell’Unione Europea non sono certo di poche settimane fa. Semplicemente, si è scelto di ignorarle, finché si è potuto, con una politica del tipo “aspettiamo la scadenza e poi cerchiamo di trattare”. Col risultato che ne viene fuori una situazione raffazzonata che va oggettivamente a penalizzare molte persone più del dovuto (nota: non crediamo che la questione sia relativa al governo di destra o di sinistra, il problema è che si è affrontato il problema “all’italiana”).

Ma un esempio è anche in generale dato le misure anti-crisi, se non il concetto stesso della crisi. La questione sulla speculazione è, come abbiamo sottolineato in passato, che la seculazione alza i prezzi, e crea le bolle. E’ qui che bisognerebbe intervenire, ma in pochi sono disponibili perché una bolla in espansione dà una percezione di ricchezza. Ecco allora che l’idea diffusa di intervento anti-crisi somiglia spesso a quello di nascondere il fatto che questa presunta ricchezza non c’era.

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Made in Italy: per i distretti calzaturieri, la ripresa potrebbe arrivare dal 2011

Il settore della calzatura in Italia è un caso esemplare di quella che è la condizione del Made in Italy, di cui è uno dei settori di punta: apprezzato per la qualità e lo stile, attualmente si trova a soffrire la congiuntura economica negativa (con pesanti ricadute anche sull’occupazione), che va ad aggravare uno scenario in cui la pressione competitiva di paesi emergenti si fa da tempo — inevitabilmente — sentire.

Ecco perché la ricerca svolta da Banca Monte dei Paschi di Siena, con i rapporti di Nomisma e di ANCI (Associazione Nazionale Calzaturifici Italiani), presentata alcuni giorni fa a Roma, è interessante anche come chiave di lettura “oltre” i distretti della calzatura.

La sintesi di quanto emerso è riassunta dalle dichiarazioni di Paolo Bruni, AD di Nomisma:

In linea generale, solo a partire dal 2011 ci si attende un avvicinamento a quelli che erano i volumi di fatturato generati cinque anni fa dai distretti calzaturieri. Il quadro è tuttavia molto variegato: stimiamo che continueranno a crescere i distretti della Riviera del Brenta e di San Mauro Pascoli a cui si affiancheranno buone performance per il distretto della Valdinievole e soprattutto di Aversa. Secondo le nostre valutazioni permarranno, invece, delle difficoltà per i due distretti pugliesi di Casarano e Barletta, mentre per alcuni storici distretti come quello di Fermo-Macerata, che hanno visto contrarsi tra il 2007 ed il 2008 il proprio volume di affari di oltre il 20%, si stanno iniziando ad intravedere i segnali di una lenta ripresa”.

Due dati sul settore della calzatura, che emergono dai rapporti, aiutano ad inquadrare meglio lo scenario:

  • L’Italia è il primo produttore di calzature nella Unione Europea,  con una quota attorno al 40% sul totale quantità, e l’ottavo produttore mondiale. L’Italia detiene però la leadership nei prodotti di fascia alta e lusso.
  • Le esportazioni rappresentano per il settore calzaturiero oltre l’80% del fatturato.

E’ chiaro che in ottica strategica (come peraltro viene evidenziato anche dai rapporti) l’esigenza è quella di puntare ai mercati emergenti — India e Cina in primis — dove il moltiplicarsi di “nuovi ricchi” spinge ad una crescita notevole della domanda di prodotti di lusso, nell’ambito del quale la produzione italiana può essere competitiva. Il puntare sui volumi “puri” è una scelta tendenzialmente perdente, dato che non è possibile puntare a competere su produzioni a contenuti tecnologici tendenzialmente bassi, dove il prezzo diventa un fattore di scelta primario per il consumatore, e su cui quindi il costo dei materiali e il costo del lavoro diventa un freno sostanziale alla competitività.

La questione dovrebbe essere quindi semplice: puntare su prodotti di “fascia alta”. Che però rimane spesso solo sulla carta: non solo perché le aziende non sempre ne hanno la capacità, ma perché più di qualche volta c’è chi cade in equivoci del tipo “c’è la crisi, non si può aiutare il lusso, quando invece è quello che servirebbe per rilanciare l’industria italiana e l’occupazione, tanto più che non si parla del consumo dei beni di lusso ma della sua produzione.

Certamente, si può contestare l'”etica” del lusso di per sé: si tenga però presente che se la scelta è quella di concentrarsi su produzioni “povere”, il risultato finale nel medio-lungo periodo può essere solamente che il lavoratore italiano si troverà in condizioni analoghe di quelle del lavoratore indiano o cinese. E, temiamo, non sarà perché miglioreranno sostanzialmente le condizioni di lavoro in India o Cina.

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Investimenti esteri diretti: l’Europa “tira” nonostante tutto (l’Italia un po’ meno…)

Secondo il World Investments Prospects (WIPS), rapporto diffuso dalle Nazione Unite sulla base di sondaggi effettuati su un campione di 241 aziende multinazionali, l’Europa rimane una delle principali mete degli investimenti esteri diretti (FDI – Foreign Direct Investments) anche per il biennio 2010-2011, che sono attesi in ripresa dopo la pesante contrazione per effetto della crisi (al primo trimestre del 2009, gli FDI hanno segnato -57% anno su anno nei paesi sviluppati e -45% nei paesi emergenti).

I paesi della UE che sono maggiormente in grado di attrarre investimenti sono la Germania e la Francia, grazie a manodopera specializzata, “talenti”, un contesto istituzionale stabile ed orientato agli affari, e la qualità delle infrastrutture. E’ interessante notare come dal rapporto emerge come l’effetto di incentivi concessi alle imprese e della facilità di accesso al mercato dei capitali abbia un ruolo marginale sulla localizzazione degli investimenti.

L’Italia purtroppo lamenta una certa difficoltà ad attrarre gli investimenti, dato che sconta un gap rispetto a paesi quali Francia e Germania sulle tecnologie avanzate e non  non può sfruttare fattori quali il lavoro a basso costo, o un forte tasso di crescita del mercato, che sono ormai esclusiva delle economie emergenti. Per quanto vada riconosciuto che l’attrattività dell’Italia non è pessima (secondo le stime dell’ Economist Intelligence Unit, nel periodo 2007-2011 l’Italia è al decimo posto, dopo USA, UK, Cina, Francia, Belgio, Germania, Canada, Hong Kong e Spagna), ma è indubbio che bisognerebbe fare di più anche per gli effetti che investimenti esteri potrebbero avere sulla crescita.

Secondo un’analisi del Servizio Research di Banca Monte dei Paschi di Siena, i settori che potrebbero avere un maggiore sviluppo in termini di attrazione di investimenti sono quelli del manifatturiero (chimico/farmaceutico, elettronica/elettrotecnica, meccanica di precisione), ma ci sono opportunità anche per le utilities, i trasporti ed i servizi alle  imprese.

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