Perché imporre per legge un tetto agli stipendi dei manager è sbagliato

Si continua a discutere molto sugli stipendi dei manager, con il Senato che ha già approvato un emendamento di legge in questo senso, anche se sarà verosimilmente eliminato in quanto incostituzionale.

In realtà la questione degli stipendi dei manager è un falso problema, perché come abbiamo già avuto modo di evidenziare, è un effetto e non la causa del problema. Cerchiamo di analizzare il problema.

Innanzi tutto, un bravo manager è giusto che sia ricompensato adeguatamente, dato che dalle sue azioni e decisioni dipendono i risultati dell’azienda — e dare anche un milione di euro a qualcuno che te ne fa guadagnare cento non è in fondo così esagerato. Sono le stesse ragioni per cui i calciatori o gli allenatori vengono pagati certe cifre. Ma anche un manager che riesce a contenere le perdite (magari riuscendo a licenziare “solo” 50 persone anziché 500) può meritare di essere premiato. Insomma fare generalizzazioni non risolve il problema.
Ma abbiamo fatto una premessa: stiamo parlando di un “bravo manager”. Ed è un dato di fatto non tutti i manager siano “bravi manager”: non mancano certamente gli incapaci o gli speculatori.

Partendo da questo presupposto, vale la pena porsi alcune domande che sono a nostro parere molto interessanti.

  • Perché un azienda (compresa una banca) può accettare di tenersi dei “cattivi manager”, o comunque di pagarli più di quel che meritano? Le spiegazioni possono essere molteplici: dalla insufficiente competizione per il ruolo di manager, al fatto che un azienda dotata di una “buona gestione” non viene adeguatamente riconosciuta e premiata. Già dando una maggiore attenzione a questo aspetto del problema si potrebbe forse risolvere non solo il problema del compenso dei manager, ma proabilmente anche molti problemi dell’economia italiana. L’effetto collaterale è che metterebbe però in discussione lo “status quo”, che in Italia si cerca troppo spesso di difendere con le unghie e con i denti.
  • Qual è il “bravo manager”? La risposta è decisamente non banale, e se guardiamo la questione sia dal punto di vista degli azionisti che da quello dell’economia nel suo complesso, probabilmente le risposte sarebbero contraddittorie. Il problema è la focalizzazione eccessiva dell’economia (ma non solo) sul breve periodo: andrebbero invece introdotti degli stimoli che incentivino ad una maggiore attenzione invece al lungo periodo, in modo da garantire la sostenibilità. In questo caso però, il problema è che ci sono diverse imprese e settori industriali che forse non hanno business sostenibili nel lungo periodo (l’industria automobilistica, almeno come è intesa oggi, è probabilmente una di queste), e quindi ragionare sul lungo termine porrebbe delle problematiche in termini di risultati, occupazione ed indotto che si preferisce rimandare.

Se si affronta il problema da questi punti di vista, c’è l’opportunità di migliorare sensibilmente l’economia. Altrimenti il problema dei compensi dei manager diventa una semplice vendetta contro dei capri espiatori: anche perché, permettetemi, se io sono in difficoltà economiche, dovrei concentrarmi su come avere qualcosa in più io, e non su come fare avere meno a qualcun altro.

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IWBank introduce IWSuperPower 90 e 180, con rendimenti maggiorati rispetto a IWPower

IWBank ha introdotto due nuove scadenze per IWSuperPower Turbo, affiancando le opzioni a IWSuperPower Turbo 90 e IWSuperPower Turbo 180 (con scadenze, come è facile intuire, a 3 e 6 mesi circa) a quella a 365 già introdotte a metà novembre, “uniformando” inoltre anche la scadenza a 365 giorni, che diventa strutturata come le altre. In questo modo per ogni scadenza sono possibili tre opzioni:

