Banca Popolare dell’Emilia Romagna e Banca Popolare di Sondrio cedono a Unipol la maggioranza di Arca Vita

Le banche italiane continuano nell’opera di consolidamento e di focalizzazione sul core-business: Banca Popolare dell’Emilia Romagna (BPER) e Banca Popolare  di Sondrio (BPSO) hanno raggiunto alcuini giorni fa un accordo con Unipol Gruppo Finanziario per una partnership strategica, che prevede la cessione del pacchetto di maggioranza di Arca Vita (che a sua volta detiene una partecipazione del 64,08% del capitale sociale di Arca Assicurazioni). Unipol Gruppo Finanziario riceverà una quota del 60% del capitale Arca Vita, e inoltre quest’ultima acquisterà un ulteriore 28,95% del capitale di Arca Assicurazioni, che attualmente è detenuto direttamente dal Gruppo BPER e da BPSO.

In questo modo, le banche potranno focalizzarsi maggiormente sul proprio core-business, e contemporaneamente ampliare l’offerta di servizi e prodotti assicurativi (sia ramo vita e danni) per i clienti, grazie alla specializzazione di Unipol.

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Grafico storico del rendimento dei BOT nel 2009

Con il 2009 che volge ormai alla conclusione, è interessante dare un’occhiata all’andamento delle aste dei BOT nel 2009.

Rendimento dei BOT nel 2009 (dati Banca d'Italia - elaborazione banknoise.com)
Rendimento dei BOT nel 2009 (dati Banca d'Italia - elaborazione banknoise.com)

Si nota chiaramente come il rendimento, dopo essere sostanzialmente diminuito nel corso della prima parte dell’anno, si sia poi stabilizzato negli ultimi mesi, soprattutto con i BOT annuali che danno segni di ripresa. Questa ripresa potrebbe essere spiegata principalmente con due motivazioni:

  • Maggiore competizione con gli investimenti alternativi (cioè gli investitori si fidano di più di azioni e obbligazioni — ricordatevi di come viene determinato il prezzo dei BOT)
  • Attese di un possibile rialzamento dei tassi da parte della Banca Centrale Europea (nella seconda parte del 2010, andando a confrontare il rendimento dei BOT annuali con quelli semestrali)

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“Caso” Ryanair: difficile non fare dietrologia…

Non si può non rimanere perplessi di fronte al “braccio di ferro” tra Enac (l’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile) e Ryanair. Oggetto del contendere, ricordiamo, il fatto che Ryanair accetta solamente carta d’identità e passaporto per fare imbarcare i passeggeri, mentre l’Enac pretende che siano accettati anche un altra serie di documenti di identificazione che hanno “minore” valore legale, come patente di guida, o la licenza di pesca.

Non si può non rimanere perplessi perché contemporanemente si parla di rafforzare le procedure di identificazione dei passeggeri per prevenire rischi di attentati, come quello fortunatamente fallito il 26 dicembre, che seconodo molti sarebbe stato reso possibile da una “inadeguata identificazione” dei passeggeri. E in questo contesto, come può essere un vero problema il fatto che una compagnia aerea non faccia salire a bordo i passeggeri che si idenficano con una licenza di pesca? Certo, si può dire che in un caso si parla di voli internazionali e in nell’altro di nazionali, distinzione che ai fini della sicurezza non mi pare poi oggettivamente tanto rilevante. Però i dubbi rimangono.

Inoltre, non ho mai capito la necessità di usare documenti diversi da carta d’identità e passaporto per identificazione le persone (anche nei seggi elettorali, per esempio), anche considerato che solo un esigua parte degli italiani non ha la carta d’identità: non mi pare “indispensabile” accettare documenti diversi, tanto più che uno non si trova per caso a passare dall’aereoporto e a dover salire su un aereo (o in un seggio elettorale a votare), quindi non dovrebbe essere uno sforzo enorme ricordarsi di prendere la carta d’identità. E se uno si dimentica la carta d’identità, mi dovete spiegare perché si ricorda la licenza di pesca…

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Gruppo Banca Sella introduce la Carta Corrente Prepagata

Gruppo Banca Sella introduce una nuova “Carta Corrente” Prepagata, che consente di effettuare le principali operazioni di conto corrente come accreditare lo stipendio (o pensione) o effettuare e ricevere bonifici, senza doversi recare allo sportello. La carta è dotata di sistema “Chip & PIN”, allineandosi così allo stato dell’arte in fatto di sicurezza: inoltre, tutti i movimenti possono essere segnalati tramite SMS al proprietario della Carta.

