Al via il progetto comunicazione finanziaria banche-imprese

ABI e Confindustria puntano a mettere a punto uno strumento di autodiagnosi, con finalità strategiche, per realizzare un “identikit” delle imprese, che valorizzi soprattutto le informazioni qualitative, e consenta di “guardare al futuro delle imprese” e non solamente al loro passato.

L’obiettivo — oggettivamente ambizioso — è rinnovare il rapporto banca-impresa, in modo che sia fondato (anche) sullo scambio di informazioni e sul “fare sistema”. Insomma “lavorare insieme su un progetto comune”, per creare una collaborazione che indubbiamente in Italia è finora stata decisamente carente — con la percezione diffusa che le banche abbiano sempre prestato i soldi a chi fosse in grado di “dimostrare di non averne bisogno”, e non tanto a chi avesse idee valide, e la capacità di farle fruttare al meglio.

Ovviamente, lo sforzo di questo cambiamento non ricadrà solo sulle banche, nel valorizzare le informazioni che ricevono, ma anche sulle imprese, che dovranno organizzarsi per presentare un quadro esaustivo degli aspetti quantitativi e qualitativi della propria attività: l’auspicio è che si riesca a mettere a punto strumenti efficaci e non si finisca con la banale introduzione di orpelli burocratici.

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Banche: ABI, nel 2008 la pressione fiscale effettiva sale al 44%

Nei giorni scorsi si è svolto a Milano un workshop su banche e Fisco, per l’approfondimento e analisi degli effetti delle norme fiscali sul settore bancario nazionale, da cui è emerso come nel 2008 (ultimo anno osservabile attraverso le dichiarazioni dei redditi) il livello di pressione fiscale diretta sulle banche si sia attestato al 43,9%, in netta crescita rispetto ai livelli medi del periodo 2000-2006. Le banche italiane anche nel 2008 hanno il primato di uno tra i Paesi a più alto livello di imposizione fiscale, con una tassazione che sarebbe 15 punti percentuali più elevata rispetto alla media europea.

In un contesto ancora caratterizzato da difficoltà economiche e da una ripresa ancora fragile – ha commentato il Direttore generale dell’ABI, Giovanni Sabatini – le recenti proposte al centro dell’agenda economica internazionale sull’opportunità di una nuova “tassa” globale sulle banche sollevano più di un interrogativo. Condividiamo l’esigenza di una convergenza e armonizzazione della regolamentazione internazionale, ma bisogna tener presente che, specie nel campo fiscale, le proposte si inseriscono su legislazioni nazionali oggi fortemente differenziate e potrebbero quindi ampliare, invece di ridurre, il divario competitivo. Inoltre è necessario garantire la semplicità del sistema e il coordinamento delle regole in campo fiscale, prudenziale, contabile e in materia di trasparenza e correttezza”.

La questione della tassazione delle banche non è certamente banale, dato che è quantomeno ingenuo l’atteggiamento di quanti vedono la tassazione delle banche come una specie di vendetta contro questi soggetti antipatici. La questione, a nostro parere,  è piuttosto che le tasse dovrebbero incentivare un comportamento in linea con le esigenze della collettività e della buona gestione di lungo periodo, forse ancor prima che puntare a raccogliere risorse. Va anche riconosciuto come la semplificazione massima sia auspicabile dato che è talvolta nelle complessità stesse delle normative fiscali che si creano pieghe che permettono angoli oscuri. Senza contare, nel caso delle banche, che una tassazione troppo complessa potrebbe effettivamente ridurre la trasparenza dei bilanci delle banche stesse, finendo col mascherare lo stato di salute del settore.

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Un’alternativa al rating come lo conosciamo?

Un articolo di Fortune offre uno spunto molto interessante al dibattito sulle agenzie di rating, sempre più al centro delle polemiche come conseguenza di valutazioni accusate di essere “interessate” o in ogni caso poco aderenti alla realtà.