  • PCT “normale”
  • PCT “Turbo
  • PCT “SuperPower Turbo

L’opzione “IWSuperPower Turbo”, che offre rendimenti maggiorati (rispettivamente 1,50% e 1,86% netti, contro lo 0,70% e lo 0,85% della versione IWPower Turbo), è accessibile solo effettuando investimenti minimi piuttosto elevati, rispettivamente 10.000 Euro per  IWSuperPower Turbo 90 e 15.000 Euro per IWSuperPower Turbo 180 (per la scadenza a 365 giorni, ricordiamo, l’investimento minimo è di 30.000 euro), che devono essere inoltre di “nuova liquidità, cioè di somme non depositate presso IWBank precedentemente all’introduzione di IWSuperPower. In altre parole, è possibile investire in IWSuperPower Turbo 90 e 180 solo somme depositate dopo il 29 gennaio 2010, mentre per IWSuperPower Turbo 365 è possibile investire le somme depositate dopo il 13 novembre 2009 (data di introduzione dello stesso).

A questo punto, l’offerta di IWBank, per quanto riguarda i PCT, può essere così riassunta:

  • IWPower 90 (3 mesi circa): tasso netto  0,35%
  • IWPower 90 Turbo: tasso netto 0,70%
  • IWSuperPower 90 Turbo: tasso netto 1,50%
  • IWPower 180 (6 mesi circa): tasso netto 0,45%
  • IWPower 180 Turbo: tasso netto 0,85%
  • IWSuperPower 180 Turbo: tasso netto 1,86%
  • IWPower 365 (12 mesi circa): tasso netto 0,75%
  • IWPower 365 Turbo: tasso netto 1,00%
  • IWSuperPower 365 Turbo: tasso netto 2,00%

È bene ricordare ancora una volta che IWBank pubblicizza i tassi netti, per cui i tassi possono a prima vista apparire più bassi di quelli che sono in realtà: vi rimandiamo alla tabella di confronto per una comparazione con le principali proposte delle altre banche.

È però vero che l’offerta di IWBank appare soffrire decisamente del periodo di bassi rendimenti dei BOT (che fanno da “sottostante” all’operazione di Pronti Contro Termine) e di bassi tassi della BCE, quando in passato proprio questi legami costituivano uno dei punti di forza di IWBank. I tassi oggi proposti infatti non sono al momento eccezionali, e anche andando a vedere il rendimento dell’opzione IWSuperPower, si vedono sì rendimenti che si avvicinano maggiormente alla fascia alta del mercato, ma è anche vero che vi sono alternative che offrono rendimenti analoghi o anche leggermente superiori, con vincoli di investimento decisamente minori.

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Grafico storico rendimento CTZ 2003-2009

Visto che alcuni di voi hanno chiesto di vedere l’andamento di Titoli di Stato diversi dai BOT (del cui andamento abbiamo parlato ieri), ecco il grafico del rendimento dei CTZ (Certificati del Tesoro Zero Coupon), dal 2003 a gennaio 2010, comparato al rendimento dei BOT annuali (i CTZ, ricordiamo, hanno invece durata biennale).

CTZ e BOT annuali - rendimento 2003-2009 (dati Banca d'Italia, grafico banknoise.com)
CTZ e BOT annuali - rendimento 2003-2009 (dati Banca d'Italia, grafico banknoise.com)

Come si può notare, i due andamenti sono quasi del tutto sovrapponibili (del resto, i due titoli confrontati sono in realtà abbastanza simili), anche se emerge come il loro rendimento abbia avuto un calo minore negli ultimi mesi (sebbene anche il rendimento dei CTZ sia al minimo storico): la spiegazione può essere data dalla maggiore durata dei CTZ, che quindi “incorporano” l’attesa di un rialzo dei tassi e dei rendimenti nel periodo più lungo.

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iPad: Apple è il vero “demonio”?

Come forse saprete, Apple ha presentato il nuovo iPad, un dispositivo che può essere considerato uno sviluppo dei “vecchi” tablet PC. L’occasione è dunque propizia per porre un interrogativo: perché Apple viene considerata “buona”? Al punto che (adesso un po’ meno, per fortuna), ma soprattutto qualche anno fa nei film e telefilm polizieschi il colpevole lo si riconosceva perché aveva un pc, mentre i “buoni” avevano un Mac.