La carta prevede solamente un costo di emissione di 6 Euro, ma non prevede ulteriori costi per le ricariche (che possono essere effettuate via Internet, telefono, o presso le filiali delle banche del Gruppo Banca Sella), e può essere richiesta anche da chi non ha un conto corrente con Banca Sella.

I destinatari della “Carta Corrente” sono soprattutto i più giovani, e studenti in particolare: in effetti, questo tipo di carte è idoneo a chi ha minime necessità di movimenti, soprattutto considerata l’introduzione in corso da parte di molte banche del “Conto Corrente Semplicerecentemente regolamentato dalla Banca d’Italia, destinato proprio a chi necessità di un uso minimo delle funzionalità del conto corrente.

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Un concorso per incentivare i pagamenti tramite Bancomat

Il Consorzio Bancomat ha avviato un concorso che ha lo scopo di incentivare l’utilizzo della “moneta elettronica” al posto del contante, nei pagamenti quotidiani.

Il concorso è nato dal fatto che in Italia la moneta elettronica è usata meno che nel resto d’Europa, soprattutto per quanto riguarda le piccole spese quotidiane. E proprio per incentivare le piccole spese quotidiane, il concorso (che si chiama “Per fortuna PagoBANCOMAT“) prevede una distrubuzione di punti che va a premiare maggiormente le spese più piccole: sono infatti riconosciuti 3 punti per gli acquisti da 1 a 20 euro, 2 punti per quelli da 21 a 50 euro e solo 1 punto per quelli da oltre 51 euro.
I punti cumulati daranno poi la possibilità di partecipare all’estrazione di uno dei tre premi finali (un computer portatile, una TV con Home Theatre e un’auto).

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Intesa Sanpaolo cede l’attività di Securities Service all’americana State Street

Intesa Sanpaolo ha ceduto il ramo di attività di “securities service” (Intesa Sanpaolo Servizi Transazionali e Sanpaolo Bank Luxembourg) alla società USA State Street Corp., specializzata nei servizi finanziari dedicati agli investitori istituzionali.

La vendita prevede un corrispettivo per Intesa Sanpaolo intorno ai 1.750 milioni di euro, e fa parte di una serie di riorganizzazioni del gruppo che prevede la cessione totale o parziale delle attività “non strategiche” (qualche mese fa, Findomestic era stata ceduta a BNP Paribas).

Il ramo di attività che viene ceduto comprende quattro “linee di business”, secondo quanto riporta Intesa Sanpaolo, e comprende quattro linee di business:

  • attività amministrative di regolamento dei titoli esteri e loro custodia (Global Custody);
  • calcolo del valore della quota dei fondi di investimento e delle gestioni patrimoniali con i relativi servizi amministrativi (Fund Administration);
  • controlli regolamentari sull’operatività dei fondi e sulla correttezza del valore della quota (Banca Depositaria);
  • servizi amministrativi relativi al collocamento di fondi esteri in Italia (Banca Corrispondente).

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Le grandi banche stanno diventando ancora più grandi

Come abbiamo accennato più volte, le enormi dimesioni raggiunte da alcuni colossi finanziari comportano elevati rischi. Che ricapitolando, possono essere sintetizzati in tre punti principali:

  • le regole del mercato (e quindi le regolamentazioni pensate per esso) non funzionano in un contesto che di fatto è un oligopolio;
  • crea un problema di moral hazard, perché le banche “troppo grandi per fallire” contano implicitamente sul fatto che il Governo arriverà in loro soccorso in caso di problemi, e quindi possono tendere ad assumersi rischi maggiori del dovuto;
  • i costi di un eventuale salvataggio di un “gigante finanziario” possono essere superiori anche alle capacità di spesa di un Governo.

Per questo motivo, l’introduzione di sistemi per limitare la dimensione di banche e intermediari finanziari era considerata da molti una delle azioni da intraprendere per affrontare la crisi finanziaria. Vi era stata anche una proposta di legge negli USA, per limitare le dimensioni di alcuni operatori finanziari.

