Dubai, il Governo non garantisce i debiti della holding: una crisi che avrà conseguenze sull’economia degli Emirati

Secondo quanto riporta il Corriere, il Governo di Dubai ha dichiarato che non c’è nessuna garanzia dello Stato sui debiti di Dubai World, come avevamo anticipato, concretizzando sempre di più il rischio di grosse perdite per i debitori. Anche se non è detta l’ultima parola, e c’è chi conta in un intervento del governo federale degli Emirati (ricordiamo che Dubai è uno dei sette emirati che compongono gli Emirati Arabi Uniti).

Una mossa che non sorprende, ma che avrà come effetto collaterale quello di indebolire la fiducia nel medio-termine nelle attività “para-pubbliche” degli Emirati. Abbiamo già detto del modello di business “da bolla” di Dubai World. Aggiungiamo che alcuni analisti stimano che la “sfiducia” causata dalla crisi possa costringere a rivedere al ribasso del 20-30% le previsioni di prezzi degli immobili per il 2011.

Ma vale la pena un’ulteriore osservazione: l’attrattività di Dubai è sempre stata costituita quasi unicamente dal fatto che è (era) un posto ricco. Se smette di essere tale, o anche solo di essere considerato tale, come può pensare di mantenere attrattività? La sensazione è che la crisi finanziaria sia stata gestita male: lasciata degenerare troppo, in primo luogo, e con una forse insufficiente attenzione alla fiducia dei mercati, che per l’economia di Dubai è un bene più che prezioso.

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Indicatore €-coin consolida la crescita a novembre 2009

L’indicatore €-coin segna a novembre un valore di 0.55, confermando il trend positivo già evidenziato a settembre ed ottobre. €-coin, ricordiamo, è un indicatore messo a punto da Banca d’Italia e CEPR per ottebere una stima “in tempo reale” della crescita economica dell’area dell’Euro.

Il terzo valore positvo consecutivo è un indicatore che la parte “acuta” della crisi economica sembrerebbe essere alle spalle, e l’aumento di valore può essere considerato un ult4eriore segnale di consolidamento. Secondo quanto indicato da Banca d’Italia, i principali fattori che hanno contribuito alla crescita del valore dell’€-coin a novembre sono stati gli andamenti degli indici di fiducia dei consumatori e delle imprese. Gli andamenti dei mercati azionari, così come la produzione industriale, hanno invece avuto un ruolo minore.

€-coin - november 2009 (data: Bank of Italy - chart by banknoise.com)
€-coin - november 2009 (data: Bank of Italy - chart by banknoise.com)

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La crisi di Dubai fa tremare le ultime illusioni che la finanza possa rimanere uguale

La crisi di Dubai World è arrivata forse un po’ inattesa da molti, ma non si può certo considerare una sorpresa. Infatti, stiamo parlando di una società che ha come business principale l’investimento immobiliare nell’accezione più legata a quella che ha condotto alla crisi economica attuale. Inutile dire che i prezzi degli immobili di Dubai hanno raggiunto prezzi probabilmente esagerati, anche per quella piccola fascia di popolazione estremamente ricca che potrebbe prendere in considerazione tali acquisti.

L’avere un target di “ricchi”, inoltre, espone in queste condizioni ad una volatilità maggiore, dato che mentre una famiglia può essere in qualche modo “costretta” all’acquisto di una (prima) casa, e quindi essere portata a pagare un prezzo più elevato di quel che potrebbe permettersi, chi è “ricco” ha una possibilità di scelta più ampia, nel senso che non deve per forza comprare “quella” casa e tantomeno a “quel” prezzo: si tratta spesso di acquisti fatti con ottica di investimento, che quindi non vengono fatti se non appaiono convenienti.

E infatti, i prezzi degli immobili a Dubai sono letteralmente crollati, molto più che in altre parti del mondo, con flessioni intorno al 50%, e nonostante una leggera ripresa negli ultimi tempi, è ben difficile che i prezzi torneranno a livelli confrontabili con quelli dei tempi della bolla immobiliare.

