Togliere la privacy per proteggere la privacy? Meglio di no…

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L’ottimo Andrea Monti fa un’osservazione decisamente interessante sul caso Google-Vividown, di cui abbiamo più volte parlato, nel quale i dirigenti di Google sono stati condannati per non avere protetto la privacy del ragazzo disabile il cui video, mentre veniva picchiato dai compagni, è stato caricato su YouTube. Vale la pena ricordare che i ragazzi che hanno picchiato il compagno e caricato il video hanno avuto punizioni puramente simboliche. I dirigenti di Google invece sono stati condannati perché, in pratica, non hanno esercitato un controllo preventivo sui contenuti caricati dai ragazzi, permettendo così una violazione della privacy del ragazzo.

Il punto, semplice quanto cruciale, sta nel fatto che un controllo preventivo è possibile solo filtrando ed esaminando tutti i contenuti che vengono inseriti: se il principio proposto dai giudici si dovesse applicare in maniera generale — come è logico supporre ritengano — allora in pratica si parla di filtrare ed esaminare tutto il traffico Internet di ogni singolo utente. Che sarebbe una violazione della privacy enorme, a livelli finora immaginati in libri di fantascienza che rappresentavano futuri distopici. Insomma stiamo parlando di introdurre un Grande Fratello globale per proteggere la privacy: un’ulteriore dimostrazione dell’illogicità della sentenza.

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