Generi alimentari: rischio di crollo dell’offerta e aumento dei prezzi nel medio termine?

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Alcuni analisti stanno lanciando l’allarme su un rischio di un forte rincaro dei generi alimentari, e di soprattutto una insufficienza rispetto al fabbisogno, nei prossimi anni. Il rincaro dei generi alimentari non è certo una novità, ma la crisi economica sembra aver messo in secondo piano il problema (anche per l’effetto di riduzione dei prezzi che ha avuto sui generi alimentari, come sulle altre materie prime). In realtà, l’effetto finale della crisi economica può essere tutt’altro che favorevole.

Guardando con un ottica di qualche decennio, è importante tenere presente che tra il 1974 e il 2005 il prezzo reale (al netto dell’inflazione) dei generi alimentari è diminuito del 75%: in quest’ottica, un “rimbalzo” non è assolutamente improbabile, se si tiene conto dell’aumento della domanda (dovuta ai paesi emergenti, che oltre ad aumentare di popolazione, tendono a consumare più carne — senza contare gli effetti collaterali della domanda di biocarburanti), e del fatto che l’offerta non è altrettanto aumentata, o quantomeno non è in grado di aumentare, proporzionalmente, anche per il fatto che essendo la produzione agricola poco remunerativa, non è un settore che ha attratto investimenti, spingendo tra l’altro ad un impiego diverso dei terreni: secondo le stime della FAO, per i prossimi anni è atteso un aumento della produzione, ma appena sufficiente a compensare l’aumento della domanda.

E’ importante, nel valutare le dimensioni dei rincari degli ultimi anni, tenere ben presente un aspetto banale che però ad un’occhiata superficiale può sfuggire: una diminuzione del 75% vuol dire una riduzione ad un quarto del valore di riferimento, e una variazione che torna al valore iniziale non è +75%, ma +300% (infatti, fatto 100 il valore iniziale, diminuendo del 75% arrivo a 25, un aumento del 75% — dato che si riferisce a quest’ultimo valore — riporterebbe solo a 43,75).

Ma come detto, il rischio temuto è quello di una diminuzione dell’offerta. Il motivo è molto semplice, e cioè che i produttori agricoli possono vendere solo al momento del raccolto. Per l’operatività quotidiana, però, molto spesso (soprattutto all’estero) si affidano a prestiti delle banche (garantiti dal futuro raccolto), che in pratica “anticipano” questo incasso. Come è facile intuire, una contrazione del credito cui possono accedere può avere effetti molto diretti sulla produzione (come per il settore industriale, peraltro). Infatti, il ragionamento di chi teme la contrazione dell’offerta è che se le banche concedono prestiti più ridotti ai produttori agricoli, questi per contenere i costi (e “sopravvivere”) si trovino costretti a diminuire le coltivazioni, con la conseguente diminuzione della produzione di generi alimentari.

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