La crisi di Dubai World, dunque, non è certamente sorprendente. Ma riporta alla luce l’illusione che l’immobiliare possa essere un investimento sicuro, convinzione radicata in molti,  e che sembra nonostante abbiamo assistito allo svilupparsi e allo (parziale?) sgonfiarsi di una bolla immobiliare.

La sensazione è che le difficoltà di Dubai mostrino soprattutto che i modi di pensare di “prima della crisi”, nonostante tutto, rimangono sempre diffusi (e la sorpresa sulle difficoltà di Dubai ne è una  ulteriore conferma). E la lezione forse è più di tutto un promemoria, e cioè  che potrà esserci anche un barlume di ripresa in corso, ma non si può semplicemente fare finta che tutto sia risolto, e lasciare tutti i comportamenti e i sistemi inalterati.

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Crisi di Dubai: i dubbi sono sugli obblighi del Governo

Le difficoltà economiche di Dubai (con il colosso immobiliare pubblico Dubai World che chiesto una dilazione dei pagamenti dei debiti, dichiarando in pratica che non è in grado di restituire i capitali ricevuti in prestito) hanno generato ieri ampie preoccupazioni nei mercati internazionali, probabilmente anche amplificate dal fatto che le borse USA sono chiuse per le festività del ringraziamento e quindi non hanno potuto essere di riferimento per i molti investitori che guardano con estrema attenzione a quel che avviene oltreoceano.

La questione fondamentale è che non è chiaro il livello di garanzie offerte dal governo degli Emirati al debito della società pubblica: secondo alcuni analisti, in realtà non vi sarebbero obblighi. Ecco quindi perché la situazione viene considerata altamente a rischio: non stiamo parlando di default di uno stato sovrano, che viene sempre combattuto con tutte le forze a disposizione, ma di un default, o quantomeno di una pesante “ristrutturazione del debito” di una grossa società, che appare a molti una possibilità concreta.

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Google, tra privacy, ipocrisia, statistiche, e un po’ di voglia di censurare Internet

Google ha avuto una giornata difficile in Europa ieri, tra le richieste dei pubblici ministeri italiani che hanno chiesto la condanna dei dirigenti di Google Italy per la pubblicazione del video delle vessazioni al ragazzo disabile, e l’avvio di un indagine in Germania per sospetti di violazione della privacy da parte di Google Analytics, il servizio che permette di analizzare il traffico di un sito web.

Ma andiamo con ordine. Sulle accuse a Google in merito alla pubblicazione del video con protagonissta un ragazzo affetto da Sindrome di Down deriso e picchiato da alcuni compagni di classe mi sono già dilungato tempo fa: non si può considerare a mio parere Google colpevole più di quanto non si consideri Telecom colpevole di avere permesso una telefonata minatoria. Ma vale la pena sottolineare un altro aspetto, e cioè che se è vero che è stata violata la privacy del ragazzo, è anche vero che se il filmato non fosse stato pubblicato su YouTube questa storia probabilmente non sarebbe neppure venuta fuori.
Quindi, a ben vedere, non è sbagliato vedere la cosa in modo diametralmente opposto e pensare la pubblicazione su YouTube ha permesso che violenze e i soprusi fossero fermati.
A volte mi sembra che il problema di fondo sia piuttosto — in questo caso come molti altri —  che è diffusa una cultura fondamentalmente ipocrita, in cui (volendola dire elegantemente) “occhio non vede, cuore non duole”, in cui una buona alternativa a risolvere un problema è quella di non venirne a conoscenza.