Nonostante questo, non solo fino adesso la dimensione dei colossi finanziari non si è ridotta, ma è addirittura aumentata. Si tratta di un’effetto dovuto alle acquisizioni conseguenti ai vari fallimenti e ristrutturazioni, che però sta portando ad un’elevatissima concentrazione del settore bancario USA. Se nel 2008 le 4 banche più grandi degli USA detenevano circa il 29% del mercato, nel 2009 la quota raggiunge il 37% circa.

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La fiducia dei consumatori italiani torna a crescere

L’indice di fiducia dei consumatori nel il mese di novembre torna a crescere, dopo la contrazione avuta in ottobre. In generale, la fiducia appare tornata a livelli pre-crisi. Ecco il grafico tratto dalla pubblicazione della Banca d’Italia “L’economia Italiana in Breve n. 32“.

Clima di fiducia dei consumatori - da L'economia Italiana in Breve n. 32
Clima di fiducia dei consumatori - da L'economia Italiana in Breve n. 32

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Critiche alla gestione dell'”emergenza maltempo”: ma quanto sareste disposti a pagare per evitare i disagi?

Il maltempo che ha colpito l’Italia (e non solo) nei giorni scorsi ha creato grossi disagi, che hanno portato anche molte polemiche sulla “gestione” dell’emergenza, da molti giudicata inadeguata.

Però permettetemi una provocazione: prepararsi all’emergenza costa. E bisogna dare atto che l’ondata di freddo che ha colpito l’Italia è effettivamente eccezionale (per esempio, un amico da Venezia mi diceva che la temperatura in zona ha toccato i -15°, ed era la prima volta nei quasi vent’anni che vive lì che è stata toccata una temperatura del genere). Quindi la domanda è semplice: fino a che punto ha senso dedicare risorse per consentire la “piena  operatività” anche in condizioni eccezionali? Val la pena aumentare i costo del servizio per essere pronti a queste condizioni?

Forse, sarebbe innanzi tutto il caso di migliorare la normale operatività. Ad esempio, mi viene da pensare che il grosso problema delle Ferrovie sia l'”inaffidabilità” in condizioni normali, più che l’incapacità di fare fronte a giornate come quelle degli ultimi giorni.

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La disoccupazione in Italia confrontata con gli altri paesi europei, USA e Giappone

Ecco un grafico molto semplice ma interessante, che mostra il tasso di disoccupazione nei vari paesi dell’Unione Europea, più USA e Giappone. Inoltre, sono evidenziati i tassi complessivi dell’Unione Europea e dell’Area Euro. I dati sono riferiti a ottobre 2009.

L’Italia presenta un tasso di disoccupazione (leggermente) sotto la media sia della UE che dell’Eurozona.

Tasso di disoccupazione nei paesi UE a ottobre 2009
Tasso di disoccupazione nei paesi UE a ottobre 2009

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Le famiglie italiane riprendono a risparmiare

BNL ha presentato i risultati del Rappporto sul Risparmio 2009, realizzato da BNL in collaborazione con il Centro Einaudi. Tra i principali risultati, la ripresa del risparmio: la percentuale del campione che dichiara di essere riuscita a risparmiare nei primi nove mesi del 2009 è del 47%, in netta ripresa rispetto al 31% del 2008 (che è stato un record minimo).

Questo aumento del risparmio non è però dovuto unicamente ad un miglioramento delle condizioni economiche, ma anche ad una convinzione che la ripresa non arriverà presto ed è quindi necessario essere pronti di fronte agli imprevisti. Questa considerazione è coerente anche con il fatto che sebbene la maggior del campione non sta risparmiando “per una spesa specifico”: solo il 24% sta mettendo da parte con questa logica, per quanto il risparmio “finalizzato” sia in generale diminuito sostanzialmente rispetto al passato: negli anni ’80, erano il 60% dei risparmiatori che mettevano da parte risorse per obiettivi specifici.

