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La Svizzera ha basato molto della sua economia sul business bancario (i servizi finanziari peserebbero per circa il 13% del PIL), ed è inutile nascondere che gran parte di questo risultato è grazie al fatto che la Svizzera si è sempre di fatto proposta come “porto sicuro” per risparmi ed investimenti. Il segreto bancario, infatti, era considerato quasi “sacro” nel Paese, e violazioni potevano essere perseguite anche penalmente.

La crisi finanziaria, tra le cui cause è stato riconosciuto da tutti il problema dell’asimmetria di normative e regolamentazioni, ha portato la Svizzera ad essere inserita, ad aprile 2009, nella “lista grigia” dei Paesi fiscalmente “poco cooperativi”.Per evitare sanzioni, è in corso una revisione del segreto bancario nel paese elvetico, che sta portando ad una significativa fuga di capitali dalla Svizzera: nel secondo trimestre, i clienti delle banche svizzere avrebbero rimosso capitali per circa 50 miliardi di franchi svizzeri (stime di Bloomberg), che seguono un trend già decisamente poco “favorevole”: secondo alcune stime, nel 2008 la Svizzera ha visto diminuire i capitali depositati del 27% circa, per un valore “fuoriuscito” di circa 1.200 miliardi di dollari.

Proprio quest’ultimo fatto dovrebbe però evidenziare che questi “prelievi” non sono dovuti unicamente all’allentamento del segreto bancario, ma anche ad una riallocazione dei capitali conseguente alla crisi finanziaria (semplicisticamente,  dato che parte degli investimenti sono “bruciati”, o hanno reso in modo diverso dalle attese, è logica una ristrutturazione del portafoglio), ma certamente l’aspetto della protezione fiscale non è secondario, tanto è vero che alcuni analisti stimano che se venisse abolito il segreto bancario, le banche svizzere potrebbero perdere un altro 20% dei depositi. Nella speranza svizzera, però, la situazione potrebbe essere salvata se il principio sarà quello di fornire informazioni solo su richiesta specifica (sulla base di “fondati sospetti”) e non in modo generico, in modo da tutelare almeno parzialmente la confidenzialità delle informazioni. La motivazione portata dalle autorità svizzere è nel fatto che secondo le loro valutazioni il peso di chi sfrutta il segreto bancario a scopo di evasione fiscale è minoritario, e la maggior parte sarebbero piuttosto persone che pagano le tasse nei loro paesi ma non vogliono rendere nota la loro ricchezza a causa di situazioni politiche instabili nei rispettivi paesi (con riferimento soprattutto a paesi asiatici e mediorientali), nel timore di sequestri dei beni in caso di repentini cambiamenti politici, o di rapimenti da parte di criminali venuti a conoscenza del denaro posseduto.

Il segreto bancario, però, non peserebbe in modo uguale per tutte le banche svizzere. Infatti sarebbero soprattutto quelle più piccole che beneficerebbero dei depositi di chi vuole occultarsi al fisco. Per quelle maggiori, il business generato da questo tipo di clienti è relativamente marginale: e non è probabilmente un caso che le maggiori resistenze al cambiamento arrivino proprio dalle banche più piccole (assieme alle banche più specializzate nell’investimento). Quelle maggiori (che peraltro operano già con filiali all’estero, soggette pertanto alle legislazini locali) sono ottimiste, o quanto meno fanno buon viso a cattiva sorte, e si dicono sicure che comunque manterranno i loro clienti.

Ma è indubbio che la Svizzera nel suo complesso è esposta a concreti rischi di ricadute economiche, e dovrà, forse iniziare a ripensare la propria economia a livello di sistema-paese, per una minore dipendenza dai servizi finanziari.

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