Mi spiego meglio: se chiedete quali sono i pregi dei prodotti Apple agli utilizzatori, tipicamente le risposte sono che  “sono facili da usare” e “hanno già tutto quello che serve”. E l’esempio tipico è che, per esempio, un iMac puoi tirarlo fuori dalla scatola e hai anche software che permettono fare qualunque cosa, da creare documenti a fare montaggi video. Al contrario dei prodotti Microsoft. Già, però a Microsoft stava per essere vietato di inserire il browser nel sistema operativo, figuriamoci se mettesse un software valido per i montaggi video.

La domanda che viene spontanea è allora semplice: perché i divieti che valgono per Microsoft non valgono anche per Apple? Apple crea dei sistemi che sono estremamente chiusi, vincolando l’utente in modo estremamente stringente (più di quello che fa Microsoft): l’esempio delle applicazioni per iPhone è significativo,  e a quanto pare il nuovo iPad non promette di essere molto diverso. Una politica di sistema chiuso di questo tipo non è da “cattivi”? Spesso si accostano Apple e i sistemi Linux in contrapposizione a Microsoft/Windows, ma mi pare che le politiche di Apple siano ben diverse da quella della community di Linux…

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Grafico: rendimento dei BOT 2009-2010

Vediamo il grafido dei prezzi dei BOT nelle aste di collocamento da gennaio 2009 ad oggi: si nota che dopo il timido accenno di ripresa nell’ultima parte del 2009, i prezzi tornano a scendere nuovamente — il che è sarebbe in linea con l’attesa da parte di alcuni analisti di una correzione del mercato azionario (che spingerebbe quindi gli investitori verso lidi più sicuri, quali appunto i Titoli di Stato).

Un’annotazione sui record negativi dei BOT trimestrali, di cui un paio di settimane fa si evidenziava che hanno toccato nuovi minimi a gennaio dopo il minimo record di settembre: tra le due aste non ci sono stati altri collocamenti di BOT trimestrali, per cui non è possibile definire il minimo di gennaio una “ricaduta”, dato che in realtà nel frattempo non vi sono state risalite.

Prezzo di assegnazione nelle aste di collocamento 2009-2010. Dati Banca d'Italia, elaborazione www.banknoise.com
Prezzo di assegnazione nelle aste di collocamento 2009-2010. Dati Banca d'Italia, elaborazione www.banknoise.com

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La sicurezza stradale è affrontata nel modo sbagliato?

Secondo i dati dell”Osservatorio il Centauro-Asaps, i casi di “pirati della strada” sono aumentati del 50% nel 2009 rispetto al 2008. Un aumento che sembra lasciare molti stupiti e crea incertezze su come arginare il fenomeno. Ma in realtà, il fenomeno era prevedibile (e infatti, lo avevamo previsto), e può essere spiegato in modo molto semplice: le sanzioni previste dal codice della strada hanno lo scopo di “spaventare” gli automobilisti, e non può stupire se poi gli automobilisti si spaventano e fuggono dopo un incidente (le intenzioni, invece sarebbe che minacciando gravi sanzioni, si vorrebbero evitare infrazioni) . Si può disapprovare, ma non certo sorprendersi.

Perché delle leggi siano efficaci, devono essere condivise, altrimenti è “naturale” che le persone tentino di aggirarle — più di quanto aggirerebbero una legge considerata equa. Anche qui, si possono fare molti discorsi sul fatto che le leggi sono leggi, e andrebbero rispettate a prescindere, ma è inutile negare che le cose funzionano così.

