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Abbiamo più volte sottolineato l’importanza dell’innovazione, per cui non sono certo una sorpresa i risultati di uno studio dell’Area Reserch & Intelligence di Banca Monte dei Paschi di Siena che ha analizzato il “fattore competitività” nel sistema economico italiano.

Viene fondamentalmente smentito quello che spesso è stato il “mantra” di molti imprenditori e politici (ma non solo), e cioè che la a perdita di competitività dell’Italia è dovuta alla concorrenza “sleale” di Cina ed India che approfittano del costo del lavoro più basso. Infatti, nel corso degli ultimi 10 anni, l’Italia appare aver perso competitività soprattutto nei confronti dei paesi dell’Area dell’Euro, a partire dalla Germania. Infatti, i paesi dell’Unione Europea hanno complessivamente aumentato la propria quota di mercato delle esportazioni manifatturiere, con buona pace della concorrenza cinese: l’Italia invece ha subito una riduzione.

Le ragioni di questa perdita di competitività sarebbero da imputarsi a tre fattori principali (che abbiamo già evidenziato più volte):

  • il gap di produttività rispetto agli altri paesi “evoluti”.
  • l’incapacità di promuovere settori più innovativi
  • la scarsa attrattività dell’Italia per investitori esteri

Secondo i ricercatori di MPS,

se l’Italia, tra il 2000 ed il 2008, avesse assistito ad un incremento di produttività così come avvenuto in Germania la sua quota di esportazioni mondiali, invece  che restare invariata, sarebbe cresciuta di oltre l’1%, con un aumento di export di 78 Mld $ (pari a circa il 5% del  PIL).

Pur non mancando settori in controtendenza (come metalli di base, lavorati in metallo, macchine per manifattura, petroliferi, alimentari e farmaceutici) fondamentalmente si può dire che l’Italia rimane schiacciata tra i settori a basso contenuto tecnologico, dove la concorrenza dei paesi emergenti si fa effettivamente sentire, e quelli invece a tecnologia più elevata, che però l’Italia non ha saputo sviluppare adeguatamente, al contrario di altri Paesi che hanno saputo riposizionare la propria offerta. Un effetto forse anche della tendenza a preservare lo status quo a tutti i costi che abbiamo più volte evidenziato, che rende difficile “abbandonare” settori tradizionali per puntare sull’innovazione. Sullo sviluppo dei settori a più elevato contenuto tecnologico pesa inevitabilmente la cronica carenza di investimenti in tecnologia e Ricerca & Sviluppo, ben sotto la media dei paesi OCSE, e che peraltro molte aziende hanno addirittura ulteriormente tagliato di fronte alla crisi.

Oltre all’insufficiente attenzione all’innovazione, l’Italia soffre di una ridotta capacità di attrarre investimenti dall’estero, rispetto a paesi “vicini” come Francia o Germania. Uno dei fattori è indubbiamente la pressione fiscale: secondo i dati della Banca Mondiale, l’incidenza delle tasse è il 68% dei profitti prima delle imposte, contro il 44,5% della media europea, su cui pesa soprattutto la tassazione del lavoro (che costituisce il 43% dell’incidenza totale).

Ma la pressione fiscale non è l’unico fattore, perché l’Italia viene “snobbata” dagli investitori internazionali anche per lentezze croniche nell’attuazione dei contratti, che si traduce in pratica nella minore certezza che questi vengano poi applicati, e quindi in una inevitabile ridotta attrattività del sistema economico.

Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

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