Il nuovo sistema di rating delle obbligazioni proposto da Bloomberg, una delle maggiori agenzie che diffonde i dati di borsa, aggiunge un tassello nuovo a questo scenario, per quanto il sistema di rating di Bloomberg non voglia essere un concorrente diretto di agenzie come S&P o Moody’s. Peraltro, vengono valutate solamente le obbligazioni quando sono già sul mercato, quindi non può essere usato per valutare obbligazioni al momento dell’emissione.

L’aspetto interessante del sistema di Bloomberg è però che è un sistema totalmente automatico, dove il rating viene calcolato tramite un algoritmo sulla base di dati quantitativi, in modo totalmente trasparente, dato che Bloomberg rende noto i criteri sulla base dei quali il rating viene deterimnato. Viene quindi messa da parte la “soggettività” delle agenzie di rating, che spesso si è trasformata in arbitrarietà, e soprattutto si ha una decisamente maggiore trasparenza — che la crisi ha insegnato essere una delle maggiori esigenze del mercato.

E’ chiaro che un sistema puramente quantitativo ha comunque dei limiti: ma potrebbero essere minori di quelli di un sistema come quello attuale che presenta una elevata alea di arbitrarietà e offre una scarsa trasparenza. Non che le valutazioni soggettive debbano sparire: ma forse non sarebbe insensato che il rating utilizzato come riferimento in normative e regolamenti fosse quello oggettivo, e quello soggettivo avesse il ruolo di “ulteriore supporto” all’investitore, e non viceversa come ora accade.

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ISC obbligatorio dal 26 maggio per i conti correnti: ING Direct lo comunica già oggi

Dal prossimo 26 maggio sarà obbligatorio per tutte le banche determinare (e comunicare al pubblico) l’Indicatore Sintetico di Costo (ISC) per i Conti Correnti. Si tratta di una misura introdotta dalla nuova normativa della Banca d’Italia, orientata a migliorare la trasparenza delle spese dei conti, che spesso (come abbiamo già più volte sottolineato in passato) erano disomogene e pertanto diventava difficile confrontare i costi dei conti correnti.

In anticipo rispetto alla scadenza prevista per legge, ING Direct ha già reso noto l’ISC di Conto Corrente Arancio (che, lanciato poco meno di un anno fa, conta oggi oltre 70.000 clienti), pari a zero per tutti i sei profili di utilizzo previsti da Banca d’Italia.

Profili previsti da Banca d’Italia ISC di ING DIRECT
1. Giovani € 0
2. Famiglie con operatività bassa € 0
3. Famiglie con operatività media € 0
4. Famiglie con operatività elevata € 0
5. Pensionati con operatività bassa € 0
6. Pensionati con operatività media € 0

L’ISC per i conti correnti è un importante passo in avanti per la trasparenza verso i risparmiatori, un tema cui ING DIRECT è attenta da sempre – afferma Bernd Geilen, General Manager di ING DIRECT Italia Questo indicatore consentirà il confronto omogeneo tra conti e faciliterà il risparmiatore nell’individuazione della migliore offerta sul mercato, stimolando la concorrenza e la mobilità dei risparmiatori. Grazie al nostro modello di business low cost, siamo in grado di essere molto competitivi anche sul fronte dei conti correnti e offrire condizioni vantaggiose e attraenti per i clienti, che possono avere un conto corrente completo di tutte le funzionalità a ISC completamente zero”.

