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Mentre in Italia si discute come frenare la “fuga di cervelli” (che è metà del problema, perché rimane poi la questione di “come attrarre talenti”), Cina, India e Brasile stanno portando avanti una crescita enorme nella loro produzione scientifica (almeno, in termini quantintativi, meno facile giudicare in termini qualitativi).

Ad esempio, i fondi destinati in Cina alla ricerca sono cresciuti sostanzialmente nell’ultimo decennio: è vero che è una cifra che è sempre rimasta in media appena sotto l’1% del PIL, ma è anche vero che il PIL cinese è cresciuto a passo accelerato nel periodo. L’OCSE stima che la Cina sia ora al terzo posto in termini di spesa per la ricerca, dopo USA e Giappone, e davanti a tutti i singoli paesi europei — anche se va rilevato che può creare distorsioni valutare singolarmente i Paesi della UE, perché tra l’altro fa sorgere qualche dubbio sul se come siano conteggiati i programmi di finanziamento e cofinanziamento alla ricerca gestiti direttamente dalla Commissione Europea.

In ogni caso, la produzione della Cina di paper scientifici presenta la crescita più veloce al mondo (passando da 20.000 nel 1998 a oltre 112.000 nel 2008, stime Thomson-Reuters) ed  ora seconda solo agli USA. Le materie più studiate dai ricercatori cinesi appaiono essere scienze dei materiali, chimica, e fisica.

Anche l’India mostra (soprattutto negli ultimi anni) un tasso di crescita importante nella produzione di paper scientifici, anche se non al livello di quello cinese. Le materie più studiate in questo caso sono chimica, scienze dell’agricoltura, e scienze dei materiali.

Un tasso di crescita superiore a quello indiano lo si riscontra in Brasile (pur però con numeri assoluti minori): in questo caso la focalizzazione delgi studi è soprattutto sullo studio di vegetali ed animali, scienze dell’agricoltura e microbiologia.

Si tratta di dati interessanti, che dimostra come i paesi “emergenti” non possano essere visti solo come “fornitori di manovalanza”, ma anche come “produttori di conoscenza”, e che quindi è importante iniziare a vedere questi paesi non solo come concorrenti nella produzione, ma come potenziali partner.

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