L’evoluzione dei termini per l’approvazione di un mutuo

Dopo avere visto i grafici relativi ai criteri applicati dalle banche per il credito alle imprese, è interessante vedere quella che è stata l’evoluzione dei termini e condizioni praticati dalle banche per l’approvazione di prestiti a favore delle famiglie per l’acquisto di abitazioni. Anche in questo caso, il valore rappresentato è la differenza tra la percentuale delle risposte  che indicano un “irrigidimento dei criteri” e la percentuale di quelle che indicano un “allentamento dei criteri”.

Si nota come, dopo un periodo di generale rilassamento delle condizioni, si abbia avuto un irrigidimento su molti fronti (ed in particolare sul rapporto tra valore del presito e delle garanzie) a partire dal secondo trimestre 2008.

Termini e condizioni praticati dalle bancheper l’approvazione di prestiti a favore delle famiglie per l'acquisto di abitazioni (2003-2010)
Termini e condizioni praticati dalle bancheper l’approvazione di prestiti a favore delle famiglie per l'acquisto di abitazioni (2003-2010)
Termini e condizioni praticati dalle bancheper l’approvazione di prestiti a favore delle famiglie per l'acquisto di abitazioni (2008-2010)
Termini e condizioni praticati dalle bancheper l’approvazione di prestiti a favore delle famiglie per l'acquisto di abitazioni (2008-2010)

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Perché gli editori dovrebbero sopravvivere nell’epoca di internet?

Con l’introduzione delle nuove norme sull’equo compenso (ed i primi rincari su molti prodotti “colpevoli” di poter memorizzare dati di ogni tipo, e quindi anche “copie pirata”) torna viva la questione sul diritto d’autore e sui diritti degli utenti.

Innanzi tutto, è bene fare una precisazione importante: il diritto d’autore non c’entra proprio niente — quello che è in ballo è il diritto di copia e di edizione (non a caso, in inglese si parla di copyright). La distinzione può sembrare sottile, ma non è banale (anche dal punto di vista legale), e  viene il sospetto che la confusione tra i diversi concetti sia  almeno in parte guidata allo scopo di riscuotere maggiore simpatia presso il “pubblico”.

Infatti, è intuitivo che gli autori debbano essere adeguatamente remunerati, ma gli editori? Come per qualunque intermediario, si può dire che se offrono un qualche valore aggiunto, allora la loro esistenza ha un significato, altrimenti abbiamo di fronte una inefficienza del sistema, un passaggio inutile che erode semplicemente risorse. Dunque la domanda diventa: qual’è la “proposta di valore” degli editori? Possiamo ipotizzarne alcuni:

  1. selezione degli artisti ed investimento su quelli più “meritevoli”
  2. capacità di promuovere a livello di marketing l’artista e/o il “prodotto”
  3. capacità di “recapitare” il prodotto musicale all’utente, rendendogli fisicamente disponibile il cd.

Si tratta però di proposte “valide”? In realtà, no. La capacità di produrre e rendere disponibile il supporto fisico è sostanzialmente irrilevante in un mondo in cui la musica è digitalizzata. Il marketing è un tema importante, ma può essere autoreferenziale: è vero che permette di vendere di più, ma non è detto che migliori la qualità del “prodotto” (che non dovrebbe essere un aspetto secondario, dal punto di vista dell’interesse della collettività), e soprattutto perché il marketing è inteso come comunicazione e promozione — ed è difficile riconoscere che un prodotto valga di più perché è stato promosso di più.

La selezione e l’investimento potrebbe essere invece un aspetto che aggiunge valore: solo che la maggior parte degli editori ha tagliato proprio questi elementi. Ci spiegavano conoscenti che sono nel settore della musica “emergente” che un gruppo, od un artista, deve provvedere a realizzare in autonomia la registrazione ed il mixaggio, e solo in questo caso la casa discografica prende in considerazione la distribuzione.