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Assicurazione vita: ecco come funziona

Un tema di interesse per molti riguarda le assicurazioni sulla vita, che oltre alla assicurazione nel senso noto ai più, possono costituire una forma di investimento. Esistono tre tipi di assicurazione sulla vita: l’assicurazione per il caso morte, in cui la compagnia paga alla morte dell’assicurato, l’assicurazione per il caso vita, ovvero una forma di risparmio, e poi assicurazioni di tipo misto, che uniscono le caratteristiche delle prime due. Il primo tipo, l’assicurazione per il caso morte, è quello più classico e uno dei più diffusi. In questo caso l’assicurazione, in seguito al versamento di un premio annuale, paga al beneficiario un capitale in caso di morte dell’assicurato. Nell’assicurazione vita temporanea la copertura vale solo per un periodo stabilito, dunque le compagnie di assicurazioni liquidano solo se la morte dell’assicurato avviene durante quel periodo. Normalmente vengono stipulate con un premio annuo costante e l’ammontare del premio viene calcolato in base a parametri come sesso, età, professione e stato di salute. Con l’assicurazione per il caso vita invece la compagnia assicuratrice paga un capitale (o una rendita) in caso di sopravvivenza dell’assicurato al momento stabilito nel contratto. Si tratta quindi di forme di risparmio, polizze di assicurazioni di capitalizzazione o pensioni integrative, utili per chi vuole investire un capitale. In alcuni casi viene versato un premio unico e la compagnia si impegna a garantire una rendita all’assicurato fino alla morte (assicurazione vita di rendita immediata). Si consiglia comunque di chiedere sempre all’impresa assicuratrice un elenco delle spese, in modo da conoscere l’esatta somma che verrà effettivamente investita. Le assicurazioni sulla vita di tipo misto sono una sintesi delle prime due. All’assicurato viene garantito il capitale o la rendita sia in caso di morte sia in caso di sopravvivenza. Questo tipo di assicurazioni convengono solo in alcuni determinati casi e sono considerate meno flessibili rispetto alle prime due. Si consiglia quindi di tenere separate assicurazioni vita e investimenti di capitali. Trattandosi comunque di prodotti molto complessi e delicati, la cui convenienza varia da caso a caso e da compagnia a compagnia, consigliamo di rivolgersi direttamente a un agente assicurativo per valutare l’effettiva convenienza di un’assicurazione di questo tipo. Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

Spendere meno? Spendere meglio.

La questione della spesa pubblica è sempre più al centro dell’attenzione: non solo in Italia ma in tutta Europa. Per quel che riguarda il nostro Paese, però, ci sentiamo di dire che la questione non è tanto spendere meno, quanto spendere meglio.

I limiti della crescita italiana sono stati più volte evidenziati, ed in questo senso una spesa pubblica ben indirizzata potrebbe essere importante per innescare meccanismi di crescita che sono stati finora carenti. Chiaramente, questo ha come effetto collaterale la necessità di ridurre le tutele allo status quo.

Anche l’aspetto degli stipendi dei dirigenti pubblici può essere interessante se affrontato nel modo corretto: se si traduce in un mero taglio degli stipendi, c’è il rischio concreto che si realizzi solo uno spot pubblicitario. Ma se invece la questione fosse di rivedere il sistema di incentivi (e, magari, fare una review delle effettive competenze dei dirigenti — ma questo è forse chiedere troppo), potrebbe essere diverso. Infatti, l’organizzazione efficiente delle risorse pubbliche dipende dai dirigenti: è vero quanto lamenta più di qualche dipendente pubblico, che sostiene che la bassa produttività di molti impiegati non dipenda tanto dai “fannulloni” ma da una gestione che impedisce di produrre risultati. L’effetto collaterale, in questo caso, è un ampliamento della discrezionalità dei dirigenti, in chiave di de-burocratizzazione e flessibilità organizzativa. “Effetto collaterale” perché, nonostante tutti siano contro la burocrazia, tutti poi pretendono criteri “totalmente oggettivi” di valutazione (delle idoneità, dei risultati, ecc.), che non è altro che una rigida burocratizzazione di ogni tipo di procedura.

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L’unico vero pericolo per l’Euro è il panico

Le difficoltà che stanno attraversando i conti pubblici di molti paesi europei (Grecia tra tutti) stanno aprendo discussioni sul fatto che sia a rischio, o meno, la sopravvivenza dell’Euro come moneta unica.