Il caso delle indagini in Germania su Google Analytics è diverso, ma non meno interessante, perché evidenzia quello che a mio parere è un comune equivoco su che cosa sia la privacy e come dovrebbe essere tutelata. Piccola spiegazione per i “non tecnici”: Google Analytics è un sistema gratuito (non l’unico, per la cronaca) che consente ai proprietari di blog e siti di avere informazioni sulle visite: numero di visitatori, numero di pagine visitate, quali siano le pagine visitate, ecc. I dati sono rigorosamente aggregati, nel senso che non è possibile sapere che cosa ha visitato un singolo utente — ma anche se così fosse si potrebbe al massimo risalire alla rete di provenienza, che comunque non identifica un individuo in modo univoco.

Fatta questa doverosa premessa, mi pare il caso di sottolineare che quando si parla di dati aggregati il concetto di privacy non è più applicabile: se diciamo che l’altezza media di un maschio italiano è di 175cm, non si può certo parlare di violazione della privacy.
Ma c’è un fatto più importante, e cioè che la conoscenza dei visitatori è un fattore fondamentale per offrire un servizio in linea con le loro aspettative (chiaramente, adattare il servizio ai desideri dell’utente interessa di più chi ha un sito commerciale che chi ha un blog, che ha una natura leggermente diversa). Non si tratta di un esclusiva di Internet, peraltro: nella grande distribuzione (supermercati e ipermercati) sono in uso da anni sistemi che vanno ad analizzare che cosa viene comprato ed in che combinazione. In questo modo è possibile focalizzare l’assortimento su quelli che sono gli effettivi acquisti, con risparmi di costi (che si riflettono ovviamente sui prezzi più bassi) e migliore soddisfazione dei clienti. Verrebbe da dire tra l’altro che ottimizzare la propria attività rispetto alle richieste del mercato è il “succo” stesso dell’attività di un’azienda, e pretendere che i siti web non facciano altrettanto è qualcosa che è oggettivamente insensato.

Ma il fatto più importante è che l’attenzione sulla privacy è focalizzata male: l’attenzione non dovrebbe essere tanto sull’esistenza del dato, ma sul suo uso. Dovrebbe essere legittimo che un’azienda (o chi per lei) raccolga dati e li tratti per le finalità connesse alla gestione interna, e a mio parere non dovrebbe neppure richiedere un’autorizzazione da parte dell’utente (anche perché si arriva al ridicolo che un’azienda deve avere un’autorizzazione per la privacy anche dei dati per la fatturazione), ma dovrebbe essere estremamente regolamentato l’uso “diverso”. Per capirci, usciamo dall’ambito aziendale e prendiamo ad esempio un comune che  installi delle videocamere di sorveglianza per aumentare la sicurezza del territorio. Il fatto che vengono raccolti i filmati, fin tanto che questi sono utilizzati unicamente per lo scopo “naturale” (rilevare dei crimini o delle violazioni) non è un problema di privacy. Il problema di privacy nasce, e serio, quando se ne fa un’uso diverso, che non ha a che vedere con la sicurezza, magari pubblicati su Internet o passati in televisione per fare “gossip”. Ma questo, ripeto, non ha a che vedere con l’esistenza del dato, ma con il suo uso: solo focalizzando l’attenzione su quest’ultimo si possono combinare i benefici che può offrire un approfondito trattamento dei dati, con la tutela della privacy.


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Direttore del FMI: il 50% delle perdite delle banche ancora nascoste

Secondo un intervista a Le Figaro, anticipata da Reuters, di Dominique Strauss-Kahn, Direttore Generale del Fondo Monetario Internazionale, una grossa parte delle perdite sofferte dalle banche (forse anche il 50%) non sarebbe ancora emersa, rimanendo “nascoste” nei bilanci. Di per sé, non è una sorpresa, dato che più volte è stato sottolineato come alcuni interventi anti-crisi in realtà non facevano altro che nasconderne gli effetti, consentendo sopravvalutazioni di asset di dubbio valore. Ma certamente sentire l’affermazione arrivare dal direttore del FMI fa un effetto diverso.
Le “perdite nascoste” sarebbero probabilmente maggiori in Europa che negli USA (e anche questa non è una novità).