Il risultato è quindi che gli editori sono (sempre più) solamente distributori, un ruolo sostanzialmente inutile dato che può essere svolto con molta maggiore efficacia da internet. E quindi non si capisce perché debbano essere tutelati: una dimostrazione “definitiva” che la questione non può essere tanto la necesstià semplicemnete di tutelare gli editori, quanto che questi devono rinnovarsi ed innovarsi, per soddsfare le esigenze e le richieste del mercato, che sono sostanzialmente diversa da anche solo quindici anni fa.

Un’ultima annotazione: abbiamo parlato di editori di musica, ma lo stesso discorso è applicabile anche a contesti diversi come può essere il cinema, ma anche l’informazione, con i giornali che attraversano una crisi simile.

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I criteri applicati dalle banche per il credito alle imprese

Ci sembra interessante vedere il grafico (due, volendo essere più precisi: uno relativo al periodo gennaio 2003-aprile 2010, ed uno relativo al periodo 2008-2010) della variazione dell’importanza relativa dei fattori per i criteri applicati nell’approvazione di prestiti e l’apertura di linee di credito a favore delle imprese da parte delle banche.

Per comprendere meglio il grafico, è utile specificare che il valore rappresentato è calcolato dalla differenza nella rilevazione della Banca d’Italia tra la percentuale delle risposte  che indicano una variazione di un dato segno (ad esempio, un “irrigidimento dei criteri” o un “incremento della domanda”) e la percentuale di quelle che indicano una variazione di segno opposto (un “allentamento dei criteri” o una “diminuzione della domanda”). Il rane di variazione dell’indice è compreso tra -100 e 100.

Si nota come negli ultimi trimestri sia intervenuta una stabilizzazione dei criteri di valutazione del credito, dopo un periodo di irrigidimento dei criteri, soprattutto legati ad una percezione di maggiore rischio.

Variazione dei criteri utilizzati nell'erogazione dei prestiti 2003-2010
Variazione dei criteri utilizzati nell'erogazione dei prestiti 2003-2010
Variazione dei criteri utilizzati nell'erogazione dei prestiti 2008-2010
Variazione dei criteri utilizzati nell'erogazione dei prestiti 2008-2010

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Default della Grecia, o del governo greco?

Torniamo su un aspetto della crisi finanziaria greca che a nostro parere non è stato adeguatamente colto. Il punto è che l’Euro “cambia le regole del gioco”, e quindi il confronto con passati default di stati sovrani non è così automatico.

Infatti, la questione è che l’Euro è una moneta internazionale e non “greca”: quindi in quest’ottica lo scenario è analogo a quello di una grossa società privata che emettesse obbligazioni in Euro, e si trovasse a dover ristrutturare il debito. Tanto per capirsi con dei numeri: il debito pubblico greco è (spannometricamente) il 115% del PIL, che è pari a circa 340 miliardi di Euro. Stiamo dunque parlando di debiti per circa 390 miliardi. Una somma enorme? Neppure tanto: per confronto, la raccolta del Gruppo Unicredit (cioè i debiti verso il mercato e verso i clienti: principalmente obbligazioni emesse ed i depositi dei clienti) è pari a circa 590 miliardi. Eppure, se fallisse Unicredit, nessuno parlerebbe di pericolo di collasso della moneta unica (per la cronaca, visto che capita sempre qualcuno fraintenda: abbiamo preso ad esempio Unicredit perché è un soggetto noto, e non perché sia a rischio fallimento…). Certo, si parla di due scenari che presentano differenze, anche importanti, ma confrontarle non è del tutto assurdo.

Ben diversa la situazione di uno Stato che avesse una propria moneta, che potrebbe anche evitare il default, ma a prezzo di svalutare la propria moneta, con conseguenze pesanti su tutta l’economia (come abbiamo già accennato, aumento dei costi delle importazioni e del costo del debito all’estero).

