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L’ultima “tegola” su Google è l’apertura dell’indagine dell’Antitrust su AdSense, il noto network pubblicitario di Google, perché “le condizioni contrattuali fissate da Google non consentono agli editori di siti web affiliati di conoscere in maniera chiara, dettagliata e verificabile elementi rilevanti per la determinazione dei corrispettivi loro spettanti“. L’indagine è nata da una contestazione della Fieg (la Federazione Italiana Editori Giornali).

Sulla trasparenza di AdSense si può discutere a piacere, ma c’è un aspetto che non può essere trascurato: nessuno è obbligato ad utilizzarlo.E “nessuno” vuol dire che né il gestore del sito né chi vuole pubblicizzare un prodotto deve usare AdSense.

Se le condizioni non sono abbastanza chiare, si è del tutto liberi di gestire autonomamente la pubblicità sul proprio sito, oppure affidarsi ad un altro network. Facile a dirsi e in realtà anche a farsi, solo che probabilmente non consente di ottenere ricavi analoghi (gestire un sistema di questo tipo richiede risorse e competenze), ma in questo caso non c’è proprio nulla di cui lamentarsi di AdSense.

Il problema sembra essere sempre più che molti soggetti che hanno modelli di business superati, perché non hanno voluto o non sono stati in grado di tenere conto delle nuove tecnologie (che ormai, tanto nuove non sono neppure tanto) e cercano di difendere con le unghie e con i denti un modello di business che è oggettivamente vecchio.

Se la Fieg pensa che AdSense non sia abbastanza trasparente, o non sia abbastanza remunerativo, o semplicemente non gli piaccia, può benissimo sviluppare un proprio network pubblicitario. Se sarà migliore, sicuramente i publisher e gli advertiser non mancheranno: sempre che l’obiettivo non sia solo cercare di succhiare un po’ di soldi senza sforzi… nella convinzione che un team di avvocati sia più redditizio di un team di sviluppatori e di esperti di marketing.

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