Il codice della strada è una legge che molti considerano “non equa”, in misura più o meno ampia. La ragione è molto semplice, e cioè che la percezione comune è che le sanzioni abbiano lo scopo non di tutelare la sicurezza stradale, ma di consentire ai comuni di fare cassa. Idea che ha più di un fondamento, come le notizie dei giorni scorsi mostrano.
L’uso improprio fatto dai comuni delle multe come mezzo per aumentare le entrate ha contribuito a togliere credibilità al tema della sicurezza stradale, creando una distorsione nel modo di pensare dell’automobilista medio italiano, che finisce con il convincersi (più o meno consciamente) che i limiti di velocità abbiano lo scopo di consentire ai comuni di creare “trappole” dove fare multe (ed in qualche caso il sospetto è forte, con limiti di 50Km/h su quasi-superstrade), e non di garantire la sicurezza. Con il risultato che la tendenza a rispettarli è molto inferiore.

A questo si aggiunge che l’approccio alla sicurezza stradale appare piuttosto a senso unico, seguendo ultimamente la “moda” del alcol come causa di incidenti. Il discorso è ovviamente complesso, ma anche qui, se da un lato è condiviso il fatto che “alti” livelli di alcol siano estremamente pericolosi e vadano adeguatamente sanzionati, in molti (anche qui, più o meno consciamente) pensano che le sanzioni per livelli “bassi” siano notevolmente sovradimensionate, ritenendo che hanno effetti maggiori cose come telefonare (anche con il vivavoce), ascoltare la radio a tutto volume, o avere un raffreddore. E’ un dato di fatto che molte statistiche che vogliono evidenziare ad ogni costo il ruolo dell’alcol in bassa quantità negli incidenti in realtà sono ben poco significative (al contrario di quelle sull’alcol in elevate quantità): come abbiamo avuto modo di osservare, dire che l’alcol nel 50% (ad esempio) degli incidenti sono coinvolti persone che hanno bevuto può essere un dato che può sembrare indicativo, ma in realtà non lo è, perché la scelta del “fattore alcol” (anziché ad esempio del fattore “auto di colore griga”, oppure “presenza dell’autoradio in auto”, oppure “buio/cattiva illuminazione”) si basa sul presupposto implicito che l’alcol è la causa più significativa. Dovrebbe essere intuitivo che una dimostrazione che parte dall’assunto che quello che si va a dimostrare sia vero non è una dimostrazione poi così valida. Sarebbe auspicabile che qualcuno si preoccupasse di realizzare delle statistiche approfondite che analizzino in profondità il fenomeno, dato che non è  certo un tema che merita di essere trattato superficialmente.
Questo chiaramente non vuol dire che auspichiamo un premio per chi si mette alla guida dopo aver bevuto: piuttosto, la questione è invece di proporre ulteriori aggravi delle sanzioni anche per chi ha bevuto poco, come qualcuno tende a suggerire, sarebbe forse ora opportuno concentrarsi su aspetti almeno altrettanto importanti come lo stato della rete stradale (ed in particolare, dell’illuminazione) o il rispetto delle distanze di sicurezza.

Tornando alla “pirateria”, la soluzione del problema però è forse  più semplice di quanto molti sembrano pensare: quello che servirebbe fare è “ri-normalizzare” le sanzioni (se davvero adesso non sono considerate “eque”), e soprattutto aumentare i controlli. Certamente, il problema è che i controlli costano, mentre le sanzioni consentono di “fare cassa”. Ma se si continua a vedere la sicurezza stradale come un modo di incassare denaro, sarà ben difficile migliorarla.

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BNL: nuova agenzia a Parma, dotata di bancomat per non vedenti

BNL (Gruppo BNP Paribas) ha inaugurato alcuni giorni fa una nuova filiale a Parma (la terza nella città), nell’ambito del piano di sviluppo della presenza sul territorio della banca.

Un elemento interessante è l’area di “self banking” altamente evoluta, a dimostrazione dell’avanzamento tecnologico delgi ATM di cui accennavamo qualche giorno fa: infatti la nuova area di self banking è dotata di un ATM con comandi vocali, che pertanto permette di operare anche a non vedenti e non vedenti. Si tratta di un progetto realizzato con il supporto della presidenza dell’UIC (Unione Italiana Ciechi), e BNL prevede di utilizzare queste tecnologie per tutti i nuovi ATM che saranno attivati nel 2010.