Strauss-Kahn solleva anche qualche preoccupazione per il futuro dell’Europa (per la quale gli analisti prevedono una ripresa più debole che per gli USA), poiché non sta facendo chiarezza sulla propria politica economica: ma un ritardo troppo significativo nella ripatrenza potrebbe avere conseguenze molto pesanti, condannando l’Europa a rimanere dietro Cina e USA forse per i prossimi 20 anni.

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PIL USA terzo trimestre rivisto al ribasso: +2,8%, e non +3,5%

Le stime sulla crescita del PIL USA per il terzo trimestre 2009 sono state corrette al ribasso, portandole ora a +2,8% anziché +3,5% precedentemente stimato. La correzione è dovuta a una revisione della stima dei consumi e degli investimenti, così come ad un deficit comerciale maggiore di quello inizialmente stimato.

Questa correzione fa emergere ulteriori preoccupazioni sulla sostenibilità e solidità della crescita, sulle quali erano già presenti alcuni dubbi (il risultato del terzo trimestre infatti è “pompato” dagli stimoli fiscali e dagli incentivi — come quello per le rottamazioni delle auto): preoccupante soprattutto la contrazione degli investimenti non-residenziali (scesi del 4,1%), indice che la fiducia dei consumatori è ancora debole (per cui non si fidano a fare acquisti “impegnativi”).

L’impressione è dunque che l’economia USA non sia ancora “fuori pericolo”, ed anzi sono diversi gli analisti che stanno ipotizzando la possibilità di una “ricaduta”, tra fine 2010 e inizio 2011, soprattutto se il Governo USA interrompesse troppo presto le politiche di supporto all’economia.

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Ma non è che la produttività in pausa pranzo aumenta…perché sono tutti in pausa pranzo?

Immagino abbiate tutto sentito delle affermazioni del Ministro Rotondi che sosteneva come le ore dedicate alla pausa pranzo sono in realtà le più produttive, e che sarebbe opportuno ridurla (anche se ha poi precisato che la sua non era una proposta).

Effettivamente, l’esperienza di molti mostra come in effetti le ore della pausa pranzo, sia quelle prima di cena spesso in effetti portino una “produttività” un po’ più alta. Chiaramente dipende dal tipo di lavoro: l’idea è applicabile per lavori impiegatizi o dirigenziali, mentre ha molto spesso per altre tipologie di attività.

L’aspetto interessante, però, è verosimle che la pausa pausa pranzo sia così produttiva proprio perché c’è la pausa pranzo, e “abolendola” si eliminerebbero anche i fattori che la rendono più produttiva. Che è ragionevole pensare che siano principalmente due:

  • Il fatto che gli altri siano in pausa pranzo, e quindi sia possibile concentrarsi di più sul lavoro senza essere “distrurbati” da telefonate, riunioni, visite, ecc.
  • Il fatto che è verosimile ci si ponga degli obiettivi (concludere un lavoro prima della pausa) che spingono a un impegno maggiore per portare a termine le attività.

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Dalla Banca d’Italia le guide pratiche ai conti correnti e ai mutui

La Banca d’Italia ha emanato le Guide “Il conto corrente in parole semplici” e Il mutuo per la casa in parole semplici“, che da gennaio saranno disponibili anche presso tutte le banche che offrano conti correnti e/o mutui.

Si tratta di guide previste dalla nuova disciplina sui rapporti tra intermediari e clienti introdotta a fine luglio 2009, e punta a migliorare la trasparenza del sistema finanziario ma anche (e soprattutto) ad aumentare la consapevolezza dei consumatori, un tema la cui importanza abbiamo sottolineato più e più volte.