Come nota a margine, va notato che tanti si preoccupano della svalutazione dell’Euro, quando fino a neppure tante settimane fa erano in molti a lamentarsi della sua eccessiva “forza”.

Ad ogni modo una debolezza dell’Euro in questo momento è naturale, e di per sé non deve destare preoccupazione. Certamente, sta però venendo al pettine il nodo della guida politica (almeno per quanto riguarda la politica economica) dell’area Euro, dato che sono più che mai necessari interventi congiunti e coordinati. Dal nostro punto di vista, siamo fiduciosi che però sarà fatto una buona parte di quanto è necessario (“tutto” è sempre un’utopia), per il semplice motivo che tutti i paesi europei hanno molto più da perdere che da guadagnare da una dissoluzione dell’Euro. A partire dalla Germania, che ha un peso sull’economia mondiale in quanto motore dell’Eurozona, peso che difficilmente avrebbe da sola.

L’unico rischio è il panico: non tanto da parte dei mercati e degli investitori, quanto dei governi dei singoli Stati. Infatti, qualora questi cedessero alla paura e scegliessero una strategia del “si salvi chi può”  allora i rischi sarebbero concreti. A nostro parere, però, gli allarmi che vengono da più parti (ed in particolare dal governo tedesco) non significano che si sia già all'”ognuno per sé”, quanto piuttosto ci sembrano uno sprone all’identificazione di meccanismi di azione coordinata, che certamente diventano sempre più urgenti.

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Neutralizzare gli effetti della speculazione, oppure nascondere la polvere sotto il tappeto?

La Banca d’Italia ha adottato un provvedimento (analogo a quello degli altri paesi europei) che modifica il trattamento prudenziale dei titoli di debito dei Paesi dell’Unione Europea ai fini del calcolo del patrimonio di vigilanza delle banche e dei gruppi bancari italiani, così da non si tenere conto nè delle plusvalenze nè delle minusvalenze derivanti da andamenti di mercato. L’obiettivo è quello di non fare pesare sui bilanci delle banche gli effetti di valutazioni negative sulla capacità (o meglio, della riduzione della capacità) di rimboroso del debito da parte degli Stati Europei.

Un provvedimento che è corretto se si ipotizza che gli Stati Europei (Grecia in primis) siano perfettamente sani, e siano solo vittimi di una temporanea speculazione. Ma se così non fosse, si rischiano di creare le condizioni per semplicemente nascondere il problema, finché non sarà troppo tardi.

A noi però lascia sempre un po’ perplessi la soluzione di cambiare metodi di valutazione come soluzione “anti-crisi”, perché suona un po’ come modificare il termometro per curare uno che ha la febbre. Non che a volte possa essere un’idea utile — l’effetto “psicologico” può essere importante — ma è una strada che espone a rischi.

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L’inevitabile inasprmento fiscale nel mondo potrebbe avere conseguenze a lungo termine sulla domanda

“Rubiamo” un altro grafico, dal blog di Paul Kedrosky Infectious Greed che mostra gli aggiustamenti fiscali che saranno necessari nei prossimi anni in diversi Paesi, per stabilizzare il debito pubblico (come percentuale del PIL), e la contrazione che ciò comporta nella spesa interna, tra il 2010 e il 2030. Come si vede, in diversi Paesi — in testa USA e Giappone sono destinati ad aggiustamenti importanti: un fatto che potrebbe andare a impattare sullo sviluppo degli scenari economici (ricordiamoci il peso dei consumatori americani sulla domanda globale) così come sugli equilibri economici.

Si notano anche quelle che potrebbero le ragioni delle “preoccupazioni” sui conti pubblici di paesi quali la Francia e il Regno Unito, di cui avevamo accennato ieri.

via Infectious Greed
via Infectious Greed

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Ma gli USA stanno meglio?