A nostro parere, a livello di sistema economico presenta più rischi l’Ungheria, che ha difficoltà a contenere il deficit (l’obiettivo di deficit concordato con il Fondo Monetario Internazionale non sarà rispettato) e la pressione che si creerà sul fiorino potrebbe mettere in seria difficoltà l’economia.

Tanto per capirsi, la nostra opinione è che quanti ora lamentano il fatto che l’adesione della Grecia all’Euro rende più probabile il default, dimenticano che senza l’Euro l’economia reale greca sarebbe probabilmente ora in ginocchio.

Chiaramente la “partita” non è tanto e soltanto sul default greco, ma sulle capacità di gestione e coordinamento a livello di Unione Europea e di Paesi dell’area Euro: se queste si dimostreranno valide, i rischi di “contagio” e le difficoltà per l’euro saranno minime. In caso contrario, lo scenario potrebbe essere anche molto complicato.

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Valutare le agenzie di rating?

Gli effetti della riduzione del rating dei Titoli di Stato greci, classificati come “junk” da Standard&Poor, porta ancora una volta all’attenzione il potere che queste agenzie hanno, per il peso che gli investitori danno a queste “opinioni qualificate”.

E’ emerso più volte però come le agenzie di rating abbiano “manipolato” i rating, allo scopo di soddisfare i clienti che emettevano “titoli tossici” e non perdere contratti. E così molti investitori si sono lasciati ingannare, e hanno acquistato titoli spazzatura come se fossero titoli della massima affidabilità.

A nostro parere — ma ci uniamo ad un crescente insieme di voci ben più autorevoli — sarebbe il caso di iniziare a pensare seriamente ad introdurre un meccanismo di rating delle agenzie di rating, per prevenire o quantomeno limitare i potenziali abusi che il sistema, così come è ora, permette. Ad esempio il sistema potrebbe essere basato sulla verifica a posteriori delle valutazioni fatte. Una cosa che peraltro verrebbe incontro alle agenzie di rating, dato che poiché le loro valutazioni sono prese come riferimento dalla maggior parte degli investitori, si creano delle aspettative autorealizzanti (per capirci, se io prevedo che la società x fallirà, e tutti credono alla mia previsione, allora eviteranno di evitare transazioni che la coinvolgono, e x alla fine effettivamente fallirà, a prescindere dal fatto che inizialmente fosse “sana” o meno).

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La Grecia eviterà il default?

La crisi della Grecia è sempre all’ordine del giorno, con i dubbi sull’effettiva erogazione dei 45 miliardi di Euro di aiuti da UE e Fondo Monetario Internazionale, anche sulla base delle “resistenze” della Germania.  Vi sono diverse questioni in ballo, a partire dal fatto che 45 miliardi di Euro non risolverebbero comunque i problemi della Grecia (alcuni analisti evidenziano come tale somma possa al più concedere un anno di “respiro” – già si parla di necessità intorno ai 270 miliardi in tre anni).

Dal punto di vista “locale”, della politica economica della Grecia, il punto è che le politiche di tagli, necessarie per arginare i defici, inevitabilmente vanno ad impattare sulla crescita. Inoltre, le proteste della popolazione indicano chiaramente che non si tratta di azioni condivise, che quindi partono già con un grosso rischio di scarsa efficacia.

Dal punto di vista sistemico, la questione è se ci si possa permettere di aiutare la Grecia, soprattutto tenuto conto che i 45 miliardi non saranno sufficienti: non mancano gli analisti che fanno un parallelo con il salvataggio della CreditAnstalt nel 1931, che è costato il fallimento di diverse banche coinvolte. Fatto un parallelo con la situazione attuale, c’è chi teme che gli aiuti alla Grecia tolgano risorse ai “soccorritori”, che potrebbero trovarsi in difficoltà: è il timore del “contagio”, che adesso più di qualcuno inizia a considerare possibile.

Il default della Grecia — la ristrutturazione del debito — è un’ipotesi che molti analisti iniziano a considerare probabile, soprattutto perché la moneta unica non riduce la possibilità di un default ma anzi la aumenta, dato che non è possibile “manipolare” i cambi per diminuire il costo del debito.

