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L’uso di parole inglesi nel linguaggio aziendale è sempre più diffuso in Italia: secondo una ricerca di Agostini Associati segnalata da Repubblica il numero di termini inglesi utilizzati nei documenti aziendali sarebbe aumentato del 773% dal 2000 ad oggi. Sembrerebbe  dunque che termini italiani siano sempre più out.

Se in alcuni casi l’uso di termini inglesi è giustificabile, e magari effettivamente preferibile, perché permette di identificare meglio il concetto, non si può negare che in molti casi il termine anglofono sia usato soprattutto per darsi un tono (“E’ opportuno un recap del meeting, per approfondire il topic“), e personalmente rimango convinto che in molti casi abbia come scopo ultimo quello di nascondere l’ignoranza di chi parla. Ignoranza dell’argomento ma anche della lingua italiana. E di quella inglese. Avrete notato che ho scritto “anglofoni“, proprio perché in alcuni casi i termini usati suonano inglesi, ma non lo sono neppure. Senza contare quell’obbrobrio che è l’italianizzazione di termini inglesi. O addirittura l’utilizzo (improprio) di “false friends, cioè di termini italiani che “somigliano” a quelli inglesi, ma hanno significato completamente diverso (“vorrei stressare questo punto”, “ho applicato per quella posizione”).

Un caso diverso è quando i termini anglofoni vengono usati non solo all’interno di un dialogo tra “addetti ai lavori” (tra i quali un certo ricorso a termini gergali può essere accettabile ed in alcuni casi opportuno), ma con terzi, ed in particolare con i clienti: in questo caso è difficile non avere la sensazione che l’utilizzo eccessivo di termini inglesi sia finalizzato a scavare un solco tra sé ed il cliente, proprio allo scopo di creare un’aura di “finta” competenza (“finta” perché non può essere confermata o contestata, dato che i discorsi vengono “annebbiati” dai termini impropri), e limitare il “confronto diretto”.

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