Le difficoltà dei paesi Europei ha spinto molti investitori a puntare sul dollaro, percepito come moneta più sicura. Ma è proprio così?

In realtà gli autori dell’ottimo blog Zero Hedge hanno proposto una sintesi delle “condizioni” dei paesi europei e degli USA, che evidenzia come — se la stabilità delgi USA non è considerata un presupposto ma un qualcosa da dimostrare — la situazione oltreoceano non è del tutto rosea, e molto presto anche gli Stati Uniti dovranno introdurre un loro piano di austerità.

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I problemi dei conti pubblici in Europa riguardano solo Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna e Italia? Forse no.

Sembra ci siano alcune voci che girerebbero a Wall Street (che però non si sa se abbiano un fondamento, e tantomeno una giustificazione), che vorrebbero che i dubbi sulla solidità dei conti pubblici si estendano oltre i confini dei “PIIG”, e ci sarebbero voci che ipotizzano una prossima  riduzione del rating della Francia, le cui finanze sarebbero meno solide di quanto ritenuto finora, indebolite anche a causa delle ultime evoluzioni della crisi.

La situazione è particolarmente complicata perché i dubbi sulla capacità della Grecia di ripagare il debito (così come di altri paesi che si trovassero in situazioni simili in futuro) non è solo economica, ma anche politica. Le proteste di piazza in Grecia mostrano chiaramente che c’è una pressione sociale considerevole perché il debito (così come il prestito straordinario) non venga ripagato, almeno non alle condizioni concordate.

Questa situazione genera chiaramente preoccupazione nei grandi investitori (soprattutto extra-europei) che vedono i debiti europei “a rischio”, forse anche più di quello che realmente sono: un atteggiamento che potrebbe però alla fine penalizzare non poco le finanze di tutta l’area, perché rischia di aumentare il costo della raccolta di capitali per i Paesi europei, complicando così la strada per la ripresa.

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Speculazione e fondi pensione

In queste settimane, si parla molto di trovare strumenti per frenare la speculazione. Un obiettivo certamente meritevole (a patto di ricordarsi che la speculazione tende a gonfiare i prezzi più che a spingerli verso il basso). In particolare il principale problema è dato dai fondi che maneggiano enormi quantità di capitali, che solo per la loro dimensione sono in grado di distorcere il mercato.

Ma l’aspetto in parte trascurato è che tra i soggetti che gestiscono maggiori capitali ci sono i fondi pensione americani, che gestiscono molti miliardi di dollari. Cercando di farli fruttare il più possibile. Ecco quindi che la lotta alla speculazione potrebbe diventare più difficile del previsto, perché avrebbe effetti collaterali sulle performance di questi fondi e quindi sul futoro reddito dei pensionati americani (e non solo, forse).

Insomma, la questione è che la finanza come l’abbiamo finora conosciuta somiglia  sempre più una sorta di coperta corta, che non permette di coprire tutto quello che si vorrebbe.

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Venerdì nero? Forse il recupero delle borse era troppo veloce

I pessimi risultati delle borse di venerdì hanno preoccupato molti: si tratta di un segnale che l’economia è destinata a “sprofondare” di nuovo?

In realtà, probabilmente la questione è leggermente diversa. Infatti, non si può guardare ai risultati di venerdì  senza  quelli dei giorni precedenti. E così, oltre al -5,17% del FTSE MIB di venerdì, senza guardare anche al +11,28% di lunedì (che non è stato “riassorbito” nei giorni successivi se non in minima parte). A nostro parere il recupero di lunedì è stato eccessivo, guidato dall’ottimismo più che dai fatti: e dopo un paio di giorni in molti hanno deciso di monetizzare quel guadagno (è utile notare che siamo comunque sopra i minimi della settimana precedente). Infatti, i valori di borsa ci sembrano ancora decisamente alti, in relazione alle prospettive di utili “sani e sostenibili” che sarebbero ragionevoli. Abbiamo spesso ripetuto che la ripresa delle quotazioni ci sembrava più figlia una ripresa delle “worst practices” in materia finanziaria, più che di un risanamento dell’economia.

