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Secondo i dati rilasciati ieri, nel terzo trimestre si è avuto un sostanziale aumento della produttività negli USA, che è aumentata del 9,5% (valori “seasonnally adjusted”), +4,3% rispetto all’anno precedente. A favorire il risultato, il fatto che costo unitario del lavoro è diminuito del 5,2% rispetto al trimestre precedente (-3,6% rispetto all’anno precedente), anche se i salari orari effettivi sono aumentati dello 0,2% (+2,1% rispetto all’anno precedente).

E’ dunque chiaro che questo incremento di produttività è dovuto quasi unicamente al taglio dei costi (e dei posti di lavoro), e non ad una reale maggiore efficienza (ottenibile con miglioramenti dei processi o innovazioni tecnologiche), un dato che quindi bisogna essere un po’ prudenti nell'”invidiarlo”. Non solo guardando dal punto di vista dei lavoratori, ma perché è il classico esempio di risultato di breve periodo che rischia di compromettere le prospettive di lungo periodo, sia dal punto di vista macroeconomico che di singola azienda. Dal punto di vista “macro”, la questione è intuitiva: i tagli dei posti di lavoro, nel complesso, comportano una maggiore disoccupazione, e quindi una minore disponibilità economica delle famiglie, e quindi una minore domanda del mercato. Ma anche dal punto di vista di singola azienda può essere una strategia rischiosa, quando i tagli non sono fatti in ottica strategica: infatti, spesso in questi casi si rischia di perdere dipendenti con competenze e/o esperienze non facilmente rimpiazzabili quando — all’uscita della crisi — la domanda ricomincerà a “tirare”, e l’azienda poterbbe trovarsi in difficoltà a soddisfarla adeguatamente.

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