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Nei giorni scorsi c’era un curioso articolo sul Corriere della Sera, dedicato al “tramonto del ‘Lei'”, con la maggior parte delle persone che preferiscono dare del “tu” anziché utilizzare il più “rispettoso” “Lei”. Tanto che l’Azienda farmaceuti­ca municipalizzata dell’Aquila, ha inviato una circolare ai dipendenti per richiamarli all’uso del Lei nei confronti dei superiori.

Il passaggio dal “Lei” al “tu”, però, non è solo sintomo di cambiamenti nei rapporti sociali e nel modo della gente di approcciarsi agli altri: in ambito lavorativo è anche figlio di un’evoluzione (a volte vera, a volte solo “scimmiottata”) dei modelli di organizzazione aziendale.

Infatti, il “Lei” è associato ad una organizzazione con gerarchie ben definite, dove i ruoli sono ben chiari e ben delimitati. Ma questo è un modello organizzativa che, almeno nella sua forma più “pura”, sta lentamente diventando sorpassato. Le aziende hanno bisogno di essere più reattive, e per questo sempre più frequentemente si incontrano gruppi di lavoro “fluidi” e dinamici, ma soprattutto molto più interattivi (in quest’ottica le nuove tecnologie — Internet — va visto come uno strumento che agevola e velocizza l’interazione, e non solo come un qualcosa che fa nascere “cattive abitudini”). In un gruppo di lavoro interattivo e snello, il “Lei” è scomodo, non solo per un discorso di barriere psicologiche che sono tenute più o meno alte, ma da un punto di vista prettamente funzionale: il “Lei” inteso come seconda persona singolare si confonde con la terza persona femminile. Può apparire una considerazione sciocca, ma genera equivoci.

Inoltre, mi faceva notare un imprenditore qualche tempo fa, il “tu”, chiamandosi per nome e non per cognome, ha anche implicazioni interessanti dal punto di vista della valutazione delle persone. Infatti, identificare una persona per nome vuol dire implicitamente valutarla per quello che lui/lei è e fa. Per cognome, implica una valutazione non tanto sui meriti/demeriti personali, ma sulla sua storia e sulla sua provenienza.

Tutto questo senza mettere in dubbio l’importanza del rispetto reciproco tra le persone (che molte volte appare come un valore sempre più a rischio), ma se per rispetto si intende “dare del Lei”, allora siamo messi male…

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Comments

  1. Personalmente, sia per lavoro che a livello di rapporti personali, sono solito utilizzare il “Lei” quando le circostanze lo richiedono.

    Quando sono invece io in una posizione di “superiorità” (ad es. quando facevo docenze) mi piace che mi venga dato del “TU” per non sentirmi “vecchio”.

    Penso, comunque, che, anche con la crescita del web 2.0 (blog, ma ancora di più social network), questo genere di convenzioni andrà a sparire…

    NB: del resto ricordiamoci che nell’800 (vedi libro Cuore) i figli davano del “Lei” ai propri genitori. Gli inglesi hanno reso tutto più semplice con l’utilizzo indifferenziato del “You” sia per il “Tu” che per il “Lei”.

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