Per estrema semplicità di comprensione, è utile guardare le cose “lato consumatore” (che però è quello che alla fine genera direttamente o indirettamente la domanda, e quindi gli utili delle imprese) è solo fino ad un certo punto banale  dire che l’impressione diffusa è che ora come ora molte cose sembrino molto costose, rispetto al reddito. E gli immobili sono l’esempio più facile (il che vuol dire che forse tutto l’indotto del settore — compresi i servizi finanziari — non può continuare ad avere una crescita analoga a quella avtua finora).

Quindi una correzione dei valori, anche importante come quella di venerdì, non è di per sé “drammatica”, e non deve gettare nel panico. Certamente, deve rimanere la consapevolezza che il periodo di difficoltà economiche non è un capitolo chiuso, e soprattutto, che non è pensabile che “tutto torni come prima”.

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I pessimi risultati delle borse di venerdì hanno preoccupato molti: si tratta di un segnale che l’economia è

destinata a “sprofondare” di nuovo?
In realtà, probabilmente la questione è leggermente diversa. Infatti, non si può guardare ai risultati di

venerdì  senza  quelli dei giorni precedenti. E così, oltre al -5,17% del FTSE MIB di venerdì, senza guardare

anche al +11,28% di lunedì (che non è stato “riassorbito” nei giorni successivi se non in minima parte). A

nostro parere il recupero di lunedì è stato eccessivo, guidato dall’ottimismo più che dai fatti: e dopo un paio

di giorni in molti hanno deciso di monetizzare quel guadagno (è utile notare che siamo comunque sopra i minimi

della settimana precedente). Infatti, i valori di borsa ci sembrano ancora decisamente alti, in relazione alle

prospettive di utili “sani e sostenibili” che sarebbero ragionevoli. Abbiamo spesso ripetuto che la ripresa

delle quotazioni ci sembrava più figlia una ripresa delle “worst practices” in materia finanziaria, più che di

un risanamento dell’economia.

Per estrema semplicità di comprensione, è utile guardare le cose “lato consumatore” (che però è quello che alla

fine genera direttamente o indirettamente la domanda, e quindi gli utili delle imprese) è solo fino ad un certo

punto banale  dire che l’impressione diffusa è che ora come ora molte cose sembrino molto costose, rispetto al

reddito. E gli immobili sono l’esempio più facile (il che vuol dire che forse tutto l’indotto del settore —

compresi i servizi finanziari — non può continuare ad avere una crescita analoga a quella avtua finora).

Quindi una correzione dei valori, anche importante come quella di venerdì, non è di per sé “drammatica”, e non

deve gettare nel panico. Certamente, deve rimanere la consapevolezza che il periodo di difficoltà economiche

non è un capitolo chiuso.

Grafico: disoccupazione Italia vs UE

Vediamo qualche grafico relativo al livello di disoccupazione in Italia, confrontato con i paesi dell’Area Euro e della UE, per gli anni 2008-2011.

Come si nota, il valore per l’Italia è minore rispetto a quello della media sia della UE che dell’Eurozona: come sottolineavano dei commenti ad alcuni precedenti post, questo è un dato positivo fino ad un certo punto perché il confronto comprende Paesi che hanno sofferto in maniera estremamente pesante la crisi economica.

Ciononostante, crediamo il confronto sia interessante in quanto aiuta comunque a capire meglio “dov’è” l’Italia rispetto agli altri paesi europei.

Disoccupazione paesi UE - 2008
Disoccupazione paesi UE - 2008
Disoccupazione paesi UE - 2009
Disoccupazione paesi UE - 2009
Disoccupazione paesi UE - 2010
Disoccupazione paesi UE - 2010
Disoccupazione paesi UE - 2011
Disoccupazione paesi UE - 2011

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