Un aspetto che a nostro parere è stato sottovalutato è il fatto che l’andamento delle finanze dello Stato e l’andamento dell’economia, in un contesto di moneta unica, non sono necessariamente identici. Non è una contraddizione ipotizzare che se da un lato l’appartenenza all’Euro aumenta le probabilità di un default della Grecia, dall’altro può limitare i danni che questo potrebbe avere sul sistema economico della nazione, perché riduce le pressioni monetarie. Ricordiamo che in un caso come la crisi dell’Argentina, a rendere drammatica la crisi non fu tanto e soltanto il default, quanto il crollo della moneta, con i prezzi dei beni di importazione che schizzarono alle stelle, così come i costi dei debiti contratti oltre frontiera.

Certamente, queste settimane sono probabilmente le più importanti dell’Euro nella sua storia. Purtroppo, nel corso della crisi sono state più volte rese evidenti le carenze del coordinamento a livello di Unione Europea, che raramente ha saputo mostrare capacità decisionali rapide ed efficaci.

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FinecoBank all’XI edizione dell’Investment & Trading Forum

In occasione dell’Investment Trading Forum, cui sarà presente, Finecobank sarà present FinecoBank annuncerà importanti novità riguardanti i servizi di trading e la sua piattaforma Powerdesk2. L’Investment Trading Forum è la manifestazione dedicata al trading online e agli investimenti — il più importante evento italiano del mondo della finanza —  e si terrà a Rimini il 13 e il 14 maggio.

Tra le novità che annuncerà Fineco:

  • Trading sul Forex: sarà presentata in anteprima l’operatività intraday con leva fino a 100 volte sui principali cambi valutari. Inoltre i clienti avranno a disposizione anche sul Forex stop loss automatici fissi e dinamici;
  • Nuovi servizi evoluti all’interno di Powerdesk2: il “basket order” che permetterà ai clienti di salvare i propri ordini all’interno di un cruscotto dedicato e inviarli al mercato successivamente tutti insieme o singolarmente.
  • Piattaforma web-based: i grafici si  arricchiranno con nuove serie storiche fino a 20 anni e saranno disponibili anche per il mercato obbligazionario, sarà rivista la sezione Mercati con le quotazioni e i grafici di tutti gli indici mondiali e verranno presentati nuovi servizi Sms dedicati a trader e investitori

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Il punto sul mercato immobiliare in Italia

Banca Monte dei Paschi di Siena ha condotto una ricerca sull’andamento del mercato immobiliare italiano. Quello che emerge è uno scenario di stabilizzazione, dopo il rallentamento dal 2007 al 2009. Nel 2009, le compravendite sono calate di circa l’11%, mentre i prezzi hanno registrato in media un calo del 4%. Nel 2010, le attese sono per compravendite in aumento (circa +2%) e prezzi sostanzialmente stabili.

E’ interessante notare come gli immobili abbiano confermato il loro ruolo di “bene rifugio”, con una netta crescita, nel periodo 2007-2009, delle intenzioni di acquisto delle seconde case e di acquisti a scopo di investimento : un fatto curioso, dato che la crisi finanziaria è nata (anche) a causa di una “bolla immobiliare”, anche se questa non ha riguardato (almeno in modo significativo) l’Italia. Questo fatto potrebbe trova conferma anche dall’incremento della presenza di investitori stranieri, in particolare nelle città d’arte e nelle località turistiche, che forse vedono il mercato immobiliare italiano come “sano”.

Dando uno sguardo all’andamento nelle varie aree geografiche, il Nord è l’area dove si registrano più transazioni (15 compravendite ogni 1.000 abitanti, contro una media nazionale di 12,9), ma è il Sud che ha registrato gli incrementi maggiori nei prezzi (+28,8% contro il +20,2% della media italiana).

