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Non avrei voluto parlare di Sanremo, ma si tratta di un evento che rispecchia in modo notevole la società italiana. In particolare la capacità di “politicizzare” tutto: ed è ovvio che  mi riferisco alla canzone di Pupo, Emanuele Filiberto con annesso tenore. In un paese normale, se un gruppo si presenta ad un festival canoro con una canzone brutta (a prescindere dal fatto che il significato del testo sia condivisibile o meno), e cantata male, viene scartato.

In Italia, invece, sembra che la valutazione della canzone in sé non conti, ma semplicemente che dato il testo pseudo-politico, molti si sentano in dovere di televotarla per difendere la propria “fede” — oppure di attaccarla “politicizzatamente”.

Si potrebbe certamente contestare che Sanremo ha relativamente poco a che fare con la musica, dato che in realtà è una summa dell’autoreferenzialità della televisione: inglobando tutti i principali format televisivi (cosa c’entrava il Maurizio Costanzo Show?), così come facendo concorrere molti che sono più personaggi provenienti da altri programmi televisivi che cantanti. Se Sanremo avesse qualcosa a che fare con la musica italiana, perché non ci sono quegli artisti che vendono milioni di copie, anziché gente che si vede solo a Sanremo o a ospitate televisive?

Ma direi che abbiamo detto di Sanremo più di quello che meritava.

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