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Il Fondo di credito per i nuovi nati entra nell’operatività

Avevamo accennato qualche tempo fa alla convenzione sottoscritta tra ABI e Presidenza del Consiglio dei Ministri che aveva lo scopo di favorire l’accesso al credito da parte delle famiglie che hanno avuto un figlio (oppure hanno adottato) a partire dal 2009 e fino al 2011. L’obiettivo, come è facile intuire, è venire incontro alle esigenze di liquidità delle famiglie che con la nascita di un figlio aumenta notevolmente.

In queste settimane, le banche stanno avviando operativamente i finanziamenti che sfruttano i benefici offerti dal Fondo di credito per i nuovi nati: è proprio di questi giorni l’attivazione da parte Banco Popolare di queste linee di credito.

I prestiti che si appoggiano al Fondo nuovi nati prevedono un importo massimo finanziabile di 5.000 euro a famiglia, rimborsabile in massimo 5 anni, e godono di un tasso di interesse agevolato: infatti è previsto che il Tasso Annuo Effettivo Globale (TEGM) sia al massimo la metà di quello applicato ai prestiti personali.

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Accordo ABI-Borsa Italiana per incentivare le imprese verso la quotazione

La quotazione in Borsa è un obiettivo “naturale” delle imprese in molti Paesi del mondo, dato che consente all’azienda di raccogliere risorse per consolidare la crescita, e a chi l’ha creata di monetizzare l’investimento fatto. In Italia però il passaggio della quotazione in borsa è tutt’altro che scontato, pur essendo uno dei fattori che porta a quello che qualcuno non esita a definire “nanismo” dell’imprenditoria italiana.

In quest’ottica, è interessante l’accordo stipulato tra ABI e Borsa Italiana per promuovere la quotazione in borsa delle aziende, ed in particolare quelle di medie dimensioni, oltre che quelle più grandi.  L’accordo prevede quattro punti fondamentali:

  • favorire lo sviluppo della struttura finanziaria delle imprese attraverso la definizione con le banche associate di un accordo che preveda la disponibilità, a discrezione delle banche erogatrici, di linee di credito specifiche, a favore delle imprese neo quotate che abbiano raccolto in sede di IPO capitale di rischio prevalentemente tramite offerte pubbliche di sottoscrizione;
  • favorire la creazione di fondi specializzati nell’investimento in società di piccole e medie dimensioni tramite la predisposizione di un’apposita proposta normativa e stimolare con apposite iniziative una più ampia partecipazione del sistema bancario al collocamento di società di piccole e medie dimensioni sui mercati organizzati e gestiti da Borsa Italiana (sia in termini di sottoscrizione, sia di sostegno alla liquidità dei titoli);
  • sensibilizzare il sistema delle piccole e medie imprese, tramite il sistema bancario, sull’opportunità della quotazione, come forma di raccolta di risorse finanziarie complementare e sinergica al finanziamento bancario;
  • organizzare, anche utilizzando l’articolazione delle Commissioni Regionali ABI, attività formative e informative sulle caratteristiche dei mercati organizzati e gestiti da Borsa Italiana rivolte alle banche e alla loro clientela, con il coinvolgimento tra l’altro dei Partner Equity Markets di Borsa Italiana.

Si può certamente contestare che la quotazione in borsa possa comportare delle distorsioni, dato che può succedere che l’azienda badi più all’andamento delle quotazioni delle proprie azioni, che all’andamento del “vero” business: certo però è che la quotazione è uno dei mezzi più efficaci per raccogliere “capitale di rischio”, che in molte aziende è probabilmente sottodimensionato, limitandone quindi le potenzialità, e alla fine anche quelle dell’economia nel suo complesso.