Per quanto riguarda il mercato dei mutui, l’Italia mostra un rapporto mutui/PIL decisamente più basso che nel resto d’Europa (circa 20 punti percentuali in meno). A nostro parere però non è così facile determinare se sia il mercato italiano “arretrato” oppure se sia il resto d’Europa a essere vittima di una condizione di eccessi.

Le analisi di MPS mostrano come vi sia stata una “corsa al tasso variabile” (le cui richieste sono passate dal 18% del 2008 al 48% nel 2009), motivata dal calo dei relativi tassi che a dicembre 2009 hanno toccato il 2,2% (contro il 4,9% di dicembre 2008), mentre il tasso fisso nello stesso periodo era al 4,9% (contro il 5,2% dell’anno precedente).
Abbiamo spesso evidenziato che il tasso variabile comporta dei rischi: la preoccupazione è che non siano pochi ad avere trascurato che il tasso tornerà ad alzarsi, con le difficoltà potenziali che ne conseguono. In questo senso, è importante evidenziare che l’Ufficio Studi MPS prevede per il 2010 un rialzo di 0,90 p.p. del tasso di interesse variabile, e di 0,10 per il tasso fisso.

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ABI: no ad una legge che fissi i costi dello scoperto

L’ABI ha emesso un comunicato per rispondere alle critiche dell’Antitrust sul ben noto tema delle commissioni di massimo scoperto, e mettendo le mani avanti rispetto ad una ipotetica fissazione normativa della struttura dei costi. In pratica l’Associazione Bancaria Italiana evidenzia due punti:

  • lo scoperto è comunque un “favore” che la banca fa al cliente, dato che gli evita l’impagato
  • l’ampia varietà di proposte è una risposta del mercato ad esigenze eterogenee (e non, sostanzialmente, un’azione di confusopolio)

Da un certo punto di vista, le osservazioni non sono del tutto scorrette: da un lato è vero che in alcuni casi c’è un po’ di superficialità da parte dei clienti nell’utilizzo dello scoperto, così come i possibili utilizzi dello stesso (a partire dalle motivazioni) sono effettivamente molto vari.

Di contro, l’esigenza di trasparenza è imprescindibile, e dovrebbe essere prioritaria anche rispetto alla customizzazione, dato che alle osservazioni di ABI si può controbattere con altre due osservazioni:

  • la complessità delle condizioni fa sì che il cliente abbia meno chiaro il comportamento che dovrebbe tenere, indirizzandolo verso quelle superficialità di cui abbiamo accennato
  • raramente le esigenze sono note al momento dell’apertura del conto, dato che non è frequente che un conto bancario venga aperto con l’idea di andare in rosso. Quindi personalizzare fortemente le offerte non ha senso, dato che poiché il cliente non è cosciente delle sue esigenze, non ha elementi per effettuare una valutazione significativa della proposta.

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Perché il prezzo settimanale della benzina dovrebbe convenire?

Petrolieri e gestori hanno siglato un’intesa al Ministero dello Sviluppo Economico, che dovrebbe favorire una riduzione dei costi dei carburanti. Sfugge però per quale motivo la variazione settimanale dei prezzi dovrebbe essere vantaggiosa e comportare un risparmio per i consumatori. Applicando qualche concetto assolutamente base di economia, è intuitivo che le compagnie dovrebbero, in questo contesto, fissare un prezzo settimanale tale da incorporare le variazioni di prezzo attese, maggiorato del rischio relativo al verificarsi di variazioni inattese. Ed è bene sottolineare che questo comportamento non presuppone nessun tipo di speculazione, ma è il comportamento “sano” che le compagnie dovrebbero avere con queste regole.

I problemi dei prezzi dei carburanti in Italia sono differenti: puntare il dito su un presunto mancato allineamento del prezzo dei carburanti al prezzo del petrolio è errato, soprattutto perché non corrisponde alla realtà dei fatti, come abbiamo avuto più volte modo di evidenziare. Ma essendo un’argomentazione cui molti sono sensibili, non è mancato chi ha dato corda, portando a questa sitauzione.

