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Nelle ultime settimane, è tornato vivo il dibattito sull’inadeguatezza del PIL come strumento di misura dell’economia di un Paese. Premesso che chiaramente il PIL è un indicatore che ha dei limiti, potrebbe venire anche un po’ il sospetto che questa rinnovata attenzione sia frutto anche di una voglia di “risolvere” il problema dei dati negativi nel modo più semplice possibile, cambiando gli indicatori.

Ma a parte questi “sospetti”, a mio parere il problema di fondo non è forse tanto nell’indicatore in sé, ma nell’uso che se ne fa, dandogli un significato “assoluto” che spesso gli si dà: un indicatore, di qualunque tipo, è per natura una sintesi semplificata ed incompleta di uno scenario molto più complesso. In questo caso, stiamo parlando di descrivere con un numero l’economia di uno Stato: non è certo una sintesi da poco. Con qualunque cosa si voglia sostituire il PIL, non si può dunque trascurare che un indicatore soffre di inevitabili limiti.

L’altro aspetto è capire che cosa si vuole misurare, per trovare un indice adeguato: il PIL è una misura di un risultato economico, e deve essere quindi usato a tale scopo. Se si vuole misurare qualcosa di diverso, allora chiaramente serve un indicatore di altro tipo.Chiaramente, si può discutere su che cosa dovrebbe puntare un Paese come obiettivi di miglioramento, ma questa è una questione un po’ diversa dall’adeguatezza o meno di un indicatore in sé: è una scelta di obiettivi.

Ad esempio, esiste un indicatore che si chiama “Felicità Nazionale Lorda” (Gross National Happiness), che cerca di misurare la felicità degli abitanti di uno Stato, andando ad esaminare una serie di parametri quali la fiducia reciproca tra i cittadini, i livelli di corruzione, di occupazione (anche tra gli anziani), di educazione, la natalità. E’ chiaro che però questo non è un indice economico, e quindi non può essere utilizzato per sostituire un indice economico. Tanto più (e questo forse dovrebbe fare riflettere…) che molte analisi non sembrerebbero mostrare una correlazione significativa tra redditi elevati e maggiore felicità.

Tornando ad indicatori più strettamente economici, un indicatore che viene “candidato” è il Prodotto Interno Netto (in inglese Net Domestic Product – NDP), che al contrario del PIL tiene conto degli ammortamenti, e cioè del consumo del capitale (ad esempio macchinari industriali): il vantaggio è che in questo modo si inizia a tenere conto della sostenibilità dell’economia del Paese. Oppure ancora meglio il Prodotto Interno Netto “Verde” (Green Net National Product) che tiene conto del degrado dell’ambiente.

Alcuni economisti però contestano che questi indicatori hanno comunque un’altissima correlazione col PIL, il che significherebbe che misurare questi oppure il PIL non comporterebbe grosse differenze.

La chiave di lettura è allora probabilmente diversa: il problema forse è che è impossibile sintetizzare il benessere di un Paese con un unico indicatore, e serve forse essere pronti a fare ragionamenti di una complessità maggiore.

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