Le guide sono fatte a mio giudizio molto bene: sono molto chiare e complete, e spiegano in modo abbastanza chiaro quali sono i diritti del consumatore e gli aspetti di cui deve tener conto quando apre un conto corrente o un mutuo. Particolarmente interessante per la sua semplicità la checklist riepilogativa presente nella guida ai mutui. Così come il riquadro nella guida ai conti correnti che spiega che un conto corrente non è “per sempre”, perché possono cambiare la situazione personale o lavorativa, oppure le offerte delle banche, con nuovi prodotti e proposte.

Un altro aspetto degno di nota è il fatto che le guide riconoscono e sottolineano l’importanza di Internet come mezzo per raccogliere informazioni sulle offerte e sulle varie proposte delle banche.

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Grafico: credito al consumo in percentuale al reddito disponibile

Un altro grafico dall’Indagine conoscitiva sul credito al consumo della Banca d’Italia (di cui avevamo parlato qualche giorno fa per evidenziare come i mutui a tasso fisso siano più cari in Italia che nel resto dell’area Euro). Si nota ancora una volta come il ricorso al credito in Italia sia relativamente ridotto, rispetto agli altri Paesi, e particolarmente rispetto a USA e UK, per i quali però verrebbe quasi da parlare di “abuso” nel ricorso al credito da parte dei consumatori.

Credito al consumo in percentuale del reddito disponibile (grafico da Indagine conoscitiva sul credito al consumo - Audizione alla Camera dei Deputati)
Credito al consumo in percentuale del reddito disponibile (grafico da Indagine conoscitiva sul credito al consumo - Audizione alla Camera dei Deputati)

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Cina, India e Brasile stanno entrando tra i principali “produttori” di ricerca

Mentre in Italia si discute come frenare la “fuga di cervelli” (che è metà del problema, perché rimane poi la questione di “come attrarre talenti”), Cina, India e Brasile stanno portando avanti una crescita enorme nella loro produzione scientifica (almeno, in termini quantintativi, meno facile giudicare in termini qualitativi).

Ad esempio, i fondi destinati in Cina alla ricerca sono cresciuti sostanzialmente nell’ultimo decennio: è vero che è una cifra che è sempre rimasta in media appena sotto l’1% del PIL, ma è anche vero che il PIL cinese è cresciuto a passo accelerato nel periodo. L’OCSE stima che la Cina sia ora al terzo posto in termini di spesa per la ricerca, dopo USA e Giappone, e davanti a tutti i singoli paesi europei — anche se va rilevato che può creare distorsioni valutare singolarmente i Paesi della UE, perché tra l’altro fa sorgere qualche dubbio sul se come siano conteggiati i programmi di finanziamento e cofinanziamento alla ricerca gestiti direttamente dalla Commissione Europea.

In ogni caso, la produzione della Cina di paper scientifici presenta la crescita più veloce al mondo (passando da 20.000 nel 1998 a oltre 112.000 nel 2008, stime Thomson-Reuters) ed  ora seconda solo agli USA. Le materie più studiate dai ricercatori cinesi appaiono essere scienze dei materiali, chimica, e fisica.

Anche l’India mostra (soprattutto negli ultimi anni) un tasso di crescita importante nella produzione di paper scientifici, anche se non al livello di quello cinese. Le materie più studiate in questo caso sono chimica, scienze dell’agricoltura, e scienze dei materiali.

Un tasso di crescita superiore a quello indiano lo si riscontra in Brasile (pur però con numeri assoluti minori): in questo caso la focalizzazione delgi studi è soprattutto sullo studio di vegetali ed animali, scienze dell’agricoltura e microbiologia.

Si tratta di dati interessanti, che dimostra come i paesi “emergenti” non possano essere visti solo come “fornitori di manovalanza”, ma anche come “produttori di conoscenza”, e che quindi è importante iniziare a vedere questi paesi non solo come concorrenti nella produzione, ma come potenziali partner.

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Chi compra i Titoli di Stato italiani?