Oltre alla tassazione, il principale fattore che incide sul prezzo dei carburanti è la rete distributiva, che è caratterizzata da un numero eccessivo di impianti, che avendo un fatturato minore devono applicare ricarichi più elevati. Tanto per fare un confronto, in Italia sono presenti circa 24.000 impianti, contro i poco più di 9.000 del Regno Unito (assimilabile all’Italia come numero di abitanti, più che la Germania, che di abitanti ne ha invece circa 80 milioni).

Va anche evidenziato come i consumatori, per quanto pronti a lamentarsi, facciano poco per stimolare la concorrenza tra le varie compagnie e i vari distributori, prestando spesso poca attenzione a rifornirsi dove i prezzi sono più bassi. Capita spesso, soprattutto in alcune parti d’Italia, che vi siano due distributori concorrenti anche molto vicini, che praticano prezzi diversi fra loro. Secondo il buon senso, ci si dovrebbe aspettare che il distributore che pratica i prezzi più alti sia disertato a favore di quello che ha i prezzi più bassi, ma spesso non è così e non mancano quanti comunque scelgono il prezzo maggiore. E quindi, verrebbe polemicamente da dire, c’è poco da lamentarsi dei prezzi alti, se poi con i comportamenti si dimostra che il prezzo non è determinante.

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Il Wall Street Journal e Goldman Sachs

Un articolo dell Wall Street Journal sul “caso Goldman Sachs” ha attirato qualche polemica per come viene posta la questione. Il punto dell’articolo è che, sostanzialmente il comportamento di Goldman Sachs non sarebbe più di tanto censurabile, perché non si tratta di una vera e propria frode, ma semplicemente di aver descritto in modo non corretto alcune emissioni di derivati, peraltro destinate ad “alcuni degli investitori più ‘sofisticati’ e competenti al mondo”.

Ora, se la questione fosse che Goldman Sachs deve essere considerata innocente finché non viene dimostrata l’accusa,  il discorso sarebbe condivisibile. Ma pretendere che fornire informazioni imprecise o ometterne sia un comportamento legittimo, pare a dir poco una forzatura: se una fornire informazioni distorte riguardo prodotti finanziari non è “una truffa”, allora cos’è?

C’è un’equivoco di fondo in cui cadono alcuni, che sembrano confondere il difendere il mercato come sistema economico, con il difendere i soggetti che lo compongono. La trasparenza e la correttezza delle informazioni non è un orpello ambito da chi vuole imporre strette regolamentazioni al mercato e — come dice qualche commentatore USA — “comunistizzarlo”, ma un requisito di un sistema mercato. Anzi, a ben vedere, è proprio un sistema di mercato che non può accettare falsificazioni delle informazioni, dato che i singoli (che sono il “motore” di questo tipo di sistema) prendono decisioni su di esse. Informazioni distorte sono semmai tollerabili, al contrario, in un sistema con un certo grado di centralizzazione, dato che si può assumere che il decisore centrale abbia accesso ad informazioni più complete, ed in ogni caso le decisioni prese dai singoli sulla base delle informazioni incomplete/errate non sono determinanti.

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Clinton: la crisi finanziaria è anche colpa mia

Quante volte si sente i politici (di qualunque schieramento…) fare mea culpa? Non molte. Bill Clinton però ha ammesso le sue colpe nella (mancata) regolamentazione degli strumenti finanziari. In particolare, sotto accusa il Commodity Futures Modernization Act, di fine 2010, per non aver introdotto delle regolamentazioni sui derivati, che avrebbero potuto tenerli “sotto controllo”, e forse evitare lo svilupparsi della bolla finanziaria cui abbiamo assisitito.

La motivazione alla base della mancata regolamentazione è che i derivati erano considerati costosi e sofisticati, e trattati solo da una manciata di persone, con elevate competenze, che non necessitavano di protezioni aggiuntive.