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L’Indice di Miseria (e in fondo l’Italia non è messa male)

Un indicatore interessante è il Misery Index (“Indice di Miseria”), che misura lo stato di difficoltà economica di una nazione. Si tratta di un indicatore molto semplice, dato che è calcolato sommando il tasso di inflazione e il tasso di disoccupazione, sulla base dell’idea che è soprattutto l’effetto combinato dei due che causa i maggiori problemi. In effetti, secondo alcune ricerche il Misery Index è correlato con gli indicatori sui tassi di criminalità, più che la disoccupazione da sola.

Un ricercatore di Moody’s ha rivisto la definizione, in modo da applicarla a livello macroeconomico e al sostegno dell’economia. In pratica, anziché utilizzare il tasso di inflazione, il suo calcolo utilizza il rapporto deficit/PIL (sul sito del New York Times potete trovare il grafico per alcuni paesi, tra cui anche l’Italia). La logica del calcolo è interessante: un elevato tasso di disoccupazione richiede un forte intervento a sostegno dell’economia, ma un elevato defici rende difficile aumentare la spesa. In altre parole, valori elevati del Misery Index evidenziano che il Paese ha bisogno di uno stimolo economico e fiscale, ma non è in grado di sostenerne i costi.

E’ interessante vedere come la crisi economica abbia significativamente “scombinato” le posizioni dei vari Paesi: ad esempio, nel 1995 l’Italia era uno dei paesi con un Indice di Miseria più elevato, così come nel 2000 e nel 2005 era comunque tra i paesi più in difficoltà. Le proiezioni per il 2010 sembrano invece dare l’Italia come uno dei paesi in condizioni migliori, con solo la Repubblica Ceca che tra i paesi del campione può vantare un valore stimato più basso. Ovviamanete, la ragione non è tanto in un miglioramento delle condizioni dell’Italia, quanto di un peggioramento di quelle degli altri. Si tratta però di una potenziale opportunità per il nostro Paese, se ci fosse la capacità di sfruttarla.

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Cosa succede nel caso di default di uno Stato?

ciao mark volevo chiederti info sul default degli stati: pensi che ci sarà a breve qualche default in europa? è probabile che ciò succeda anche in italia? e cosa succederebbe in caso succeda? è probabile che lo stato si appropri dei conti correnti dei cittadini? è probabile che pensionati e dipendenti pubblici non percepiscano più soldi?

Per rispondere alla domanda è necessario partire dalla seconda parte, dato che bisogna innanzi tutto tenere presente che “default” è un termine che in realtà non definisce una situazione del tutto univoca. O meglio: descrive il fatto che il debitore non è in grado di ripagare il debito, ma chiaramente questo può avvenire con livelli di gravità diversi. Se due debitori hanno ricevuto in prestito 100 ciascuno, e non sono in grado di restituirli, ma uno restituisce 99 e l’altro invece 0, in entrambi i casi si tende a parlare di default, ma è evidente che si tratta di due situazioni estremamente diverse.

Per questo, quello che viene chiamato default di uno Stato può concretizzarsi in modi ben diversi. Un eventuale default si  concretizza in una “ristrutturazione” del debito pubblico, ad esempio ritardando i pagamenti e allungando le scadenze (es. uno Stato “decide” che per sei mesi non rimborsa il debito, anche se in scadenza – cioè un Titolo di Stato  che scade oggi viene effettivamente rimborsato tra sei mesi), oppure lo rimborsa sotto la parità – di un Titolo di valore 100 rimborsa solo 80. E’ molto improbabile che il Titolo non venga rimborsato del tutto. In questi casi, tra l’altro, tende spesso ad intervenire il Fondo Monetario Internazionale, con prestiti che cercano di favorire la ristrutturazione del debito.

Un default riguarda quindi direttamente chi detiene il debito (i titoli di stato), e non figure come pensionati e dipendenti pubblici, tanto più che (in teoria) enti previdenziali ed enti pubblici hanno una loro contabilità e delle loro risorse che fanno (almeno fino ad un certo punto) da ammortizzatore. In altre parole, per capirci: perché i pensionati non percepiscano più soldi, deve esserci il default dell’INPS, che non è detto che venga automaticamente causato da un ipotetico default dello Stato.

L’eventualità che uno Stato si appropri dei conti correnti dei cittadini direi che è più che remota (anche se in situazioni critiche c’è sempre la tendenza di tasse patrimoniali una-tantum). Uno Stato che facesse qualcosa del genere difficilmente potrebbe godere della minima fiducia dentro o fuori i confini: il che non va visto come un fatto che riguarda il benessere, ma semplicemente renderebbe praticamente impossibile trovare potenziali acquirenti per il debito e/o controparti commerciali.