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I “bamboccioni” hanno salvato l’economia italiana?

Si parla molto, ultimamente, del fatto che molti giovani continuano a vivere con i genitori per diversi anni una volta diventati maggiorenni — vedere trentenni che vivono con i genitori non è per nulla strano — ed anzi in genere finché non si sposano.

In realtà, un aspetto che è solo in parte evidenziato quanto merita è il fatto che se molti non decidono di andare a vivere per conto proprio, è semplicemente perché non se lo possono permettere.

Da questo punto di vista, andrebbe maggiormente tenuto presente che evitare spese che non ci si puà permettere è un merito, e non un demerito: il rischio è di finire in una spirale di indebitamento cronico, che chiaramente espone a molteplici rischi.

Se l’economia italiana ha sofferto in misura relativamente ridotta della crisi finanziaria, è proprio grazie al ridotto livello di indebitamento delle famiglie. Un po’ anche grazie ai “bamboccioni”, insomma.

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Dematerializzazione delle quote dei fondi comuni: al via il Tavolo Tecnico

La Banca d’Italia e Consob avevano evidenziato la necessità di innovare la gestione dei fondi comuni italiani, a partire dal punto di vista tecnolgico, per renderli più efficienti e competitivi sul mercato: la mancanza di standardizzazione e la manualità di alcune operazioni infatti crea delle barriere che penalizzano l’operatività dei fondi — e in ultima analisi gli investitori. Per risolvere operativamente la questione, è stato avviato pochi giorni fa un Tavolo Tecnico che dovrà definire  linguaggio, procedure e modalità operative per la standardizzazione della gestione degli ordini dei fondi comuni entro l’estate del 2010, e che avrà il compito di supportarne l’implementazione entro la fine del 2011. Il Tavolo Tecnico è composto dai rappresentanti del settore (società di gestione del risparmio, banche collocatrici, banche depositarie ed incaricate dei pagamenti), tramite le associazioni: ABI, Assogestioni, Anasf, Assoreti e Assosim. Consob e Banca d’Italia invece parteciperanno come osservatori. L’iniziativa è in linea con quelle che sono le tendenze europee: infatti anche il Parlamento Europeo aveva evidenziato la necessità di migliorare l’efficienza nella gestione dei fondi, e allo stesso modo è nato su spinta dell’associazione europea del risparmio gestito (EFAMA) il Fund Processing Standardization Group (FPSG), che punta a favorire la convergenza verso uno standard internazionale condiviso. Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

ICCREA Banca: supporto alle aziende creditrici della Pubblica Amministraione

Avevamo accennato qualche tempo fa all’iniziativa della Banca Popolare dell’Emilia Romagna a supporto delle aziende creditrici della Pubblica Amministraione. Anche ICCREA Banca, l’Istituto centrale delle Banche di Credito Cooperativo italiane (BCC), ha attivato un’iniziativa simile.

ICCREA Banca e SACE hanno infatti sottoscritto una nuova Convenzione grazie alla quale le Banche di Credito Cooperativo e Casse Rurali (BCC – CR) potranno beneficiare di una garanzia sulle anticipazioni bancarie prestate alle imprese clienti che vantano crediti verso la Pubblica Amministrazione, che dovrebbe quindi agevolare il finanziamento delle imprese che potranno così godere di condizioni più favorevoli.

La convenzione prevede che ciascun finanziamento accordato alle imprese dalle BCC-CR (per un importo minimo di 100 mila euro e massimo di 1 milione di euro) sia assistito dalla garanzia prestata da SACE per un valore massimo del 50% del credito che le aziende vantano verso la  Pubblica Amministrazione.

Si tratta della terza Convenzione che l’Istituto centrale delle Banche di Credito Cooperativo sottoscrive con SACE: ad ottobre 2009 ne era stata siglata una per il supporto all’internazionalizzazione delle imprese clienti del Credito Cooperativo, e una per i finanziamenti a favore delle PMI su provvista Cassa Depositi e Prestiti.