Clinton ha riconosciuto che i suoi Segretari del Tesoro (Robert Rubin e Larry Summers) gli hanno dato un parere sbagliato, e lui ha sbagliato a seguirlo. Il problema infatti è che il fatto che una persona sia ricca non vuol dire che prenda decisioni intelligenti, e che in ogni caso la quantità di denaro movimentata nelle transazioni che riguardano i derivati è tale che ciò che avviene ha ripercussioni anche al di fuori dello specifico mercato dei derivati.

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Il mito del “rischio zero”

Il blocco dei voli a causa della polvere vulcanica sta avviando qualche riflessione su quello che qualcuno inizia a definire “il mito del rischio zero“.

La questione, in questo caso, è ormai ben nota: la polvere vulcanica potrebbe danneggiare gli aerei, e quindi è stato deciso di fermare i voli. In linea di principio, la questione potrebbe essere ineccepibile, ma ci sono alcune critiche che sono portate avanti da molti, e che val la pena evidenziare dato che in vari contesti li abbiamo già evidenziati:

  • In realtà è stato identificato un pericolo, ma non è stato quantificato un rischio. Il rischio, come dovrebbe essere noto, è il pericolo (il possibile danno) moltiplicato per la probabilità dell’evento.  In questo caso, l'”accusa” è che non sia stato svolto un reale risk assessment, ma sia solamente identificato un pericolo teorico, la cui probabilità di verificarsi sarebbe però più bassa di altri eventi che possono portare alle stesse conseguenze (es. sabbia nel vento proveniente dal Sahara).
  • Il rischio zero non esiste in natura: ad esempio (perdonatemi la “simpatia”), in questo momento un meteorite potrebbe colpirvi in testa. Anche in questo caso, il rischio non è zero: la probabilità è  estremamente bassa, ma non è zero.
  • I danni che le contromisure prevengono devono essere bilanciati con i danni che  le contromisure causano. Sempre nell’esempio precedente: non ha senso girare con il casco sempre in testa per proteggersi dai meteoriti, eppure in molti altri casi l’approccio è questo.
  • Il problema è anche un problema di governance, dato che non c’è nessuno che voglia (possa?) prendersi la responsabilità di definire il rischio accettabile, ma l’atteggiamento generale è quello di “pararsi il fondoschiena” ed evitare di essere accusati in caso di eventuali problemi.

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Il 2011 sarà peggio del 2008?

Mentre sono sempre più le voci che dichiarano la crisi “chiusa”, non manca chi si aspetta che il peggio debba ancora venire. Tra questi John Taylor, CIO of  FX-Concept che è il più grande fondo forex al mondo.

Taylor ritiene che l’analisi dei fondamentali, così come quella del ciclo finanziario indichino uno scenario economico-finanziario ancora a rischio. Le previsioni che fa spaziano dal brevissimo al medio termine:

  • per quanto riguarda il breve termine, si attende una crecita dell’avversione al rischio, che porterà giù le borse (soprattutto quelle europee, e i mercati delle commodity) questa settimana e fino almeno ai primi giorni della prima settimana di maggio.
  • in seguito, i dati economici (che dovrebbero essere “confortanti”) spingerà ad una maggiore propensione al rischio, portando ad un “rally”  da maggio fino a luglio o ad inizio agosto
  • http://www.banknoise.com che dovrebbe prolungarsi “almeno fino a metà 2011”. Questo ribasso potrebbe, sempre secondo Taylor, portare a grosse tensioni nell’area euro.

La domanda è scontata: Taylor ha ragione? Ovviamente è difficile dirlo adesso. Sicuramente la sua opinione evidenzia come il supporto all’economia non possa essere interrotto in modo “brutale”, e come sia necessario affrontare le criticità che anche qui abbiamo più volte evidenziato.

Nota a margine: è molto interessante l’approccio di Taylor basato sull’incremento/diminuzione della propensione/avversione al rischio, che va a descrivere in modo “motivazionale” l’acqisto o la vendita.

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