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Google ha avuto una giornata difficile in Europa ieri, tra le richieste dei pubblici ministeri italiani che hanno chiesto la condanna dei dirigenti di Google Italy per la pubblicazione del video delle vessazioni al ragazzo disabile, e l’avvio di un indagine in Germania per sospetti di violazione della privacy da parte di Google Analytics, il servizio che permette di analizzare il traffico di un sito web.

Ma andiamo con ordine. Sulle accuse a Google in merito alla pubblicazione del video con protagonissta un ragazzo affetto da Sindrome di Down deriso e picchiato da alcuni compagni di classe mi sono già dilungato tempo fa: non si può considerare a mio parere Google colpevole più di quanto non si consideri Telecom colpevole di avere permesso una telefonata minatoria. Ma vale la pena sottolineare un altro aspetto, e cioè che se è vero che è stata violata la privacy del ragazzo, è anche vero che se il filmato non fosse stato pubblicato su YouTube questa storia probabilmente non sarebbe neppure venuta fuori.
Quindi, a ben vedere, non è sbagliato vedere la cosa in modo diametralmente opposto e pensare la pubblicazione su YouTube ha permesso che violenze e i soprusi fossero fermati.
A volte mi sembra che il problema di fondo sia piuttosto — in questo caso come molti altri —  che è diffusa una cultura fondamentalmente ipocrita, in cui (volendola dire elegantemente) “occhio non vede, cuore non duole”, in cui una buona alternativa a risolvere un problema è quella di non venirne a conoscenza.

Il caso delle indagini in Germania su Google Analytics è diverso, ma non meno interessante, perché evidenzia quello che a mio parere è un comune equivoco su che cosa sia la privacy e come dovrebbe essere tutelata. Piccola spiegazione per i “non tecnici”: Google Analytics è un sistema gratuito (non l’unico, per la cronaca) che consente ai proprietari di blog e siti di avere informazioni sulle visite: numero di visitatori, numero di pagine visitate, quali siano le pagine visitate, ecc. I dati sono rigorosamente aggregati, nel senso che non è possibile sapere che cosa ha visitato un singolo utente — ma anche se così fosse si potrebbe al massimo risalire alla rete di provenienza, che comunque non identifica un individuo in modo univoco.

Fatta questa doverosa premessa, mi pare il caso di sottolineare che quando si parla di dati aggregati il concetto di privacy non è più applicabile: se diciamo che l’altezza media di un maschio italiano è di 175cm, non si può certo parlare di violazione della privacy.
Ma c’è un fatto più importante, e cioè che la conoscenza dei visitatori è un fattore fondamentale per offrire un servizio in linea con le loro aspettative (chiaramente, adattare il servizio ai desideri dell’utente interessa di più chi ha un sito commerciale che chi ha un blog, che ha una natura leggermente diversa). Non si tratta di un esclusiva di Internet, peraltro: nella grande distribuzione (supermercati e ipermercati) sono in uso da anni sistemi che vanno ad analizzare che cosa viene comprato ed in che combinazione. In questo modo è possibile focalizzare l’assortimento su quelli che sono gli effettivi acquisti, con risparmi di costi (che si riflettono ovviamente sui prezzi più bassi) e migliore soddisfazione dei clienti. Verrebbe da dire tra l’altro che ottimizzare la propria attività rispetto alle richieste del mercato è il “succo” stesso dell’attività di un’azienda, e pretendere che i siti web non facciano altrettanto è qualcosa che è oggettivamente insensato.

Ma il fatto più importante è che l’attenzione sulla privacy è focalizzata male: l’attenzione non dovrebbe essere tanto sull’esistenza del dato, ma sul suo uso. Dovrebbe essere legittimo che un’azienda (o chi per lei) raccolga dati e li tratti per le finalità connesse alla gestione interna, e a mio parere non dovrebbe neppure richiedere un’autorizzazione da parte dell’utente (anche perché si arriva al ridicolo che un’azienda deve avere un’autorizzazione per la privacy anche dei dati per la fatturazione), ma dovrebbe essere estremamente regolamentato l’uso “diverso”. Per capirci, usciamo dall’ambito aziendale e prendiamo ad esempio un comune che  installi delle videocamere di sorveglianza per aumentare la sicurezza del territorio. Il fatto che vengono raccolti i filmati, fin tanto che questi sono utilizzati unicamente per lo scopo “naturale” (rilevare dei crimini o delle violazioni) non è un problema di privacy. Il problema di privacy nasce, e serio, quando se ne fa un’uso diverso, che non ha a che vedere con la sicurezza, magari pubblicati su Internet o passati in televisione per fare “gossip”. Ma questo, ripeto, non ha a che vedere con l’esistenza del dato, ma con il suo uso: solo focalizzando l’attenzione su quest’ultimo si possono combinare i benefici che può offrire un approfondito trattamento dei dati, con la tutela della privacy.


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