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isco ha recentemente approvato (per la verità, dopo qualche tentennamento) una risoluzione chiamata “say on pay“, che impegna il top management a politiche di remunerazione più trasparenti, richiedendo una votazione consultiva dell’assemblea. Il fatto che la votazione sia non vincolante può fare pensare che si tratti di un provvedimento “monco”: in realtà però non bisogna dimenticare che l’obiettivo è la trasparenza (ottenuta grazie al fatto che i manager sono costretti a spiegare perché si sono attribuiti determinati compensi), e non l’attribuire all’assemblea la determinazione dei compensi (in molti casi uno scenario non praticabile).

La risoluzione è stata promossa dai fondi di investimento “etici” azionisti di Cisco: CBIS (Christian Brothers Investment Services) è stato il principale promotore dell’iniziativa, cui ha aderito anche l’italiana Etica SGR (anche come aderente a ICCR – Interfaith Center on Corporate Responsibility), anche se c’è chi ipotizza che procedure del genere potrebbero essere imposte per legge in un prossimo futuro.

La trasparenza delle retribuzioni del management — che deve essere strutturata in modo da favorire la solidità nel lungo periodo, e non solo al profitto nel breve — è un tema che è stato spesso discusso parlando delle soluzioni alla crisi (in quel caso di solito l’attenzione era centrata sulle banche, ma chiaramente è un tema che riguarda tutte le imprese).

Sono in aumento le aziende che hanno introdotto risoluzioni simili, che permettono alle assemblee degli azionisti di far sentire la loro voce in merito ai compensi degli amministratori: tra le altre ci sono Intel, HP, Occidental Petroleum, Verizon, MBIA, PG&E, H&R Block, Blockbuster, Ingersoll-Rand e Motorola.

Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

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