Un interessante grafico da una pubblicazione della Banca d’italia sull’economia italiana, che mostra l’evolversi delle categorie di investitori che investono in Titoli di Stato italiani dal 2005 ad oggi. Abbiamo spesso sottolineato che è l’aumento della domanda che è causa del rendimento ai minimi storici dei BOT, e quindi è interessante vedere “da dove viene” questa domanda (chiariamo però che questo grafico si riferisce a tutti i Titoli di Stato, non solo ai BOT).

Si nota come nel 2009 la domanda di Titoli di Stato da parte di investitori esteri sia aumentata, soprattutto nel secondo trimestre, così come quella proveniente dalle banche (che appare crescituta già nella prima parte dell’anno, ed in misura minore nell’ultimo trimestre 2008).

Consistenze di Titoli di Stato e categoria di investitori (da L'economia Italiana In breve n° 31 - Banca d'Italia)
Consistenze di Titoli di Stato per titolo e categoria di investitori (da L'economia Italiana In breve n° 31 - Banca d'Italia)

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I dati sul PIL cinese sono truccati?

Alcuni analisti sollevano dei “sospetti” sull’effettiva consistenza dei dati relativi alla crescita del PIL cinese, che secondo i dati ufficiali è cresciuto del 8,9% nel 3° trimestre del 2009 (rispetto all’anno precedente). Gordon Chang di Forbes (ma non c’è solo lui tra i sospettosi) sottolinea in particolare che questa crescita è non è coerente con il crollo delle esportazioni che si è avuta nel corso del trimestre (-23.0% in luglio, -23.4% in agusto  e -15.2% in settembre —  un fatto non trascurabile se fino a poco tempo fa l’export contava per poco meno del 40% sul PIL cinese), così come dalla diminuzione delle importazioni (-14,9%, -17,0%, -3,5%) che Chang suggerisce essere un indicatore del rallentamento dell’economia (anche se potrebbe essere invece un indice di un maggiore consumo “interno”).

Secondo questa ipotesi, il Governo cinese avrebbe quantomeno “ordinato” alle imprese locali di effettuare grossi  acquisti, per sostenere i “numeri” dell’economia, e un indicatore sarebbe dato ad esempio dalla crescita incredibile di vendite di auto (+70,5% in luglio, +94,7% in agosto e +83,6% a settembre): infatti, non vi è una corrispondente crescita nelle vendite di carburanti, che sarebbe rimasta invece più o meno stabile (il mese con la crescita più significativa sarebbe agosto, però con solo +6,4%). Una strategia che sarebbe già stata adottata negli anni ’90.

E’ difficile dire fino a che punto i dati siano effettivamente manipolati e fino a che punto invece la Cina stia applicando politiche di sostegno “non convenzionali”, probabilmente però la morale è che c’è forse qualche dubbio che la Cina faccia da motore economico dell’economia mondiale per portarlo fuori dalla crisi, come spera qualcuno.

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IWBank distribuirà i fondi di Sella Gestioni

Grazie ad un accordo stretto con IWBank, i fondi della Società di Gestione del Risparmio del Gruppo Banca Sella sarà disponibile anche tramite la banca online del Gruppo UBI.

L’obiettivo di Sella Gestioni è quello di ampliare il prorpio mercato potenziale, aumentando il numero di piattaforme tramite le quali è possibile sottoscrivere i suoi fondi (che ora sono disponibili, oltre su Sella.it, su Online Sim, Fundstore.it e ovviamente IWBank). Questa scelta è legata anche al riconoscimento dell’importanza del canale online per la distribuzione dei fondi di investimento, dato che è un canale scelto da un numero sempre più alto di investitori.

Secondo quanto riporta Sella Gestioni, tra i fondi che saranno resi disponibili tramite la piattaforma IWBank ci sono gli innovativi Open Fund Ritorno Assoluto, “Fondi di Fondi” che si caratterizzano per l’utilizzo di strategie di portafoglio non esclusivamente “direzionali” (market neutral, short, ecc.), con un approccio utilizzato solitamente destinati ad investitori istituzionali.

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