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Sta facendo un discreto clamore le polemiche intorno ad un servizio del TG1 che, dando la notizia della stentenza sul noto “caso Millis”, parlava di sentenza di assoluzione – quando in realtà  la sentenza è stata di prescrizione (che è una cosa ben diversa). Dato il “valore politico” della sentenza, le polemiche non sorpendono.

Ma non è certo la prima distorsione dei fatti che il TG1 effettua: solo pochi giorni fa, dava la notizia che i dirigenti di Goolgle erano stati condannati “per aver pubblicato” il video delle violenze sul ragazzo Down: in questo caso, una distorsione più sottile, dato che sarebbe stato più giusto dire “per non aver impedito la pubblicazione” (o “per non aver censurato preventivamente”…). Ma resta il fatto che quel “per aver pubblicato“, trasmette al telespettatore medio la convinzione di un gesto attivo di una compartecipazione “fisica” dei dirigenti di Google al pestaggio, alla ripresa e al caricamento su YouTube, o quantomeno del fatto che i dirigenti di Google abbiano “scelto” il video per la pubblicazione (a tal proposito: ma se viola la privacy del ragazzo, perché i telegiornali possono trasmetterlo fino alla nausea?).

La domanda che quindi viene spontanea è: perché avvengono queste distorsioni? In molti ritengono che la ragione è il tentativo di difendere interessi politici o economici. A mio parere, però, le cause potrebbero essere in realtà diverse, o almeno “anche” diverse, e riguardano una sorta di involuzione che la professione giornalistica sembra avere.

Il punto, a mio parere, l’abitiudine sempre più diffusa a semplificare le notizie all’estremo, per trasformarle in “pillole” che possono essere raccontate in qualche secondo o qualche riga in meno, in modo da essere più “comprensibili” per il telespettatore medio: e allora ecco che siccome il telespettatore medio probabilmente non sa che differenza ci sia tra assoluzione e prescrizione, è inutile distinguere. Ma i fatti difficilmente possono essere qualificati solo come bianco o nero, e avrebbero bisogno di essere articolati per contestualizzarli, e evidenziare i dettagli — che poi sono ciò che definiscono realmente i fatti.

A questo si aggiunge un atteggiamento diffusamente distorto (non solo da parte dei giornalisti) verso la giustizia nel suo complesso, con una confusione apparente tra avvio di un indagine (che viene spesso presentata come una condanna a priori) e la sentenza (che diventa in questo quadro qualcosa di irrilevante o secondario).

Una “semplificazione” e un abbassamento del livello di “intelligenza” che è diffuso in tutta la tv italiana (troppo facile fare riferimento all’affollamento di reality show), ma il problema è, come una volta ha detto un mio amico, che “se parli in modo da farti capire dagli stupidi, finisci col dire cose stupide“. Non solo: gli “stupidi” non si troveranno mai a dover fare uno sforzo per cercare di capire qualcosa in più, e quindi continueranno ad essere tali.

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