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ABI e AIFI (Associazione italiana del Private equity e venture capital) hanno siglato mirato  a sviluppare il mercato del private equity, allo scopo di sostenere sostegno della crescita delle imprese. L’investimento nel capitale di rischio delle imprese — l’ingresso della banca (o di un investitore “finanziario”) come socio, per intenderci — è probabilmente uno degli ambiti dove l’Italia dimostra un gap maggiore rispetto ai paesi più evoluti, ed è tra le cause principali della tendenza al “nanismo” da parte delle imprese italiane. Ricevere risorse come quote di capitale, anziché come prestiti, porta notevoli vantaggi per le imprese (banalizzando: non deve essere restituito ad una certa scadenza il capitale ricevuto). Chiaramente ha anche uno “svantaggio”, che per molti imprenditori è determinante, e cioè che si ha l’ingresso di un nuovo socio, e quindi l’imprenditore “perde un po’ di libertà”.

Anche se va detto che questo “incontro”, tra soci di cultura diversa, può essere vantaggioso per l’impresa. Uno dei grossi limiti in molte piccole e medie imprese è dato dal fatto che gli imprenditori sono dei grandissimi esperti del loro prodotto, ma hanno capacità gestionali relativamente ridotte: concetti come controllo di gestione, o marketing (che viene da molti confuso con la comunicazione) sono spesso delle aggiunte che vengono introdotte “perché bisogna”, ma non fanno parte della cultura aziendale. E così la strada verso l’efficienza, o verso la soddisfazione dei bisogni del mercato, diventa “meno naturale”. La partecipazione di un socio “non tecnico” può portare dunque benefici perché spinge verso una mentalità “non ingegneristica”: chiaramente, perché si abbiano tutti i potenziali benefici, questo “socio finanziario” deve evitare il rischio di “miopizzarsi” sul breve periodo, considerando l’impresa come un qualcosa da mungere nel più breve tempo possibile.

Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

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