In realtà i problemi “diffusi” in caso di default si hanno in relazione alla “fuga” dei creditori dello Stato, che va a generare una pressione sulla moneta nazionale, causando una serie di effetti collaterali che vanno ad aggravare il default. Inoltre, storicamente un default viene in parte affrontato “annacquando il debito, cioè  ripagato stampando moneta e facendo aumentare l’inflazione. E’ interessante tenere presente che nel caso di uno Stato dell’Area Euro questi due effetti potrebbero essere ben diversi da quelle che sono le esperienze passate, dato che la pressione sui cambi potrebbe essere inferiore, e inoltre il singolo Stato potrebbe aver molto meno facilità nell’influenzare le politiche della Banca Centrale Europea.

Venendo alle probabilità che si abbia il default di un qualche paese Europeo, il “candidato” sotto osservazione in questo periodo è indubbiamente la Grecia: sebbene la probabilità sia giudicata “remota” da molti analisti, molti osservano che la Grecia sembra stia facendo il gioco pericoloso di essere convinta di un “salvataggio” da parte dell’Unione Europea (che la UE ha già dichiarato non ci sarà), e sembrerebbe non stia affrontando con il dovuto impegno le problematiche poste dai conti pubblici.

Per quanto riguarda l’Italia, chiaramente l’enorme debito pubblico del nostro Paese lo mette leggermente più a rischio di altri paesi più solidi, però direi che un default dell’Italia non è uno scenario probabile nel breve periodo.

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Ricerche Frequenti:

  • se lo stato non rimborsa un titolo cosa succede

La ricchezza delle famiglie italiane diminuisce? Ma principalmente è per la svalutazione delle azioni

Come forse avrete letto sui giornali, la Banca d’Italia ha reso noti i dati sulla ricchezza delle famiglie italiane, che tra il 2007 e il 2008, è diminuita di circa l’1,9%.
In realtà, non è un dato così “interessante”, visto in modo aggregato. Consideriamo infatti due fenomeni che ormai dovrebbero essere ben noti:

  • i valori delle attività finanziarie (titoli azionari, fondi, ecc.) si sono ridotti nel corso della crisi.
  • i valori degli immobili hanno smesso di crescere ai ritmi degli scorsi anni, ma anzi registrano una leggera contrazione (nel primo semestre del 2009 è stata registrata una diminuzione dello 0,5%).

Dato che la maggior parte della ricchezza delle famiglie è composta proprio da immobili e da attività finanziarie, non c’è nessuna sorpresa nel fatto che si abbia una diminuzione della loro ricchezza. Questo è particolarmente evidente se andiamo a vedere il grafico dell’andamento della ricchezza scomposota nelle sue componenti: si nota in modo decisamente evidente come la diminuzione della ricchezza tra 2007 e 2008 sia imputabile in modo assolutamente determinante alla svalutazione della voce “azioni e partecipazioni in società di capitali”.

Ricchezza delle famiglie - attività - 1995-2008 (dati Banca d'Italia, grafico Banknoise.com)
Ricchezza delle famiglie - attività - 1995-2008 (dati Banca d'Italia, grafico Banknoise.com)
Ricchezza delle famiglie - passività- 1995-2008 (dati Banca d'Italia, grafico Banknoise.com)
Ricchezza delle famiglie - passività- 1995-2008 (dati Banca d'Italia, grafico Banknoise.com)

Si nota anche come l'”arricchimento” delle famiglie italiane sia dovuto in modo determinante all’aumento di valore degli immobili, fatto sicuramente che stimola a qualche riflessione. Mi pare interessante dunque aggiungere un grafico dell’andamento della ricchezza delle famiglie dal 1995 ad oggi, escludendo il dato legato al valore delle abitazioni.

Ricchezza delle famiglie - attività (escluse abitazioni) - 1995-2008 (dati Banca d'Italia, grafico Banknoise.com)
Ricchezza delle famiglie - attività (escluse abitazioni) - 1995-2008 (dati Banca d'Italia, grafico Banknoise.com)

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