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Il ministro Tremonti ha dichiarato oggi che il posto fisso è meglio della mobilità, perché offre più certezze e favorisce la stabilità sociale. Ovviamente si tratta di affermazioni che sono quasi banali per la loro condivisibilità, ma purtroppo il problema non è se il posto fisso sia meglio o peggio della mobilità (questione che è scontata), ma se il posto fisso sia una prospettiva realistica o meno. E la risposta diventa molto meno scontat perché il posto fisso è sicuramente bello, ma probabilmente è anche irrealistico in termini di sostenibilità economica.

La questione principale è che il “posto fisso” implica un fatto molto semplice, e cioè che le aziende, sempre, crescano o quantomeno rimangano stabili. Che debbano farlo in termini di dipendenti, è scontato: se le aziende riducono il personale, è ovvio che non ci può essere il posto fisso. Però debbono farlo anche in termini di produttività: se un’azienda non è competitiva, non vende prodotti sul mercato. Teniamo presente che le condizioni di mercato e le sue richieste, così come le tecnologie, cambiano, e quindi la prospettiva di cambiamenti radicali non può essere messa da parte.

Certo, ci sono due strade perché l’azienda riesca comunuqe a vendere i suoi prodotti: la prima è che sia finanziata dallo stato per compensare le inefficienze interne, la seconda è che gli acquirenti siano in qualche modo obbligati a comprare i suoi prodotti. In entrambi i casi i costi sono scaricati sulla collettività. A questo punto bisogna decidere se questi costi riversati sulla collettività siano accettabili o meno. Perché finché questi costi complessivamente sono pochi, il problema è marginale, ma tendenzialmente questi costi tendono ad aumentare, perché l’inefficienza in un contesto del genere cresce nel tempo mancando, se non la “selezione naturale” delle imprese, almeno una spinta del mercato verso l’obbligo di efficienza. Ci sarebbe poi anche l’aspetto delle capacità anche a livello dei singoli ruoli lavorativi, che non vengono ricoperti “dalla persona più capace” ma da chi li occupava in precedenza, ma non ci dilunghiamo su questo aspetto in questa sede.

Però certamente che il problema della stabilità c’è, ed è estremamente pressante in Italia, ma probabilmente lo slogan da utilizzare non è “un lavoro sempre nello stesso posto“, ma piuttosto “un lavoro sempre“. Cerchiamo di spiegarci meglio:

  • Un aspetto fondamentale della questione è mantenere l’ottica sul medio-lungo periodo, anziché sul breve: è l'”inseguimento” ai risultati a breve termine che costriuisce il maggiore problema, se vi è il tentativo di adattamento dei “numeri” del personale a tali risultati. Licenziare (o non rinnovare i contratti) perché l’azienda sta affrontando una difficoltà momentanea è qualcosa che va evitato (in questo caso, anche con adeguati strumenti di supporto pubblici, eventualmente). Discorso diverso però è se invece si sono deteriorate le prospettive a lungo termine, nel qual caso invece i costi (di cui dicevamo prima) che un supporto continuato all’azienda comporterebbero non sono probabilmente sostenibili dalla collettività.
  • Va “sradicato” è un concetto di mobilità distorto che si è ormai affermato in Italia: se la mobilità è un valore per l’azienda (che così può adattare il personale alle esigenze di breve periodo) allora è inevitabile che questo valore venga pagato. In altre parole, un lavoratore precario dovrebbe prendere di più, e non di meno come spesso accade, di un lavoratore “fisso”. Cosa che peraltro gli permetterebbe di “sopravvivere” nel caso in cui il rapporto lavorativo si interrompa, e debba cercare un altro lavoro.
  • E’ necessario mettere a punto ammortizzatori e sistemi sociali efficaci che siano in grado da un lato di supportare chi rimane disoccupato, dall’altro di aiutarlo a trovare un lavoro nel più breve tempo possibile. E magari anche a migliorare le sue competenze e specializzazioni, in modo da poter ambire ad un lavoro “migliore” di quello che aveva prima. Strumenti di questo tipo sono già presenti: vanno però enormemente potenziati.
  • E’ sottovalutato il problema della lunghezza del termine con cui le persone oggi si trovano a dover fare progetti. Comprare una casa, ad esempio, impegna spesso almeno vent’anni di parziale reddito (ad una coppia), cosa che costringe a dover fare programmi sul lungo-lunghissimo termine. Chiaramente questo crea grossi problemi se a fronte di uscite certe per tempi tanto lunghi: ma sarebbe importante cercare di intervenire in modo che sia possibile “fare programmi” anche con scadenze più brevi.

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