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La Payment Service Directive approvata dal Consiglio dei Ministri

Il  Consiglio dei Ministri ha approvato (con un po’ di ritardo, in realtà) un decreto legislativo che recepisce in Italia la Payment Service Directive (PSD), che ha lo scopo di uniformare i sistemi di pagamento nei vari paesi dell’Unione Europea.

Come avevamo accennato a suo tempo, tra le novità introdotte dalla Direttiva c’è il fatto che il tempo di esecuzione dei bonifici è ridotto per legge ad un solo giorno, anche se è prevista una proroga fino al 1° gennaio 2012 che consente un massimo di tre giorni.

Un’altra innovazione della PSD è l’istituzione e regolamentazione dei cosiddetti “Istituti di pagamento, cioè soggetti non bancari che, accanto alla normale attività commerciale, potranno offrire servizi di pagamento. Inoltre viene aumentata la tutela per i clienti nei casi di operazioni di pagamento non autorizzate o eseguite in modo inesatto.

In generale, si dovrebbe avere una maggiore trasparenza delle condizioni e delle operazioni, che dovrebbe potenzialmente portare una maggiore concorrenza.

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La crisi italiana causata dalle difficoltà dell’export?

Una importante componente delle difficoltà attraversate dalla crisi in Italia è data dalla contrazione dell’export. In questo senso, è vero che la crisi in Italia è in una certa misura “importata”, e cioè dovuta al fatto che alcuni importanti paesi target delle esportazioni italiane abbiano incontrato difficoltà e quindi ridotto la domanda verso il nostro Paese. Non si tratta chiaramente dell’unica causa della crisi (e anche se fosse, sarebbe indice di debolezza del sistema economico italiano), ma è certamente un fattore importante, se si considera che nel 2008 le esportazioni pesavano per poco meno del 29% del PIL.

Italian export (seasonally adjusted) 2008-2009
Italian export (seasonally adjusted) 2008-2009
Italian export 2006-2009
Italian export 2006-2009

Andando a vedere il dettaglio per tipologia di bene, si nota come sono stati soprattutto i semilavorati e i beni strumentali a soffrire maggiormente, a dimostrazione che la contrazione dell’export è da imputarsi ad un rallentamento della produzione e degli investimenti nei paesi di destinazione.

Esportazioni per tipologia di bene 2008-2009
Esportazioni per tipologia di bene 2008-2009

Se andiamo a vedere invece le importazioni per tipologia di bene, questo trend di sofferenza di semilavorati e i beni strumentali, piuttosto che di beni di consumo, appare ancora più deciso: è corente con uno scenario in cui le aziende tagliano le produzioni e gli investimenti perché si contrae la domanda estera, ma la domanda interna rimane relativamente più stabile.

Import per tipologia di bene
Import per tipologia di bene

Andando a vedere il dettaglio delle esportazioni nei paesi UE, si nota come la “sofferenza” sia abbastanza uniformemente diffusa tra i diversi paesi dell’Unione, anche se chiaramente le difficoltà di paesi come Germania o Francia si fanno sentire maggiormente, se non altro per il peso che hanno nelle esportazioni italiane.

Export in UE countries - 2008-2009
Export in UE countries - 2008-2009

Questo ruolo delle esportazioni nella crisi è per molti versi altamente critico: se da un lato a qualcuno può dare la soddisfazione di poter dire “in fondo la crisi non è colpa nostra”, resta il fatto che si tratta di elementi su cui è difficile intervenire con politiche di sostegno, in quanto dipende soprattutto dagli stimoli economici nei paesi di destinazione delle esportazioni. Val la pena però di evidenziare la strategia di sempre più aziende, e cioè di puntare sui mercati emergenti (Cina in primis), vedendoli quindi non più solo come concorrenti per la produzione, ma anche come possibili mercati di sbocco (anche considerato come il numero di persone ad alto reddito, per quanto percentualmente ridotto, è estremamente significativo in numeri assoluti).

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